Cura e lavoro, un binomio ancora irrisolto. E’ quanto emerge dai dati lombardi relativi alle dimissioni volontarie dei neo-genitori nel 2025, che devono essere convalidate dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro se presentate entro i primi 3 anni di vita del bebè (art. 55 del D. Lgs. 151/2001).
I dati
Le convalide effettuate per la sola area metropolitana di Milano rappresentano più del 15% del totale delle convalide a livello nazionale. Purtroppo, la stragrande maggioranza delle persone che rinunciano al posto di lavoro per dedicarsi alla cura della prole è di sesso femminile. Su un totale nazionale di 50.770 convalide, 40.628 (ossia il 68%) riguardano le donne.
Nell’area metropolitana di Milano, la percentuale si alza: su 9.212 convalide, ben 7.042 riguardano donne, ossia il 76%.
Le motivazioni
I motivi che portano le persone a lasciare il posto di lavoro sono ben diversi in virtù del sesso di chi si dimette. L’analisi effettuata nell’area metropolitana di Milano evidenzia drammaticamente questa diversità: per il 40,4% delle donne, è l’assenza di servizi a fare la differenza, subito seguita dalle difficoltà connesse al lavoro, ossia dall’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro (33,7%).
Per gli uomini, invece, la paternità pare rappresentare un input a migliorare la propria condizione lavorativa, perché quasi il 65% dei padri si dimette a causa del passaggio ad un’altra azienda.
La riflessione
Emerge un tema sociale, ossia quello della cura ancora difficilmente conciliabile con il lavoro, come spiega la Consigliera di parità della Città metropolitana di Milano, Barbara Peres: “E’ evidente che il carico di cura dei bebé sia tuttora molto mal ripartito, con un peso importante che impatta notevolmente sulle vite e le carriere delle donne- afferma – Se l’allattamento al seno è evidentemente una prerogativa del tutto femminile, l’allattamento artificiale e il resto del carico di cura potrebbero essere ripartiti equamente tra mamme e papà: cambiare un pannolino o far addormentare un neonato sono compiti semplici che qualsiasi uomo è perfettamente in grado di assolvere e che sempre più uomini vorrebbero poter svolgere”.
Ma allora cosa fa la differenza? “Sicuramente il fatto che le mamme abbiano un periodo di astensione obbligatoria di 5 mesi contro i 10 giorni dei papà, (peraltro senza tutele sanzionatorie)”, rimarca Peres.
Cosa succederebbe se il periodo di astensione obbligatoria fosse uguale per ambedue i genitori, ovviamente con le sanzioni già previste per quello di maternità? “Molto probabilmente, cambierebbe profondamente tutto il mondo del lavoro, ci sarebbero molte più possibilità per le donne di ‘giocarsela alla pari’, in relazione alla carriera e i sempre più numerosi uomini che vorrebbero anche fare i papà non verrebbero più derisi o avversati per questo – conclude – Se il problema dell’Italia è la denatalità, forse la soluzione è mettere le persone nella condizione di poter fare serenamente i genitori senza dover necessariamente rinunciare alle proprie aspirazioni professionali e, di conseguenza, a una parte del budget familiare”.
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