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venerdì, Aprile 24, 2026

Gli echi del soprano Dominika Zamara, Carnegie Hall New York

Non c’è uno senza due, mi è tornato in mente questo proverbio parlando con il soprano Dominika Zamara, artista di caratura internazionale, in occasione della sua seconda apparizione alla Weill Recital Hall, presso la Carnegie Hall di New York. La seguiamo assiduamente nel suo percorso per raccontare le sue evoluzioni artistiche in giro per il mondo. Un artista dal cuore italiano e fiera del suo legame con il Bel Paese, e noi fieri di lei.

Questa è già la sua seconda volta che si esibisce alla Carnegie Hall di New York, cosa vuol dire per una cantante esibirsi in una sala così importante?

«Si è la mia seconda volta, l’anno scorso in aprile, mentre quest’anno il 30 giugno. Appena ne ho avuto la conferma di questo ennesimo impegno ero felicissima, quest’anno ho eseguito la prima mondiale del brano “Alleluia For Peace” composta dal Maestro James Adler. Un’emozione unica»

Parlando di emozioni, quale è la differenza tra il concerto dell’anno scorso e quello da poco eseguito?

«Sono state due cose diverse, l’anno scorso fu il mio debutto alla Carnegie Hall, fu un misto tra la parte emotiva e la curiosità di varcare la soglia, camminare lungo quei corridoi, dove in passato sono passati grandi artisti, (per esempio la Callas, Dvorac), e salire sul palco. Quest’anno sapevo a quello a cui sarei andata incontro, ma l’emozione c’era anche questa volta, un artista non può non provare emozioni o altro e così ogni volta che salgo su qualsiasi palco»

Essere la prima interprete di un brano, cosa significa?

«Essere la prima interprete è un qualcosa di particolare, un’unione metafisica con quello che si sta cantando. Un’impronta indelebile che rimarrà inalterata nel tempo, quel pezzo sarà sempre legato alla mia voce, in quanto il compositore lo ha fatto a posta per la mia vocalità, come un abito su misura. Poi il fatto di lavorare con il compositore, le idee e le riflessioni di entrambi che si fondono»

Un ampio repertorio, che parte dal barocco e arriva sino al contemporaneo, c’è una difficoltà a passare da uno stile a un altro?

«Devo dire che mi trovo a mio agio con i vari stili, sono specializzata in Mozart e Bel Canto, non trovo grandi difficoltà a passare dal barocco, classicismo, romanticismo, verismo. Mentre passando al contemporaneo devo prestare molta più attenzione in quanto non sempre intuitiva, ma ne trovo una grande soddisfazione nell’eseguirla. E proprio a New York mi sono approcciata definitivamente a questo genere»

Tornando alla Carnegie Hall, quest’anno lei è stata accompagnata dal “The Lerner Quartet”, c’è stata coesione tra voi?

«Devo dire che sono stata onorata di dividere il palco con il “The Lerner Quartet”, dei bravissimi musicisti, molto professionali. Sin da subito c’è stata una grande coesione tra noi. Sin dalle prove, all’esecuzione sul palco il tutto sotto lo sguardo vigile del Maestro James Adler»

A proposito dell’esibizione, sappiamo che è stato un successo sia dal pubblico che dalla critica.

«É stato incredibile salire nuovamente su quel palco sentire gli applausi, poi il silenzio e solo la musica. Da parte nostra c’era una grandissima concentrazione, mi sembrava di essere sola con la musica. E alla fine abbiamo ricevuto un grandissimo calore dal pubblico e una standing ovation. Sembrava interminabile ne sono felicissima»

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