Shutter Island

Regia di Martin Scorsese

Con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson

Drammatico, USA 2010VM 14

Zini Elisa – Presentato fuori concorso al festival di Berlino il nuovo film di Martin Scorsese non ha ammaliato la critica. Grande successo di pubblico affascinato dalla storia, dagli imprevedibili colpi di scena e da un ritmo che Scorsese, con maestria, non perde mai, per l’intera durata del film. Tempo che vola tra le mani del regista astuto e sapiente erede del cinema d’autore. Tratto da un libro di Dennis Lehane, autore di Mystic River, Scorsese, insieme alla sceneggiatrice Laeta Kalogridis, costruisce un film di genere: un thriller psicologico condotto con abilità dalla prima all’ultima scena.

Nel 1954 due investigatori, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) arrivano a Shutter Island. L’isola  ospita un grande manicomio criminale, l’impenetrabile ospedale di Ashecliffe. Teddy ha il compito di ritrovare una detenuta-paziente, scomparsa e  molto pericolosa: una pluriomicida fuggita, inspiegabilmente, da una cella blindata. Dal momento che i due agenti dell’Fbi mettono piede sull’isola ha inizio un tortuoso cammino psicologico che accompagnerà attori e spettatori in un atmosfera onirica dove nulla è in realtà come appare. Sogni e realtà tessono una trama dalla quale sarà difficile uscire. Un crescendo di eventi che coinvolgeranno il protagonista e gli spettatori in un disegno preciso, articolato, dove i fili si annoderanno ogni volta che la verità sembrerà a portata di mano. I due poliziotti, alla ricerca della detenuta, si imbatteranno in psichiatri dai metodi poco ortodossi, in pazienti psicopatici e pericolosi e in una omertà che sembra avvolgere l’isola come un manto di nebbia autunnale.

Una prima parte intrisa di rumori forti, sensi di colpa, tanto vento e pioggia da bagnare le ossa, finestre che non permettono di guardare lontano e Teddy che sprofonda sempre di più nell’incubo delle sue deduzioni, nel tentativo di risolvere il caso a lui affidato. Un mare invernale, gelido, sembra intrappolare i due agenti ostacolando ogni possibile ritorno a casa. Sentieri sconnessi, ascese e pendii che sembrano accompagnare lo spettatore nel delicato tentativo di trovare un equilibrio psicologico. Un giro di volta nel finale e i rumori si azzittiscono, il faro una metafora che accende e illumina le coscienze e Teddy riuscirà, forse, a guardare in faccia il suo incubo, ad elaborarlo.

Scorsese lancia, con questo film, uno sguardo sul Male passando dalle atrocità del nazismo (appaiono in sogno al protagonista i campi di concentramento di Dachau), alle crudeltà di un sistema che, in nome del progresso, sperimenta sul cervello umano le proprie scoperte scientifiche per approdare all’elaborazione di un trauma che, incapace di essere affrontato, cerca faticosamente di allontanarsi dalla memoria.

Nel dibattito a fine proiezione, elegantemente guidato dal critico cinematografico, uno scambio di emozioni e impressioni. Responsabilità collettiva o individuale? Elaborazione di un trauma o invano tentativo di allontanare paure e responsabilità? Droga o follia? E il Male fa parte di noi o è un entità che si può controllare? A che prezzo? Pubblico coinvolto e diviso.

Il regista sembra dirci che è impossibile indagare senza essere direttamente coinvolti. Impossibile giudicare senza guardarsi dentro: paura, aggressività, espiazione, sensi di colpa,  fanno parte del genere umano e l’uomo ne è, inevitabilmente, veliero.

Scorsese descrive un trauma e la sua difficile elaborazione costruendo un film non lineare, capace di svelarsi piano piano con un finale che spiazza il pubblico.

“È preferibile vivere da mostro o morire da uomo perbene?”: in queste parole forse l’angoscioso e cupo senso del film.

La regia di Scorsese si è imposta con forza, come è forte, sembra dirci l’Americano, la violenza del genere umano.