Nello sport ci sono ancora troppi squilibri di genere: è quanto emerge dal report “Equità, inclusione e pari opportunità nello sport”, presentato martedì 23 giugno a Palazzo Isimbardi in occasione dell’Olympic Day.
Sotto i riflettori, i risultati della prima rilevazione metropolitana promossa dalla Città Metropolitana di Milano e dal Coni, ed effettuata dalla dott.ssa Sara Martelli, ricercatrice dell’Università di Pavia.
Lo sport è riconosciuto quasi unanimemente come uno strumento di salute, crescita personale e inclusione sociale, ma quando si osservano i ruoli decisionali e le opportunità di leadership emergono ancora forti squilibri di genere.
È questa la fotografia restituita dall’indagine sulla percezione delle discriminazioni nello sport che ha finora coinvolto 106 società sportive del territorio metropolitano milanese, comprese le realtà paralimpiche, raccogliendo le opinioni di presidenti e dirigenti sulle condizioni di equità e inclusione all’interno delle proprie organizzazioni.
Se sul valore educativo e sociale dello sport il consenso è pressoché totale – l’89% degli intervistati individua nella salute fisica e mentale il principale beneficio della pratica sportiva, mentre oltre tre quarti riconosce il ruolo dello sport nella crescita sociale ed educativa delle persone – i dati mostrano come la governance delle società sportive rimanga ancora fortemente caratterizzata da una prevalenza maschile.
Oltre tre presidenti su quattro (77%) sono uomini, una percentuale che risulta sostanzialmente invariata rispetto alle precedenti amministrazioni (80%).
Ancora più significativo il dato relativo agli organismi dirigenziali: il 58% delle società dichiara di avere attualmente una dirigenza a maggioranza maschile e quasi una realtà sportiva su tre ammette di non rispettare la raccomandazione di garantire almeno il 30% di presenza femminile negli organi di governo.
La disparità appare ancora più marcata negli staff tecnici. Nel 63% delle società le squadre o gli atleti maschi sono allenati da gruppi tecnici a prevalenza maschile, mentre le società che dichiarano una maggioranza femminile negli staff non raggiungono il 5%.
Anche sul piano economico emergono differenze significative. Se il 45% delle associazioni adotta un modello di compensi uniformi per tutti i collaboratori, nelle organizzazioni in cui esistono livelli retributivi differenziati i ruoli meglio remunerati risultano occupati prevalentemente da uomini, con una presenza quasi doppia rispetto a quella femminile.
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