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sabato, Settembre 26, 2026

Intervista con l’artista Yang Li

Intervista con l’artista Yang Li

In che modo la luce, il clima e il ritmo della vita delle diverse città in cui hai vissuto sono entrati nella tua esperienza visiva e nel tuo linguaggio pittorico?

«San Francisco, per me, è come un sogno a colori. L’aria e la luce sembrano capaci di attraversare le nuvole, dando la sensazione di essere più vicini allo spazio. Chengdu e Londra condividono una certa atmosfera cupa e malinconica: qualcosa di familiare, ma al tempo stesso sedimentato di storie e memoria. New York, invece, fonde in modo sorprendente ordine e caos, ed è una città piena di collisioni e possibilità. Queste città non sono diventate direttamente dei paesaggi nei miei dipinti; hanno piuttosto trasformato il mio modo di percepire la luce, il colore e lo spazio»

Il tuo percorso formativo comprende un BFA, un MFA e un MA. Quale cambiamento, sul piano concettuale o metodologico, ha avuto l’influenza più profonda sulla tua pratica attuale?

«San Francisco mi ha dato una formazione basata sull’osservazione della natura e sulle tecniche classiche. Ho persino studiato astronomia: per un semestre trascorrevo spesso le notti in riva al mare osservando il cielo e disegnando mappe delle galassie. Alla Slade ho iniziato a interrogarmi sul rapporto tra tecnica e linguaggio; alla RISD, invece, ho imparato a utilizzare la ricerca come metodo per organizzare sensazioni e conoscenze differenti. Alla fine, queste esperienze si sono condensate in tre elementi fondamentali: osservare, interrogare e ricercare»

Esiste un legame personale tra il senso di “distanza” generato dal vivere a lungo in contesti culturali differenti e la tua opera Aphelion?

«Perihelion e Aphelion sono nati inizialmente da una sensazione legata alla temperatura: il calore intenso, la percezione di trovarsi vicini a un’enorme fonte di energia. Questo mi ha fatto pensare anche a Icaro che vola verso il Sole. Mi affascina la relazione tra perielio e afelio: avvicinarsi e allontanarsi appartengono, in realtà, alla stessa orbita. Vivere a lungo tra culture differenti mi ha fatto comprendere che la distanza non coincide necessariamente con l’estraneità; a volte ci permette di vedere ciò che, quando siamo troppo vicini, non riusciamo a percepire. Per questo Aphelion conserva ancora il calore di qualcosa a cui, un tempo, siamo stati vicini»

Le tue opere si collocano spesso tra corpo, natura e spazio psicologico. Quale relazione esiste, per te, tra questi tre spazi?

«Il corpo, la natura e lo spazio psicologico sono, per me, come labirinti che possono essere
ingranditi all’infinito. Più ci si avvicina, più emergono nuove strutture: il corpo può trasformarsi in paesaggio e qualcosa di minuscolo può assumere la vastità dell’universo. Mi affascina proprio questa condizione, in cui nulla può essere conosciuto fino in fondo».

Il “silenzio” è un tema importante nella tua ricerca. Per te è più vicino all’impossibilità di esprimersi, a una scelta consapevole di trattenersi, oppure a una forma di percezione più sensibile del linguaggio?

«Per me il “silenzio” è una forma consapevole di contenimento. Non desidero spiegare completamente un’opera, ma lasciare spazio allo sguardo. Nei miei dipinti avvengono spesso associazioni insolite: il corpo, le nuvole, le rocce o altre forme di vita possono condividere la stessa morfologia. Il silenzio non è assenza di espressione; significa piuttosto non avere fretta di formulare al posto dello spettatore un giudizio definitivo»

Le tue immagini sono costruite attraverso strati diluiti di colore, cancellature, sovrapposizioni e tracce che sembrano dissolversi. Come nasce solitamente un dipinto?

«Di solito non parto da un disegno preparatorio: il dipinto prende forma direttamente sulla tela. Nella quotidianità, però, continuo costantemente a osservare, realizzare schizzi e fare studi di composizione. È un po’ come raccogliere l’uva prima di produrre il vino: solo quando entro realmente nella tela comincia la fermentazione. Memoria, colore, conoscenza e casualità si mescolano nuovamente, e spesso il risultato è imprevedibile persino per me»

Come decidi se uno strato di colore debba essere conservato, coperto o cancellato?

«Uso il tempo per aspettare il passo successivo. Quando non sono sicura, mi allontano
temporaneamente dal dipinto. Quando torno, il mio modo di guardarlo è già cambiato. Molte volte non cerco il passo successivo: aspetto che diventi naturalmente più chiaro».

Anche la “lentezza” sembra essere parte del tuo modo di guardare. Con quale ritmo vorresti che lo spettatore si avvicinasse alle tue opere? 

«Non stabilisco come lo spettatore debba guardare un’opera, né per quanto tempo. Mi interessa di più capire che tipo di dialogo possa nascere, una volta che l’opera si è separata da me, con i ricordi e le esperienze di un’altra persona. Questo incontro imprevedibile è già, di per sé, parte dell’opera».

Le forme nei tuoi dipinti oscillano spesso tra corpo, nuvola, roccia, flusso d’acqua o forme di vita sconosciute. Mantieni consapevolmente questa indeterminatezza?

«Ho ricevuto una lunga formazione nella pittura figurativa e classica, quindi non rifiuto affatto la figurazione. Per me figurazione e astrazione non sono opposti. Anche quando osserviamo un oggetto concreto, il pensiero può essere già entrato in un evento astratto. Se un giorno un dipinto dovesse diventare naturalmente molto figurativo, lo accetterei senza problemi».

Sospensione, caduta, erosione e dissoluzione conferiscono ai tuoi dipinti, pur statici, una forte dimensione temporale. Come interpreti questo tempo?

«Il mio processo pittorico è molto lungo e spesso lavoro contemporaneamente a diverse opere. Mentre un dipinto è in attesa, un altro sta accadendo. È molto simile alla vita stessa. Pensiero, pausa, sovrapposizione e nuovo inizio lasciano tutti una traccia. Alla fine, il dipinto è lo stato risultante dalla sovrapposizione di tempi differenti».

Dal rosso di Aphelion alla luce fredda di Nacreous, fino alle tonalità crepuscolari di Noctilucent: come costruisci il clima cromatico delle tue opere?

«All’inizio ero affascinata dalla trasparenza del blu; successivamente sono stata attratta dalla capacità del rosa di coprire e sovrapporsi. Gradualmente ho iniziato a comprendere che trasparenza e copertura sono, esse stesse, forme di distanza. Il colore possiede una propria distanza? La temperatura può diventare spazio? Per me, a volte, il colore è simile a un profumo: può risvegliare improvvisamente sensazioni fisiche e ricordi. Quando dipingo, è come se entrassi dentro una particolare condizione atmosferica. Non progetto il clima cromatico: vi entro e osservo dove il colore mi conduce».

Come interpreti il concetto di “confine” all’interno dell’immagine?

«Il confine è, prima di tutto, una forma di classificazione. La visione si affida ai confini per
riconoscere le cose, ma la percezione non obbedisce necessariamente alle stesse categorie.
Possiamo vedere la separazione tra due elementi e, allo stesso tempo, percepirli come continui. Ciò che mi interessa è precisamente il momento in cui il confine comincia a diventare incerto».

Che cosa sono i due elementi sferici presenti in Aphelion?

«A dire il vero, ho dimenticato come siano comparsi inizialmente quei due elementi sferici in Aphelion. Guardandoli oggi, non sento neppure il bisogno di stabilire che cosa siano. Potrebbero essere corpi celesti, corpi umani, cellule o frammenti di memoria. Sono disposta anch’io a tornare a essere spettatrice delle mie stesse opere».

Il rosso di Aphelion evoca il calore, il sangue e l’interno del corpo. Quale relazione esiste, per te, tra la scala cosmica e quella interna al corpo?

«Sia l’universo sia l’interno del corpo possiedono un ordine che mi affascina. Ciò che mi interessa è il momento in cui la scala smette di funzionare: una struttura minuscola può apparire vasta quanto una galassia. In realtà, però, amo moltissimo la Terra. Qui esistono già paesaggi inesauribili e dettagli che possono essere ingranditi all’infinito. A volte, avvicinarsi sempre di più a qualcosa è anche un modo per andare verso l’universo».

Le nubi madreperlacee appaiono soltanto per brevi periodi e in condizioni molto particolari.
Perché questo raro fenomeno naturale ti affascina?

«I fenomeni naturali sono sempre stati lì, e le persone li hanno sempre osservati, quasi di nascosto. Semplicemente, raramente condividiamo le sensazioni che queste osservazioni producono. Un libro dedicato al “collezionare nuvole” mi ha dato molta ispirazione. Forse non possiamo collezionare soltanto le nuvole, ma anche un istante di luce, una temperatura, un colore o un momento di meraviglia. La pittura è uno dei modi attraverso cui raccolgo e scambio queste sensazioni».

In Nacreous il soggetto sembra allo stesso tempo emanare luce ed essere sul punto di venire inghiottito dall’oscurità. Ti interessa maggiormente l’apparizione, la scomparsa o il momento di passaggio tra le due?

«Mentre dipingevo Nacreous, un ricordo sfocato dell’infanzia è entrato nel quadro. Da bambina amavo guardare il cielo. Il contrasto tra il cielo e la linea delle gronde dei tetti mi dava un senso di sicurezza, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato. Ciò che mi interessa non è tanto l’apparizione o la scomparsa, quanto quell’istante in cui il tempo sembra temporaneamente sospendersi».

Come si è formata la struttura verticale, simile a una clessidra, presente in Noctilucent?

«La forma di Noctilucent contiene molti elementi casuali. I miei dipinti attraversano numerose sovrapposizioni e, tra l’idea iniziale e ciò che rimane alla fine sulla tela, avvengono sempre trasformazioni impossibili da prevedere. Per me dipingere è come partire per un’esplorazione. So da dove parto, ma non so dove arriverò. Durante tutto il processo continuo ad ascoltare ciò che il dipinto mi restituisce».

Perché in Noctilucent compaiono tracce di vita così minute all’interno di uno spazio tanto vasto?

«Mi ricordano il modo in cui osservavo durante le sessioni di pittura dal vero in Italia, ma
potrebbero anche essere legate al fatto che da bambina ho studiato pittura tradizionale cinese a inchiostro. Nei paesaggi a inchiostro, la figura umana è talvolta soltanto un minuscolo segno tra montagne e acque. Ho sempre amato questa sensazione di osservare da lontano. Dalla cima di una montagna, le persone che si muovono in lontananza perdono gradualmente i loro contorni e diventano piccoli punti luminosi, quasi come stelle. Forse queste memorie visive molto antiche sono rimaste dentro di me. La distanza modifica la scala delle cose e, insieme ad essa, modifica anche il nostro modo di guardare».

Titoli come Aphelion, Nacreous e Noctilucent derivano dalla terminologia scientifica. La scelta del titolo avviene prima o dopo la realizzazione dell’opera?

«Di solito il titolo arriva dopo il dipinto. Non parto da un termine scientifico; è piuttosto dopo aver completato l’opera che riconosco nell’immagine una sensazione di ignoto simile a quella che mi affascina in determinati fenomeni fisici. Per questo, per me, dare un titolo significa più riconoscere che definire: improvvisamente mi accorgo che due cose, in qualche luogo, si sono incontrate».

Se continuerai a sviluppare questa serie, che cosa vorresti esplorare?

«Vorrei continuare a dipingere l’infinito, il labirinto e l’universo, ma anche quell’ordine silenzioso e preciso con cui crescono le piante; vorrei dipingere le emozioni difficili da esprimere e le culture che continuano a fluire e trasformarsi. Tutte queste cose rimandano a qualcosa di sconosciuto che non può mai essere raggiunto completamente: l’infinito non ha fine, il labirinto non possiede un’unica uscita e l’universo continua a dispiegare nell’oscurità i propri enigmi irrisolti. Le piante crescono seguendo traiettorie complesse e precise, mentre emozioni e culture continuano a trasformarsi nel tempo, senza poter mai essere spiegate integralmente attraverso un unico linguaggio. Voglio continuare ad avvicinarmi a tutto questo, accettando però l’impossibilità di raggiungerlo fino in fondo e accettando di essere sempre alla ricerca di una risposta. Forse, per me, la pittura è proprio un modo di camminare lentamente lungo il confine dell’ignoto».

Intervista a cura di Davide Falco

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