C’è un nuovo documentario del regista Alex Infascelli che vale assolutamente la pena di menzionare: «Kill me if you can» nella sale cinematografiche distribuite da Wanted Cinema .
Infascelli rende potente una storia che è già straordinaria di suo. Gli archivi televisivi e fotografici americani e italiani aiutano a intensificare la storia che vive di una solidità ed energia sincera ed emozionale, che anche solo a parole, è quasi incredibile, ma del tutto vera, tanto da titolarla con la frase che il protagonista, aveva scritto sul suo elmetto mentre era in trincea in Vietnam «ammazzami se ci riesci».
Ed è con l’inquadratura di un uomo ancora piacente di 73 anni, seduto su una sedia ordinaria che inizia la storia, da lui stesso raccontata con alle spalle un parcheggio aeroportuale.
Raffaele Minichiello, irpino di origine, diventerà una celebrità nel 1969, per l’epico dirottamento dell’aeromobile TWA 85, partito da Los Angeles diretto a San Francisco, ma con destinazione finale per il dirottatore, Il Cairo che però mai verrà raggiunta.
Fondamentalmente, il giovane Minichiello di 20 anni compiuti durante il dirottamento, voleva orientare verso Roma, per tornare a casa.
Si. Perché Raffaele, trasferitosi a Seattle dall’entroterra avellinese all’età di 7 anni, decise di arruolarsi nei marines all’età di diciassette anni e mezzo, desiderando di servire la nuova patria americana per un riscatto ed accettazione personale.
Lo fece battendosi nella guerra in Vietnam. Ma è proprio la guerra che lo segnerà, rimproverando anche agli Stat Uniti, per non averlo ricompensato economicamente come venne pattuito, o quantomeno, questa la sensazione che ebbe Minichiello.
Forse i retaggi della guerra, la disillusione del sogno americano, il desiderio di tornare in Italia, hanno reso eccezionalmente possibile la sua impresa.
Ecco che il sequestro del boeing, verrà ripreso dalle tv americane e dalla Rai, permettendo la narrazione della storia veridicamente significativa.
Nonostante il titolo possa evocare spargimento di sangue, in realtà nn ve n’è alcuno.
Il giovane ventenne riuscirà con disinvoltura a passare i controlli della sicurezza intromettendosi in un gruppo di belle giovani hostess di volo che allora surclassavano certi controlli di sicurezza, e riuscì quindi raggiungere l’aeromobile con il suo fucile a canna inserito dentro un telaio facendolo sembrare un’arnese da pesca.
Il giovane costringerà equipaggio e piloti ad atterrare a San Francisco come previsto, ad ottenere un nuovo equipaggio per poter sorvolare i cieli transoceanici, a far scendere i passeggeri e dando l’opzione al personale di bordo di lasciare l’aeromobile.
A bordo rimarrà la prima hostess di colore della Twa, che coraggiosamente non lascerà i piloti coinvolti e rimarrà protagonista per tutta la vita di Minichiello.
L’esistenza del protagonista si snoda con una vita ricominciata in Italia, sorprendentemente ripresa dalle telecamere della Rai, che lo hanno reso una celebrità ma anche “eroe”; così veniva chiamato dai suoi compaesani avellinesi.
Raffaele si trasferirà poi a Roma, si sposerà per ben due volte e purtroppo in entrambi i casi sarà un giovane vedovo e orfano di un figlio morto con la prima moglie che lo stava dando alla luce.
La terza moglie, dalla quale si è separato, fortunatamente ancora vive.
Rimarrà un amore mai vissuto di Raffaele, quello per la donna di colore e unica hostess di volo, Tracy, che non scese dall’aereo, che parlò con lui durante il dirottamento.
Lei, così come con il primo pilota, ci giocò a carte festeggiando durante questo sequestro aereo, il suo ventesimo compleanno.
Tracy, partecipò all’udienza italiana come testimone del dirottamento, nel tribunale di Roma, e magico è il fermo immagine di Tracy e Raffaele che si guardano negli occhi.
I lavori intrapresi da cameriere di ristorante e ricercatissimo anche dalle star italiane, (esiste una foto di Walter Chiari seduto al ristorante e sorridente accanto a Raffaele), a barista che consegna i tramezzini agli uffici, e socio di una pompa di benzina vicino alle ambasciate israeliana e americana, vengono filmati da giornalisti forse visionari, forse sapevano già che la vita di quest’uomo avrebbe continuato ad essere leggendaria, e doveva un giorno essere nota a tutti a un pubblico dell’avvenire?
In molti ci siamo chiesti se Raffaele, oggi di nuovo cittadino americano e rientrato a vivere a Seattle dal 2018, potesse essere diventato una spia per gli americani, dato che il suo file venne ripulito e riuscì a tornare a vivere nel territorio statunitense di sua scelta.
Ma c’è una seconda domanda che ci siamo posti durante la visione del film: perché Raffaele aveva un dito della mano sinistra visibilmente molto fasciato?
La vogliamo chiamare più uno spoiler che risposta, «non dirlo a nessuno, mi sono sparato sul dito mentre pulivo il fucile»………appunto….. “Kill me, if you can”.
Grandissimo Alex Infascelli, stringerti la mano è stato come percepire la potenza della storia di un uomo che avrai abbracciato e consolato durante le sue narrazioni, un uomo che voleva vivere normalmente, ma che di convenzionale non ha vissuto nulla.
Un elogio speciale anche per le musiche originali presenti nel film de LA BATTERIA.
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