London river

Regia di Rachid Bouchareb

Con B. Blethyn, S. Kouyatè, R. Zem, B. Blancan, S. Bouajila

Commedia: ALGERIA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA  2010

Elisa Zini“London River” è una delicatissima storia raccontata dal bravo regista Rachid Bouchareb. Due vite, due esistenze, si incontrano nella frenetica città di Londra. Il musulmano Ousmane e la signora Sommers, cristiana protestante, sono entrambi alla ricerca dei loro figli che dopo gli attentati del 7 luglio 2005 sembrano scomparsi. In quel terribile mattino, poco prima delle nove, scoppia la prima di quattro bombe che metteranno in ginocchio la città: 56 morti e 700 feriti.

Le vite e i destini di Ousmane e della signora Sommers si intrecceranno inevitabilmente. Una foto scattata in una moschea ritrae i due figli insieme ma questo per la signora Sommers è inaccettabile. Ousmane, vive in Francia e non vede più suo figlio dall’età di cinque anni; la signora Sommers, risiede in un’isola della Manica e crede di conoscere bene la propria figlia. Presto si renderà conto di non conoscerla affatto. Una disperata, affannosa ricerca coinvolge i due genitori nella speranza che i figli non siano vittime degli attentati.

Un film poetico, fatto di sguardi, respiri, lunghe camminate che si portano dentro due mondi: quello insulare, tranquillo, rassicurante, della signora Sommers e l’Africa, continente che Ousmane ha dovuto lasciare in cerca di lavoro, spinto dagli eventi, in Europa. Eccezionale l’interpretazione del protagonista maschile, Kouyatè: ogni sguardo parla più di molte parole e racconta dell’Africa, dei profumi dell’amata terra lasciata, di una moglie lontana, di un figlio cresciuto solo. Bravissima Brenda Blethyn, famosa per aver interpretato la brillante commedia “L’erba di Grace” e voluta a tal punto dal regista da rimandare le riprese del film di un anno pur di averla come protagonista femminile in questo ruolo.

Finale graffiante, non urlato, vero. Un film dedicato a tutti coloro che amano il cinema, capace, attraverso le immagini, di trasmettere colori, profumi, emozioni con eleganza, raffinatezza e poesia.

 

 

Il Profeta

Regia di Jacques Audiard

Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi

Drammatico – Francia, Italia – 2009

Elisa Zini Vincitore a Cannes del Gran Prix du Jury (Gran Premio della Giuria) e già premiato con 9 César, Il Profeta conquista anche il pubblico italiano. Il nuovo film di Jacques Audiard, interpretato magistralmente dall’esordiente e pluripremiato Tahar Rahim (Malik El Djebena), ha scandalizzato la Francia facendo molto discutere.

Malik El Djebena è un ragazzo di diciannove anni ed è analfabeta. Si ritrova a dover scontare sei anni di carcere per aver sparato a un poliziotto. Malik è un ragazzo mite, dall’ animo tranquillo. Fragile, solo, insicuro, senza genitori, allevato in orfanotrofio, non ha nulla con sè quando entra in prigione: vecchi vestiti buoni solo per fare stracci, una banconota ripiegata e ben nascosta, un paio di scarpe da ginnastica che gli saranno rubate dai compagni di prigionia nel giro di pochi minuti.                  La vita in prigione è violenta, cruda, corrotta: Malik deve imparare a sopravvivere se non vuol morire. Così il giovane, grazie alle capacità di adattamento, alla sua intelligenza e al suo coraggio, riuscirà ad entrare sotto la protezione di alcuni detenuti Corsi, tra cui spicca l’ergastolano César. Studia Malik, impara a scrivere e a parlare lingue diverse dalla sua. L’amicizia con un insegnante nord africano lo riavvicina in parte alla sua cultura d’origine: un respiro dalla stessa terra, un bisogno di appartenenza, forte tra le sbarre grigie di un carcere. La prigione diventa un microcosmo di rapporti di potere, dove solo il più forte può sopravvivere. Un gioco di forza a cui tutti devono sottostare. Malik, suo malgrado, capirà quali sono i meccanismi che regolano la vita dietro le sbarre e lentamente riuscirà a costruirsi la propria credibilità. Al termine della sua reclusione Malik è diventato un uomo temuto e rispettato, con un giro d’affari sporchi da gestire.

Il carcere come specchio della società. Metafora efficace, quella del regista Audiard, che analizza la trasformazione del giovane Malik, da vittima a criminale, a causa di una collettività incapace di sentire e rispondere al suo richiamo di aiuto. Malik entra in prigione a 19 anni senza famiglia, affetti, praticamente analfabeta e ne uscirà sei anni dopo colto, poliglotta, ricco e soprattutto potente. Il carcere educa con regole non scritte. La vita in prigione non è altro che un insieme di relazioni forzate, costrette, che sfociano in violenza: quella violenza che si ritrova anche fuori nella società moderna, tra gli uomini “per bene”: stessi meccanismi, stesse dinamiche, stessa violenza. Le diverse etnie all’interno del carcere fanno da sfondo al conflitto, ma non ne sono la causa scatenante. Il potere e il denaro vincono sopra a tutto, dominando le relazioni. Cinica visione per un film francese curato, attento, forse dallo sguardo troppo rassegnato.

Sul mare

 

R

Regia di Alessandro D’Alatri

Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla, Raffaele Vassallo, Kevin Notsa Mao, Silvio Semioli, Mino Manni, Anna Ferzetti, Barbara Stellato, Adriana Marega

Commedia, ITALIA 2010 

Elisa Zini – Sul mare è il settimo film del regista Alessandro D’Alatri. Riprese in digitale, autoprodotto e a basso costo (circa 700mila euro), interamente girato a Ventotene. Un viaggio in una meravigliosa isola del mediterraneo: fondali, scogliere, mare cristallino fanno da sfondo alla gente che vive, abita e lavora in quei luoghi.

Il film, tratto dal libro In bilico sul mare di Anna Pavignano, racconta la storia di un giovane ventenne, Salvatore, (Dario Castiglio) insoddisfatto della sua vita, che ama il mare e a Ventotene si ritrova a vivere una vita con un lato invernale e uno estivo: in inverno operaio, in nero, in un cantiere edile sulla terraferma e con l’arrivo dell’estate marinaio per i turisti in villeggiatura che vogliono visitare l’isola. Una piccola barca che diventa opportunità di lavoro, quello più desiderato. Un giorno conosce Martina (Martina Codecasa), una turista di Genova, borghese, venuta sull’isola per fare immersioni. Tra i due nasce da subito un forte sentimento: i due si innamorano e vivono una complicità profonda mai provato prima. La passione di Salvatore per Martina è totale, profonda, vera e diventa tutta la sua vita. Per la prima volta Salvatore respira una libertà mai provata e Ventotene non è più così angusta, fuori dal mondo. L’amore fa nascere nel giovane la voglia di assaporare a pieno la vita. Progetti e speranze prendono sempre più forza, consistenza, la felicità è in ogni battito di ciglia fino a quando Martina, tornata a Genova, si rende irreperibile.

Con questo film D’Alatri affronta le insoddisfazioni e le incertezze delle giovani generazioni. L’incapacità di essere felici, di vivere con serenità la vita. Non un semplice film sui sentimenti dell’amore ma su quel contorno che accompagna e spesso mina le storie d’amore, anche le più belle.

La diversa cultura, l’ambiente sociale di provenienza, la precarietà del lavoro accolgono con una corona di spine Martina e Salvatore. Il contesto spaventa come e più dell’amore. Il futuro assume toni scuri, spaventosi perché si percepisce che la favola durerà il tempo di un estate, come se ci fosse un fardello troppo pesante da trasportare. La stagionalità dell’amore e del lavoro si fondono insieme, come i rovi attorno ad una rosa. Una generazione senza punti di riferimento, un lavoro che non offre loro alcuna sicurezza per il futuro.

Dibattito finale vivace dal quale emerge che le intenzioni del regista non sempre sono messe a fuoco, in questo film dalle buone intenzioni. L’aspetto della precarietà del lavoro sembra viaggiare parallelo alla storia d’amore tra i due protagonisti. Manca un respiro comune dal quale attingere verità. Molte le riprese di Ventotene dall’alto quasi a sottolineare una libertà desiderata ma incapace di realizzarsi. Nel finale però quel senso di libertà che l’isola non è in grado di offrire passa in mano a Martina che tornata a Genova piange il perduto amore. Proseguirà i suoi studi, da lì a poco, in Spagna. Ma la vera libertà sta nel viaggiare da soli? Il regista sembra dirci che la libertà la si può trovare anche negli occhi di chi sa guardarti dentro. Quella libertà che si prova quando si è capaci di vivere a fondo un sentimento profondo, senza temerlo. Anche questo rende liberi.

 

 

 

La nostra vita

Regia di Daniele Lucchetti

Con Elio Germano, Raul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi e Giorgio Colangeli – Drammatico, ITALIA 2010

Elisa Zini – Apprezzato al Festival di Cannes 2010 l’ultimo film del regista Daniele Lucchetti: Elio Germano si porta a casa il premio come Migliore attore protagonista. Lucchetti affronta un tema attuale, reale, non facile da realizzare. Claudio (Elio Germano) è un trentenne, operaio edile della periferia romana. Sposato con Elena (Isabella Ragonese) di cui è ancora perdutamente innamorato, padre di due figli e in attesa del terzo. Una vita familiare consolidata,  piena di complicità e armonia. Un evento inaspettato sconvolge la vita di Claudio. La nascita del terzo figlio, tanto atteso, si trasforma in tragedia: Elena muore, in seguito a complicazioni durante il parto, dando alla luce il piccolo Vasco. Claudio è solo con tre figli da crescere. La sua disperazione si trasforma nella voglia di dare ai figli tutto ciò che materialmente gli è possibile: cerca così di compensare il vuoto lasciato dalla madre. Senza accorgersene si ritroverà coinvolto in affari poco leciti. Pur di garantirsi un appalto, che per la prima volta lo renderà imprenditore, Claudio ricatta il suo datore di lavoro e si cimenta in un progetto più grande di lui, con tempi da rispettare e soldi promessi che non arrivano. Il protagonista capirà, a proprie spese, che il denaro facile ha un caro prezzo. Trovandosi in difficoltà dovrà chiedere aiuto alle persone che ancora gli vogliono bene: la sorella Liliana (Stefania Montorsi), il fratello Piero (Raul Bova) e il pusher vicino di casa (Luca Zingaretti).

In questo film Lucchetti si  cimenta con una realtà di vita quotidiana, dei nostri giorni. La osserva con attenzione, decide di raccontarla e poi di metterla in scena. Pochi registi sanno emozionare trattando temi simili. Sicuramente ne è all’altezza Ken Loach: ineguagliabile l’eleganza e la poesia che il regista sa trasferire in Riff Raff e in Piovono Pietre. Non è facile emozionare ma Lucchetti, in questo film, ci prova. Non sempre ci riesce. Commuove con una canzone di Vasco Rossi urlata da Claudio durante il funerale dell’amata Elena. Moltissimi primi piani e molte sequenze a rincorrere il  corpo, mezzo busto, di Claudio, quasi a seguirlo nel suo percorso, nella sua evoluzione, nella sua fisicità, nella fatica del respiro che diventa affannato senza l’amata moglie accanto. E Daniele Lucchetti trasmette al pubblico questa precarietà che si fonde anche con  le difficoltà nel mondo del lavoro, sempre più individuale, competitivo. Lavoro in nero capace di mettere lavoratori contro altri lavoratori. Un sottoproletariato che colpisce al cuore.

Nel dibattito finale il pubblico manifesta il suo assenso: un film riuscito, piacevole, da vedere. “Qual è la relazione tra moralità e bisogno?”.  I molti spettatori, guidati dal critico cinematografico, hanno cercato di dare a questa e ad altre domande, una possibile spiegazione. Claudio è spinto dal bisogno a compiere azioni non sempre difendibili. Fino a che punto si può accettare un compromesso? Un po’ semplice, forse, il finale a lieto fine dove Claudio, grazie all’aiuto della sua famiglia, riesce ad uscire dal vortice che lo stava imprigionando. Ne esce con dignità e purezza, ripagando tutti quelli che lo hanno aiutato. Un valore che, ci dice molto bene il regista, vale molto più delle “cose” materiali, molto più del denaro. Dignità che potrà “regalare” ai suoi figli. Indovinata la scelta della colonna sonora: due canzoni di Vasco Rossi che scaldano il cuore.

 

Shutter Island

Regia di Martin Scorsese

Con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson

Drammatico, USA 2010VM 14

Zini Elisa – Presentato fuori concorso al festival di Berlino il nuovo film di Martin Scorsese non ha ammaliato la critica. Grande successo di pubblico affascinato dalla storia, dagli imprevedibili colpi di scena e da un ritmo che Scorsese, con maestria, non perde mai, per l’intera durata del film. Tempo che vola tra le mani del regista astuto e sapiente erede del cinema d’autore. Tratto da un libro di Dennis Lehane, autore di Mystic River, Scorsese, insieme alla sceneggiatrice Laeta Kalogridis, costruisce un film di genere: un thriller psicologico condotto con abilità dalla prima all’ultima scena.

Nel 1954 due investigatori, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo collega Chuck Aule (Mark Ruffalo) arrivano a Shutter Island. L’isola  ospita un grande manicomio criminale, l’impenetrabile ospedale di Ashecliffe. Teddy ha il compito di ritrovare una detenuta-paziente, scomparsa e  molto pericolosa: una pluriomicida fuggita, inspiegabilmente, da una cella blindata. Dal momento che i due agenti dell’Fbi mettono piede sull’isola ha inizio un tortuoso cammino psicologico che accompagnerà attori e spettatori in un atmosfera onirica dove nulla è in realtà come appare. Sogni e realtà tessono una trama dalla quale sarà difficile uscire. Un crescendo di eventi che coinvolgeranno il protagonista e gli spettatori in un disegno preciso, articolato, dove i fili si annoderanno ogni volta che la verità sembrerà a portata di mano. I due poliziotti, alla ricerca della detenuta, si imbatteranno in psichiatri dai metodi poco ortodossi, in pazienti psicopatici e pericolosi e in una omertà che sembra avvolgere l’isola come un manto di nebbia autunnale.

Una prima parte intrisa di rumori forti, sensi di colpa, tanto vento e pioggia da bagnare le ossa, finestre che non permettono di guardare lontano e Teddy che sprofonda sempre di più nell’incubo delle sue deduzioni, nel tentativo di risolvere il caso a lui affidato. Un mare invernale, gelido, sembra intrappolare i due agenti ostacolando ogni possibile ritorno a casa. Sentieri sconnessi, ascese e pendii che sembrano accompagnare lo spettatore nel delicato tentativo di trovare un equilibrio psicologico. Un giro di volta nel finale e i rumori si azzittiscono, il faro una metafora che accende e illumina le coscienze e Teddy riuscirà, forse, a guardare in faccia il suo incubo, ad elaborarlo.

Scorsese lancia, con questo film, uno sguardo sul Male passando dalle atrocità del nazismo (appaiono in sogno al protagonista i campi di concentramento di Dachau), alle crudeltà di un sistema che, in nome del progresso, sperimenta sul cervello umano le proprie scoperte scientifiche per approdare all’elaborazione di un trauma che, incapace di essere affrontato, cerca faticosamente di allontanarsi dalla memoria.

Nel dibattito a fine proiezione, elegantemente guidato dal critico cinematografico, uno scambio di emozioni e impressioni. Responsabilità collettiva o individuale? Elaborazione di un trauma o invano tentativo di allontanare paure e responsabilità? Droga o follia? E il Male fa parte di noi o è un entità che si può controllare? A che prezzo? Pubblico coinvolto e diviso.

Il regista sembra dirci che è impossibile indagare senza essere direttamente coinvolti. Impossibile giudicare senza guardarsi dentro: paura, aggressività, espiazione, sensi di colpa,  fanno parte del genere umano e l’uomo ne è, inevitabilmente, veliero.

Scorsese descrive un trauma e la sua difficile elaborazione costruendo un film non lineare, capace di svelarsi piano piano con un finale che spiazza il pubblico.

“È preferibile vivere da mostro o morire da uomo perbene?”: in queste parole forse l’angoscioso e cupo senso del film.

La regia di Scorsese si è imposta con forza, come è forte, sembra dirci l’Americano, la violenza del genere umano.