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sabato, Aprile 18, 2026

“E pensare che c’era il pensiero”, il podcast su Giorgio Gaber

Il 1979 per Giorgio Gaber è stato un anno complesso, l’anno di Polli d’allevamento, spettacolo cruciale nella storia del Teatro Canzone. Scritto come sempre con Sandro Luporini e con le musiche e gli arrangiamenti di Franco Battiato, Polli d’allevamento ha segnato un momento di rottura con il movimento da cui per la prima volta Gaber prende le distanze.

GiorgioGaber
GiorgioGaber

In questo contesto storico si inserisce l’intervista, al centro di questo quinto episodio del podcast, rilasciata a Radio Popolare, da anni ormai al centro del dibattito politico più impegnato, più aggressivo e – secondo alcuni – covo della nascita di alcune cellule terroristiche. Il periodo storico è quello della contestazione, dell’autoriduzione, ma nell’animo di alcuni “compagni” era nata la cellula del terrorismo delle Brigate Rosse impegnate ad “attaccare al cuore lo Stato”.

Le serate di Polli erano un vero scontro politico, in alcune uno scontro addirittura fisico che ha portato Gaber a prendersi una pausa. La stessa che qualche mese dopo lo ha portato, con Luporini, a scrivere Io se fossi Dio, manifesto politico del teatro canzone e della follia degenerata di certi estremismi.

Un gesto storico

All’inizio dell’intervista, collocata all’interno di una trasmissione radiofonica “a telefoni aperti”, Gaber chiede di staccare il telefono a cui possono chiamare gli spettatori. Questo atteggiamento definito poi da alcuni “reazionario” e contro corrente costituisce una metafora significativa della frattura fra lui e la frangia più militante del suo seguito.

Un gesto storico, che fu a lungo contestato dai compagni che da quel momento isolano Gaber precludendogli, a volte, alcuni spazi tipicamente ad appannaggio di una certa sinistra. Fa sorridere pensare come oggi il semplice gesto di allontanamento dai social farebbe impazzire un certo tipo di pubblico, e di come allo strenuo delle forze e dopo una stagione di continui attacchi, Gaber scelga un ennesimo gesto di provocazione.

L’intervista

Nell’intervista Gaber approfondisce la particolarità del suo pubblico e del suo modo di fare spettacolo. Come gli spettacoli, negli anni siano diventati l’occasione “Per riflettere e non per cantare”: “impensabile andare a vedere uno spettacolo senza che il pubblico sia confortato dalla conoscenza dei grandi successi dell’artista. I nostri spettacoli sono volutamente ogni anno completamente nuovi”.

Di questi spettacoli, che hanno caratterizzato il lavoro di Gaber e Luporini degli anni ‘70 infatti, una particolarità ancora oggi unica è che gli spettatori pagassero un biglietto per sentire uno spettacolo di cui non conoscevano nessun brano.  Ma più che ad una logica discografica, Giorgio e Sandro si rifacevano ad una logica dialogica e di intervento sull’attualità.

L’analisi prosegue riflettendo sull’originale fascinazione per dei giovani che, per la prima volta nella storia, mettevano in discussione il loro privilegio; un’ammirazione che poi si trasforma in scherno davanti a comportamenti sempre più modaioli e posati come quelli descritti nel brano “Al bar Casablanca.”. Gli spettacoli citati sono Il Signor G del 1970, il primo recital scritto da Gaber e Luporini, e Dialogo fra un impegnato e un non so del 1972.

Durante la registrazione i due conduttori di Radio Popolare fanno ascoltare a Gaber alcuni dei suoi successi più significativi dei 10 anni di teatro canzone. Gaber commenta I borghesi, Il signor G incontro un albero, La sedia, Al bar Casablanca, raccontando una prima fase di vicinanza con un pubblico politicamente impegnato; persone che potevano sedersi ma sceglievano di non farlo.

Due punti di vista

Al termine della puntata, Lorenzo Luporini, curatore e conduttore di “E pensare che c’era il pensiero“, inserisce due punti di vista distanti ma in modo netto ugualmente estimatori assoluti del Signor G: Claudio Baglioni e Claudio Bisio.

CLAUDIO BISIO, che in un’intervista del 2004, ricorda le provocazioni di  Gaber, come quella di Al bar casablanca ai ragazzi che “Non volevano sedersi” e cosa significasse appartenere al movimento politico al termine degli anni settanta.

CLAUDIO BAGLIONI, con un’intervista raccolta a margine del Festival Gaber del 2013, riflette sulla forma del teatro canzone e sulla sua unicità in termini di rapporto con il pubblico, inteso come individui e non come una massa. Baglioni parla addirittura di una invidia per quel tipo di libertà concessa dal teatro canzone. La testimonianza è raccolta da Paolo Dal Bon, storico manager del Signor G e presidente della Fondazione Gaber e soprattutto amico intimo di Gaber.

“E pensare che c’era il pensiero” è realizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo per la piattaforma Intesa Sanpaolo On Air e si avvale di un’inedita collezione di materiali d’archivio che comprende interviste d’epoca, ospitate radiofoniche e incontri pubblici, raccolti dalla Fondazione Gaber.

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Davide Falco

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