Pratiche e credenze del giudaismo

Giudaismo

di Cinzia Randazzo

Ultimissime cose restano da illustrare per quanto concerne il mondo religioso ebraico.

In questo contributo concludiamo, con queste pratiche e credenze, l’iter cultuale relativo al mondo giudaico.

Il rito della circoncisione e l’osservanza del Sabato, fra tutte le prescrizioni esterne della religione ebraica, erano le principali. La prima costituiva il segno di appartenenza alla nazione prediletta del Dio Jahvè e l’attestato di partecipazione alla discendenza di Abramo ed ai vantaggi relativi alla Alleanza  stabilitasi, appunto, tra Abramo e Jahvè medesimi. La seconda prescrizione, l’osservanza del sabato, – in ossequio alla volontà di Dio (Gen 2,3), “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perchè in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (…)” (Es 20,8) “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo” (…), – era soggetta a minutissima e rigorosa normativa. Astensione da qualsiasi lavoro. Secondo i rabbini erano elencati 39 gruppi di azioni per le quali si violava il sabato. Occorre però dire che l’interpretazione fu tale che la casistica ebbe a moltiplicarsi enormemente, tanto da lasciare ben poco spazio a ciò che si doveva considerare lavoro o no. Un tutto asfissiante, pignolo. Altrettanto asfissianti e pignole si fecero nel tempo altre pratiche, come per esempio quelle riguardanti la purità, l’assunzione di cibi, ecc.:. Si tratta di un capitolo enorme, non facile a ridurre nel particolare ed in poche parole. Chi scrive si augura di averne data perlomeno una idea di massima. In ogni caso basta aprire i vangeli per capire fino a che punto si era arrivati.

Il sabato era festa settimanale: è intuibile. Il giudaismo osservava altre feste periodiche: la Pasqua, la Pentecoste,  i Tabernacoli. Tali feste erano chiamate “Feste di pellegrinaggio“, perchè ogni israelita maschio, giunto ad una certa età, nel definire la quale c’era discordia tra i rabbini, era obbligato a recarsi al tempio di Gerusalemme. La Pasqua ricordava l’Esodo dalla schiavitù d’Egitto, cadeva la sera  del giorno 14 del mese di Nisan (Aprile), e si connetteva con la “Festa degli Azimi” che si celebrava, dal 15 al 21. Tale periodo era chiamato “pasqua degli Azimi” (Es 12,1sgg). La Pasqua seguiva un rigoroso cerimoniale nel corso del quale era prevista la mescita di vino in una coppa per quattro volte intervallate dalla assunzione di pane azzimo, erbe agresti e di una salsa speciale  in cui s’intingevano le erbe medesime. In ultimo si portava in tavola l’agnello arrostito: agnello immolato nel tempio al pomeriggio dello stesso giorno. La prima coppa apriva il rito, e precedeva o seguiva a seconda delle scuole rabbiniche, la benedizione della giornata e del vino. Terminata la preghiera di benedizione e dopo che i presenti, non meno di dieci e non più di venti, avevano bevuto, si passava alla seconda coppa. Nella circostanza il capo famiglia  faceva un piccolo discorso ricordando il significato della festa. Seguiva una recitazione di salmi preceduta dalla consumazione dell’agnello insieme alle erbe nel mentre la coppa circolava; di poi una benedizione, l’usuale lavanda di mani; questa dava inizio ad un vero banchetto. Indi giro della terza coppa con una preghiera di ringraziamento, infine giro della quarta coppa detta la “coppa del sangue”.

 Questo cerimoniale pasquale, che poteva avere delle varianti o aggiunte secondo le varie scuole rabbiniche, la stessa distribuzione delle coppe poteva variare da tre a cinque volte, era osservato in linea di massima dagli israeliti. Costante era invece la questione del pane azzimo. Infatti, dalle ore 10 od 11 del 14 Nisan, ogni frammento di pane fermentato doveva scomparire. Stretto rigore per l’uso del pane azzimo in tutti i sette giorni successivi.

La festa che seguiva la pasqua era la Pentecoste, detta anche delle “sette settimane”. Tale era il periodo di tempo che la separava dalla Pasqua medesima. Durava un sol giorno. Unitamente a speciali sacrifici si offrivano in quel giorno al tempio i nuovi pani della messe appena raccolta. Sei mesi dopo, cioè a cavallo tra la fine di settembre e la fine di ottobre, i tempi sono sempre riferiti a partire dalla pasqua, veniva la festa dei Tabernacoli o delle Capanne, che durava otto giorni. Questa festa ricordava la dimora degli ebrei nel deserto e celebrava la fine della vendemmia e dei raccolti dell’agricoltura. Festa popolarissima, più della stessa Pentecoste. Sulle piazze e sulle terrazze venivano costruite con rami verdi delle capanne dove il popolo si intratteneva gioiosamente. Si andava inoltre al Tempio recando con la mano destra un fascetto di palma con mirto e salice: nella sinistra un frutto di cedro. Nella notte del primo giorno il Tempio veniva illuminato sfarzosamente. Nei giorni successivi, al mattino, un sacerdote spargeva sull’altare dell’acqua attinta processionalmente alla fonte di Siloe.

Altra solennità ebraica era quella dell’Espiazione o del kippur. Cadeva il 10 del mese Tishri, lo stesso mese delle Capanne; giorno di riposo e digiuno assoluti. Nel giorno del kippur, un solo giorno all’anno, il sommo sacerdote entrava nel “Santo dei danti”, dove compiva la simbolica liturgia del capro espiatorio (Lv 16; Eb 9,7). Per  brevità si riporta la sola parte rilevata dalla lettera agli Ebrei, lasciando al lettore, se vuole consultare anche il cap. 16 del Levitico (…) “nella seconda invece (entra) solamente il sommo sacerdote, una volta l’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso  e per i peccati involontari del popolo”.

Altre feste di carattere popolare erano quelle della dedicazione che cadeva verso la fine di dicembre: durava otto giorni a ricordo della consacrazione del Tempio fatta da Giuda Maccabeo nel 164 a.C. E la festa dei Purim (“sorti”) che cadeva ai 14 e 15 del mese di Adar (febbraio-marzo): questa a ricordo della liberazione dei giudei per mezzo delle sorti al tempo di Ester (Ester 9,20 sgg).

Se per le solennità, per ogni israelita, il digiuno era obbligatorio, è da rilevare che i giudei, almeno molti di essi, digiunavano anche altri giorni in pubblico ed in privato: ciò particolarmente nella ricorrenza di calamità passate, come ad esempio la distruzione di Gerusalemme ad opera di Nabucodonosor nel 586 a.C. Altri digiuni potevano essere imposti per decreto dei sacerdoti nel caso di gravi eventi: epidemie, terremoti, ecc. Frequenti i digiuni per devozione privata. I farisei, in particolare, molto tenevano a digiunare il lunedì ed il giovedì.

Un capitolo vasto del giudaismo è quello dei concetti religiosi, sia lo si voglia guardare nel processo storico del popolo ebraico sulla scorta delle sue vicende temporali a nostra conoscenza, e sia lo si voglia ridurre ai tempi di Gesù ed in conseguenza ai primi passi del cristianesimo. Vasto, complesso e spesso ricco di elementi di fondo, tra loro  anche contraddittori. Molto dibattuti erano i temi della angiologia, sulla gerarchia degli spiriti buoni e cattivi, sulla continuità dell’anima dopo la morte, il tutto condito, misto ed influenzato da culture e credenze dei popoli con i quali il popolo ebraico era venuto in contatto. Le dispute spesso erano violente, appassionate, però, sempre contenute nell’univoca certezza di essere, tutti, popolo eletto di Jahvè. Pure con varie sfumature era l’attesa messianica e liberatrice. Il giudaismo palestinese insegnava che prima dell’oltretomba dovevano accadere due grandi fatti: la venuta del messia e il dramma dei tempi estremi. Molto spesso i due fatti, di per se distinti, furono congiunti e mescolati insieme, offrendo così materia alla letteratura apocalittica. Ferma era la convinzione che il messia sarebbe disceso dalla stirpe d’Israele: con più precisione dalla casa di Davide. Un messia trionfante su tutte le nazioni pagane, vero dominio nel Dio d’Israele su tutti gli uomini, il regno di Dio sulla terra. Una escatologia teologica che per molti, per i più, si esauriva in una visione in proiezione politico-istituzionale.

Sulla questione della risurrezione dei morti il mondo giudaico era diviso. Nel giudaismo di Alessandria, a contatto con la filosofia platonizzante ellenistica, la risurrezione non aveva senso: nella vita presente il corpo corruttibile era una pesante catena imposta all’anima “prigioniera”. Solo con la morte l’anima del giusto si liberava dal suo carcere ritornando a Dio, dove trovava il meritato riposo (Sap 9,15) o premio. Diversamente si credeva nel giudaismo palestinese che, non conoscendo il platonismo, era invece portato a considerare il composto umano un “quid unum“, per cui si rendeva necessaria una soluzione capace di non dissociare questa visione unitaria dell’individuo: da ciò la risurrezione del corpo. La disputa sulla fede nella risurrezione è particolarmente tenuta tra farisei e sadducei per quanto attiene al giudaismo palestinese. I farisei l’affermavano nettamente, mentre i sadducei la respingevano ed era pertanto, e per loro, inutile pregare in attesa della risurrezione di chiunque avesse già fatto l’ultimo passo della vita.

Si presume per ciò che è stato detto sul mondo ebraico, di avere dato una sia pur minima idea dei suoi molteplici aspetti: credenze, abitudini, situazioni sociali e religiose, ecc. O almeno quel tanto, non si sa con quanta chiarezza, che possa essere ritenuto esauriente nei modesti limiti del presente saggio.