Eugenio Galli

S.T. anno 2009 materiale ferro altezza cm.122 larghezza cm.50
S.T. anno 2009 materiale ferro altezza cm.122 larghezza cm.50

L’ individuo che crea si stacca dalla condizione umana ed entra in un mondo libero.

L’Arte che ti entra nell’anima. Diretta, senza filtri. Un’emozione che e rompe splendida e potente, nella sua purezza. Un’emozione che stimola la spiritualità, l’arricchisce, la completa. È questo l’universo di Eugenio Galli, noto al grande pubblico come “l’Artista della Trascendenza”. La sua, d’altra parte, è un’arte che non passa certo inosservata, oggi. La profondità dirompente delle sue opere sta infatti scardinando quelli che, sempre più negli ultimi decenni, sono apparsi come i pilastri fondanti dell’arte contemporanea: un’arte, questa, troppo spesso basa sull’ossessiva ricerca dell’idea rivoluzionaria e del concetto destabilizzante. Un art system sovente malato, perché fondato su opere- oggettivamente- degradate. Un problema oltremodo radicato. Oltre un secolo fa, già lo aveva ben capito Lev Tolstòj, quando affermava: “L’arte pervertita può essere incomprensibile alla gente, ma l’arte buona è sempre comprensibile a tutti”. L’arte buona, quella che fa bene all’anima. Eugenio Galli ne è uno tra i massimi rappresentanti. Lo abbiamo incontrato nel suo studio, a Seregno. Il bianco regna sovrano. La luce trafigge lo spazio, le opere lo riempiono di spiritualità. Tra una tela e una scultura, qualche pennello, tubetti di colore sparsi qua e là, uno scalpello…capisci subito che ti trovi in un atelier diverso dagli altri. Quando poi il tuo sguardo si posa sull’opera nascente, l’ultimo capolavoro cui sta lavorando l’artista…ecco, in quel momento si materializza la Trascendenza. Non sei più un semplice “osservatore”. Entri nell’opera, diventi il protagonista assoluto della scena. La tua emozione sembra prendere forma. Sei entrato nel meraviglioso universo artistico di Eugenio Galli.

Eugenio, la sua arte si basa da sempre sul concetto di Trascendenza. Un concetto di origini antiche, che nelle sue opere risulta quanto mai contemporaneo. Da dove nasce tutto questo?

“Questa esigenza nasce dal fatto che mi ero stancato di trarre ispirazione, per le mie opere, dall’universo fisico. La trascendenza, invece, non ha pensieri, non necessita di stimoli esterni. Parte direttamente dall’individuo che si butta sulla materia, sulla tela per fare un’opera. L’arte astratta parte dal presupposto di astrarre qualcosa da un particolare. Trascendere è l’andare oltre la realtà dell’universo fisico, del pensiero, della ragione. Il sapersi estraniare totalmente. La mia linea pittorica-scultorea non prende perciò spunto da elementi materiali, da immagini o elaborazioni mentali, ma è l’individuo in quanto essere spirituale che crea, scevro da qualsiasi interferenza”.

Per creare, però, bisogna usare il proprio corpo, utilizzare attrezzi e gestire vari materiali.

“Sì. Ma questo rappresenta unicamente un automatismo derivante dalla tecnica acquisita. Non è il pensiero. Non si deve, dunque, confondere questa condizione con la casualità, proprio perché abbiamo la consapevolezza dell’essere”.

Durante la creazione dell’opera, come è possibile che l’artista possa estraniarsi totalmente, separandosi così completamente dalla sua parte emozionale?

“Non è facile. Eppure, quando creo, mi rendo conto di non dipendere da alcuna cosa materiale. Non è aspettare la condizione di estasi che ti consente di creare, ma è il creare che ti dà la condizione di estasi. Ed è proprio questo che garantisce la qualità universale a qualsiasi opera: sia essa un quadro, un brano musicale, un libro. L’opera non ha bisogno di intermediari: arriva soltanto attraverso lo spirituale. Ci sono artisti, d’altra parte, che avevano un carattere pessimo, ma creavano opere sublimi. Quando l’individuo crea, è come se si staccasse dalla sua condizione “umana”, ed entrasse in un mondo libero. Mi viene subito in mente Ennio Morlotti: aveva un carattere tremendo, ma le sue opere erano sublimi”.

Quali sono le caratteristiche fondamentali di un bel quadro?

“Un bel quadro deve essere guardato tutti i giorni, almeno 20 secondi, e non deve mai stancare. La mia opera, in una casa, non può essere un mero pezzo di arredamento: deve essere qualcosa che comunica emozioni. Certo, corollario automatico di tutto questo, è che la mia opera d’arte diventa anche una forma di investimento”.

Cosa pensa dell’art system attuale?

“Si tratta di un sistema malato, perché si cercano sempre idee nuove, che spesso si esplicitano in opere degradate. D’altra parte, anche Tolstoj affermava: “L’arte degradata non è mai comprensibile al pubblico, mentre l’arte buona è sempre comprensibile”. Non ha senso avere un quadro in quanto status quo: un quadro lo si deve avere per l’emozione che dà. L’importante, in ogni ambito artistico, è il messaggio comunicativo che l’opera dà. Purtroppo, oggi, chi acquista opere d’arte non lo fa in maniera autodeterminata, bensì basandosi su consigli di operatori del settore (galleristi, critici, direttori di musei). E tutto ciò va a detrimento dei veri protagonisti, ossia dell’opera e del fruitore. Oggi, sull’opera, prevalgono le idee, le opinioni. Molti artisti acclamati negli ultimi decenni, sono poi crollati definitivamente. Perché la critica non li supportava più. Di contrappunto, pensiamo per esempio agli impressionisti: denigrati al loro tempo da tutti, oggi sono diventati l’emblema di un’arte immortale. Questo è la vera Arte: spiritualità, emozione e immortalità”.

Anna Maria Girelli Consolaro

S.T. anno 2010 materiale cor-ten acidato altezza cm. 400
S.T. anno 2010 materiale cor-ten acidato altezza cm. 400
U.P. III 4 2005 olio su tela cm 120x120
U.P. III 4 2005 olio su tela cm 120×120

Maria De Filippi a “Che Tempo che Fa”

defilippi
defilippi

Accolta da un lunghissimo applauso Maria De Filippi entra nello studio di Che Tempo che Fa su Rai 1 e inizia una lunga e sincera chiacchierata con Fabio Fazio con il quale ripercorre la sua lunga e straordinaria carriera.

Quando il racconto torna alla terribile notte dell’attentato di stampa mafioso del 1993, passato alla storia come “l’attentato di via Fauro”, La De Filippi confessa di aver molto faticato a superare il ricordo di quella notte “Ho avuto paura per almeno due anni” e di aver ricorso anche all’ipnosi per riprendere a dormire.

“Ero convinta di aver visto la persona che ha azionato la bomba. Vedo questo ragazzo che mi fissa fuori dai Parioli e io fisso lui, magari era un ragazzo qualsiasi… ”.

E confessa emozionata “Ho promesso a mio padre che non sarei più salita in macchina con Maurizio Costanzo – l’attentato era rivolto contro l’attività giornalistica di Costanzo – e così ho fatto. Non lo faccio. Non posso tradire una promessa fatta a mio padre” e continua “Ho chiesto a Maurizio di smettere di occuparsi di mafia e così ha fatto, per un po’ di tempo non se ne è occupato. Poi se ne è occupato ancora. Io fossi stato in lui, avrei chiuso lì non so come abbia potuto riparlare di mafia ancora” .

Fazio a questo punto interviene su Costanzo: “Perché è un uomo coraggioso, perché quella è la sua vita il suo mestiere” la risposta di Maria De Filippi arriva subito: “Si molto probabilmente chi fa il giornalista ha questa spinta, io no”.

Massimo Ranieri: “Il Jazz mi ha ammaliato”

Massimo Ranieri
Massimo Ranieri

Innamorarsi del jazz a 65 anni è possibile. Una “malìa” lenta e, probabilmente, inattesa quella tra Massimo Ranieri e la musica afro-americana.

Nello sguardo luminoso del cantante napoletano, ospite giorno 5 dicembre del Festival d’Autunno, diretto da Antonietta Santacroce,  è palese la gioia per aver intrapreso una nuova avventura che condivide con un quintetto d’eccezione, una formazione stellare che riunisce il gotha della musica jazz del nostro paese: Enrico Rava alla tromba, Stefano Di Battista ai sassofoni, Rita Marcotulli al pianoforte, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria.

Appena un anno fa, tra lo scetticismo di molti, hai pubblicato “Malìa”, del quale oggi esce il secondo “capitolo”. Come hai affrontato questo progetto?

«Senz’altro con grande entusiasmo. Ero molto eccitato dall’idea di un lavoro nuovo e diverso da tutto ciò che avevo fatto fino ad allora. Ero consapevole che con esso si sarebbe aperta una nuova strada, che mi avrebbe portato nella Napoli degli anni Cinquanta. Un periodo in cui nella mia città l’influenza degli americani, giunti alla fine della guerra ebbe un peso notevole nella cultura musicale della mia città».

Qual è stata la sensazione vissuta con l’approccio di un genere musicale a te sconosciuto?

«E’ stato come scoprire un mondo nuovo, a me completamente sconosciuto. Non posso nascondere che nei miei ascolti giovanili ci sono stati grandi artisti jazz come Miles Davis e John Coltrane, ma non riuscivo a “entrare”. Oggi, però, li ho riscoperti e ho compreso con maggiore convinzione la loro arte».

 Hai accennato alle canzoni di una Napoli diversa e lontana alla quale restituisci una attualità impensata.

«Quelle scelte nei due album non sono semplici canzoni ma autentiche perle. Il desiderio comune mio e di Mauro Pagani è stato quello di dare loro un’impronta diversa, che fosse qualcosa di nuovo rispetto al mio modo di cantare. Posso dirti che mi sono messo al servizio di quelle canzoni».

 Quanto è stato importante Mauro Pagani in questa tua “integrazione”?

«Molto. Io non sono un cantante jazz e devo ringraziarlo perché è stato la mia guida. Lavorare con Mauro è stata una esperienza straordinaria che si è ripetuta durante le registrazioni della seconda parte di Malìa. Già diversi anni fa avevamo intrapreso un viaggio di ricerca sulla musica napoletana. I due lavori attuali, però, corrispondono perfettamente a ciò che entrambi volevamo realizzare. Sono veramente soddisfatto del risultato ottenuto».

Nei tuoi concerti il pubblico riesce a cogliere maggiormente l’anima seducente della Napoli “caprese” di quegli anni.

«E’ la magia della musica di una Napoli che incantava e ancora oggi riesce ad ammaliare con brani che si avvalgono del linguaggio jazz di musicisti che il mondo ci invidia. E’ anche merito loro se tutto è perfetto anche in concerto».

 Enrico Rava, Stefano Di Battista, Rita Marcotulli, Stefano Bagnoli e Riccardo Fioravanti non hanno bisogno di presentazioni. Ascoltandoli sia in concerto che in studio si percepisce quanto siano stati importanti per te.

«Come potrei dire il contrario. Sono grandissimi musicisti e, al tempo stesso, persone meravigliose. Con loro ogni sera sul palcoscenico si crea un’atmosfera sempre nuova e fantastica. Io sono affascinato dagli artisti jazz e dal loro modo di concepire la musica: sembrano andare per conto loro anche se poi realizzi che in fondo non è così. Averli al mio fianco è stato importante per la riuscita di “Malìa”. Mi hanno consentito di entrare con dolcezza nel loro mondo, facendomi divertire».

 Nei tuoi concerti rendi omaggio a Pino Daniele.

«Non potrebbe essere diversamente. Pino è stato un precursore nel suo genere inserendo per primo il blues nella musica napoletana. Un artista immenso che ha lasciato a tutti noi un patrimonio inestimabile. Lo porto sempre nel mio cuore».

 A Catanzaro ti sei esibito più volte con il tuo repertorio classico, lunedì al Festival d’Autunno ti presenterai in questa nuova veste. Eseguirai anche le canzoni di “Malìa, parte seconda”, in uscita oggi?

«A Catanzaro ho sempre ricevuto grandi accoglienze. Per la prima volta presenterò “Malìa” e sarò felice di farmi apprezzare in questo mio nuovo percorso musicale. Mi mancherà la presenza di Mario Foglietti, scomparso da poco, per me un amico ed un fratello al tempo stesso che ricorderò sempre con grande affetto. Le canzoni del nuovo disco? Ancora non abbiamo deciso nulla, vedremo».

 I biglietti per assistere al concerto di Massimo Ranieri sono in vendita nelle  rivendite Ticket Service Calabria e Ticket one, oltre che su: www.festivaldautunno.com.

Anna Ferriero

Anna Ferriero
Anna Ferriero

Anna Ferriero vive in questo ultimo anno, un periodo di grandi riconoscimenti. La sua passione per la scrittura le ha portato un posto tra i finalisti dell’importante premio “Nabokov 2015″ e la sua opera, una raccolta di poesie poi divenuto libro, è stato premiato al concorso letterario “Carpe Diem”,  ed è stato segnalato dal concorso premio letterario “Leggere salva la vita”. Nel mese di Febbraio la stessa composizione si è aggiudicata il premio di “merito” nella terza edizione del  premio di narrativa, teatro e poesia  “Il buon riso fa buon sangue”. Successivamente, brevi racconti e poesie sono rientrati nelle varie raccolte antologiche multitalent “Montecovello”. Ha scritto diverse raccolte e un breve romanzo. Timida e riservata, la giovane 22enne ha iniziato il suo percorso di scrittura nel 2014.

Anna, si scrive più con la testa, il cuore o la mano?

“Credo che la scrittura sia un dono regalato dal cielo per una ragione ben precisa. Quello che è amore e magia non può non nascere dal cuore!”

Da dove arriva l’ispirazione di scrivere?

“L’ispirazione di scrivere … credo che mi giunga dal cielo, dalle persone, dai luoghi incantati, dall’alternarsi delle stagioni. Insomma, da tutto ciò che mi circonda”.

Sei molto giovane, cosa vorresti fare “da grande”?

“Mah … non saprei … anche se ho idee ben fiorite nella mia mente. Tutto ciò che mi sta capitando è talmente così grande che … non nascondo a volte mi fa paura …”

Se non scrivessi, probabilmente ti dedicheresti a … ?

“Beh … una domanda davvero bella! Credo che se non scrivessi, l’unica cosa che farei sarebbe semplicemente vivere di ciò che mi piace, di ciò che mi fa stare bene e mi armonizzi con il mondo. Quindi credo che prima o poi la scrittura, in un modo o nell’altro, farebbe comunque parte della mia vita, anche se cercassi di deviarla”.

Per chi scrivi oltre che per te stessa?

“Quando ero piccola, dicevo sempre alla mamma che il mio più grande desiderio era riuscire, con la mia magia, ad aiutare i bisognosi, i senzatetto, gli affamati. Donare un sorriso ai tristi e pace ai deboli, a fare vivere ai bimbi la bellezza della cultura. Per questo scrivo. Per fare in modo che chiunque possa avere la possibilità di sognare, perché soltanto il sogno può rendere liberi!”

Hai scritto dei libri, stai già lavorando ad uno nuovo?

“Sì. Ho composto due raccolte poetiche “Magia d’amore” stampata con la LER (Libreria Editrice Redenzione) e “Punto” edito da Oltre l’Orizzonte (ALBATROS IL FILO). Poi un mini romanzo “La cripta dei desideri” della Vitale Edizioni. Ho nel cassetto due romanzi inediti “Polvere d’Irlanda” – Happy Land, un libro di racconti e poesie, un romanzo poetico. È come muoversi alla ricerca di un tesoro nascosto e dimenticato. Il risveglio dell’Europa, con l’uso della latta e delle prime biciclette, con gli intensi scambi marittimi con le americhe e col resto del mondo, non ancora completamente noto, inizia il suo cammino …“Sulle onde della conoscenza” è un romanzo sempre inedito in cui tre ragazzi visitano la Sardegna, la Valle del Nilo, le Hawaii, in un viaggio immaginario, teso a riscoprire i fondamenti della civiltà, attraverso sentieri fisici, mentali, spirituali. E poi … non so, se Dio mi aiuterà e se vorrà, continuerò questo percorso …”

Tra poco è Natale, un tuo desiderio?

“Che tutti i popoli della Terra riscoprano i luoghi del proprio cuore e possano, attraverso la luce divina, riscoprire la via del perdono”.

E per l’anno nuovo cosa ti auguri?

“Spero che l’anno nuovo sia un anno pieno di riflessioni e che noi uomini possiamo considerare questo anno che passerà un passaggio dal buio alla luce, riscoprendo le meraviglie nascoste dell’anima”.

Intervista a cura di Davide Falco

Intervista a Siro Brugnoli

brugnoli
brugnoli

Un uomo e tre vite “L’obbiettivo è cercare di dare a chi legge un po’ più di forza per reagire a quelli che possono essere gli impedimenti e i problemi fisici, ma anche non fisici”
“L’iniziativa l’ho presa io, era tanto tempo che volevo scrivere un libro che raccontasse di me e della mia storia”, confessa Siro Brugnoli protagonista del libro appena uscito a cura di Cesare Lanza “Siro Brugnoli. Un uomo e tre vite” (ed. L’Attimo Fuggente, 2016).

Viene descritto come playboy di successo, imprenditore geniale, filosofo libertario. “Ma ci si ritrova in queste tre definizioni?”-
“Mah, si stenta a crederci, però nella realtà è così.”.

“Vorrebbe aggiungere o togliere qualcosa a quello che ha scritto il suo amico Cesare?”
– “No, se mi ha visto così, va bene quello che ha scritto. Evidentemente ha trovato in me queste caratteristiche, e devo dire che non si è discostato dalla realtà, sono tutte e tre cose che ho raggiunto nella mia vita”.

Nella vita Siro Brugnoli ha avuto tante soddisfazioni. È riuscito a realizzarsi in campo lavorativo e sentimentale con impegno e fatica, e con doti di corteggiatore, senza mai perdersi d’animo, “perché tutto dipende da noi stessi”. E non lo dice come una frase fatta, di quelle che si sentono tutti i giorni e che si danno quasi per scontate. Brugnoli a quattro anni è stato colpito da poliomielite, e in maniera piuttosto grave, ma senza arrendersi ha vissuto come se fosse ogni giorno una sfida. La sfida di vivere.

“Si può dire che la sua vita sia stata quasi un paradosso? Nel senso che la malattia è stata la sua fonte di vita, le ha permesso di combattere e di realizzarsi in ogni campo desiderato. Si può dire che dalla negatività è riuscito a trarre laSiro Brugnoli bambino e le sue partite di calcio a quattro zampe positività?” .
“È proprio così – risponde – di solito chi ha queste malattie ha problemi nella vita. Nella realtà io sono riuscito a far diventare la malattia da cosa negativa a cosa positiva. Un meccanismo che la mia psicologa chiama in un certo modo, ora non ricordo”.

E se non ci tradiamo forse possiamo ipotizzare che la parola del meccanismo attuato da Brugnoli sia “compensazione”. Ci rifacciamo ad Alfred Adler, lo psichiatra, psicoanalista e psicoterapeuta austriaco che introdusse il concetto di complesso di inferiorità. Complesso che può essere accentuato da inferiorità d’organo, l’insufficienza fisica o estetica, e da costellazione familiare, la rivalità fra i fratelli. La compensazione è uno dei modi in cui la volontà di potenza supera il sentimento di inferiorità.

Si potrebbe continuare perché Adler sostiene che l’individuo ha in sé una serie di potenzialità creative e deve trovare la possibilità di esprimerle attraverso l’azione, ma questo richiede un adeguato livello di autostima. Ed ecco entrare dunque l’incoraggiamento che in un contesto relazionale può consentire il superamento del complesso e portare all’espressione della propria potenzialità creativa.

L’incoraggiamento diventa lo strumento per il cambiamento e per la guarigione, perché l’individuo viene aiutato a mettere in campo tali potenzialità, rimuove gli ostacoli, supera i problemi e capisce che dispone degli strumenti per realizzare le sue mete.
E Brugnoli lo dice con una frase chiara e delucidativa: “ Non ho mai sentito di avere una disgrazia, e chi mi conosce neanche se ne accorge, anzi si dimentica”.

Probabilmente molto è dipeso anche dal contesto familiare in cui è vissuto. Il contrasto fra una mamma molto dolce e un padre duro e autoritario. La madre così premurosa e dedita alle cure per il suo amato figlio, il padre che non ha mai voluto riconoscere la sua malattia, facendogli fare esattamente tutto ciò che anche gli altri figli facevano, non aiutandolo, ed anzi arrabbiandosi se Siro non riusciva da solo. Se l’atteggiamento del padre aveva creato un dissidio forte con Siro, solo dopo scoprirà il grande insegnamento ricevuto. Ma certo, accanto aveva almeno avuto la fortuna dell’affetto e della dolcezza della madre e dei fratelli che comunque non lo avrebbero mai abbandonato.

Brugnoli ha avuto accanto a sé donne belle e conosciute, addirittura su Siro Brugnoli e le donneriviste apparivano notizie delle sue love stories, donne che si innamoravano di lui, ma che non duravano poi troppi anni….
“Ma che rapporto ha con le donne? Perché non si è mai sposato?  A leggere il libro sembra che non si fidi delle donne.
“E invece è tutto il contrario, io mi fido eccome, perché ho il vantaggio di conoscerle prima. Si chiama empatia questa mia qualità, la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona con nessuna o scarsa partecipazione emotiva, ed io riesco a capirle prima che loro possano capire me. Le donne ti portano a fare cose che non vuoi fare e invadono la tua libertà. Allora so bene di chi fidarmi e di chi no, so bene chi frequentare e chi no. E non ho paura di loro sennò non avrei avuto tutte queste storie”.

Nelle sue parole riportate nel libro si trova una punta di misoginismo, ma lui nega,
“Non è così”. “Quello che dico è vero”, “sono storie che fanno ridere quando le racconto. Perché insomma è pur vero che iniziano a criticare gli amici e a non farmici più uscire, a criticare la pulizia o meno della casa facendomi perdere la donna che mi aiuta senza farmi mancare nulla. E poi ti tradiscono con un bel bagnino e ben presto sei costretto a lasciare casa e a ritrovarti con nulla”.

Ma sorvoliamo sulle donne e sul suo essere playboy, Siro Brugnoli è un industriale di successo. Ha una industria che produce apparecchi per la respirazione e vende in 95 paesi differenti. Si chiama MIR medical international research ed è un’azienda produttrice di dispositivi medici globale fondata nel 1993.
Da più di 20 anni l’azienda è riconosciuta a livello internazionale per le numerose innovazioni e progressi in tre diversi settori del mercato: Spirometria, OssSiro Brugnoli viaggiatore del mondoimetria e Telemedicina. Forse anche la nascita di questa azienda è stata dettata da un sentimento di plongee verso chi ha bisogno di aiuto, dal poter far qualcosa per qualcuno.

In realtà difficilmente ci si può mettere nella testa di chi ha subito una malattia. Difficilmente si comprende e si arriva a una sensibilità tale da entrare in ciò che le persone sopportano e hanno dovuto sopportare
“La società che ci circonda non ci capisce, non ha la capacità di comprendere. Perché bisogna mettersi nel cervello di chi ha quella determinata malattia, ed è impossibile. E poi sbagliano nel compatire chi ha un problema. Non capiscono che bisogna aiutare quelle persone affette da particolari disturbi o malattie in modo che non se ne accorgano di averle. Se si viene compatiti e aiutati allora va a finire che si trovano giustificazioni per non realizzare nulla e non si reagisce, non si ha nessuno stimolo”.

E ribadisce : “Se ho fatto tutte queste cose nella vita è perché mi sentivo di farle anche se non ero in grado di farle. La capacità di risolvere il problema è dentro di noi, abbiamo in mano la possibilità di riuscirci. Io sono un esempio”.
Il libro ha una precisa funzione e valenza. La storia di Siro Brugnoli è piuttosto particolare e deve essere divulgata. E poi come dice il protagonista “l’obbiettivo è cercare di dare a chi legge un po’ più di forza per reagire a quelli che possono essere gli impedimenti e i problemi fisici, ma anche non fisici”.
Il messaggio che si evince è che tutto dipende da noi stessi, e “non c’entrano nulla i soldi” (e Brugnoli lo dice perché ha avuto una vita sempre agiata), “perché ricco o non ricco uno deve avere la spinta, il carattere, la forza di risolvere il problema”.

Con tutte queste cose dette siamo così giunti alla terza immagine di Brugnoli: filosofo libertario. Non dà conto a nessuno, fugge dai pregiudizi e dagli stereotipi di vita, dalle convenzioni sociali e dalle precostituite idee politiche. Ed anche questo dipende da come egli ha vissuto ed è stato capace di vivere.

(di Stefania Miccolis)