Quando lo sguardo viene scritto nel sistema: la costruzione dei doppi spazi e la frattura del soggetto in The Last Performance
Lo spettacolo si apre ufficialmente all’interno di un sontuoso teatro, costruito come un modellino in miniatura. Subito dopo, all’uscita di un teatro reale in rovina, il Clown emerge dall’ombra con passi esitanti, come in attesa di un comando destinato a non arrivare mai. È questa la scena che introduce The Last Performance (2025) dell’artista Yuqi Wang. Affiancando la simulazione della prosperità alla desolazione del reale, Wang costruisce un “sistema di felicità programmata” e rivela come il soggetto, all’interno di tale struttura, venga compresso, fratturato e ricomposto.
The Last Performance utilizza il doppio schermo e la piegatura spaziale come meccanismi centrali, generando due campi che si sovrappongono e si infiltrano reciprocamente. All’inizio dell’opera, i due schermi mostrano la stessa scena da angolazioni diverse: i movimenti sono leggermente sfalsati, pur essendo speculari, creando una relazione visiva simultaneamente sincronica e instabile—come accedere allo stesso blocco di dati da due porte differenti. Con l’avanzare del video, questa parallelità si infrange: la folla stipata nel teatro in miniatura inizia a sovrapporsi allo spazio reale e vuoto del teatro abbandonato. La camera passa dall’uno all’altro tramite un “montaggio per spostamento”, in cui un’azione avviata nel mondo del modello trova la sua continuazione, un secondo dopo, nella rovina reale. In questo modo, prosperità e decadenza cessano di essere opposti e si rivelano come due stati operativi dello stesso sistema: la prima, una superficie programmata di felicità; la seconda, la cenere prodotta dal trabocco dell’algoritmo.
In questa doppia realtà che continuamente si sovraccompone, il Clown sembra risvegliato da un comando nascosto, trasformandosi gradualmente da “personaggio chiamato in scena” a “veicolo della frattura del soggetto”. Lo vediamo dapprima osservare il proprio riflesso in uno specchio incrinato, posto sul pilastro di una giostra, mentre con le mani tira un sorriso perfetto ma forzato. Non è un’espressione di gioia, ma un’operazione di “calibrazione emotiva”. Il suo sorriso viene ricomposto nei frammenti dello specchio come se dovesse allinearsi a un modello predefinito di felicità. Poi il Clown si esibisce ancora e ancora su un palcoscenico vuoto: il suo corpo sembra essere stato scritto dentro un loop performativo senza interruzioni. I suoi gesti sono precisi, ma non c’è pubblico. È come se ciò che conta non fossero più gli spettatori: lo sguardo stesso è ormai gestito dal sistema. I suoi movimenti rispondono ai comandi del backstage, non all’emozione della scena.
Il sistema collassa definitivamente quando incontra “l’altro Clown”. Due entità identiche ma separate si inseguono nel teatro vuoto: una tenta di avvicinarsi, l’altra fugge disperatamente. La relazione speculare non regge più: a emergere è il conflitto tra copie multiple. È il momento in cui la moltiplicazione del soggetto—i suoi multiple instances—diventa tangibile. Il Clown non è più un individuo, ma un nodo di coscienza diramato, costretto a operare nel paradosso tra l’essere sé stesso e il fuggire da sé stesso.
Il Clown non è un personaggio autonomo: è l’alter ego generato dal corpo dell’artista. La traiettoria biografica di Yuqi Wang, tra Asia orientale, Europa e Nord America, l’ha posta a lungo in una trama di lingue, religioni e sistemi di valore eterogenei. Questa condizione migrante produce un’esperienza soggettiva strutturalmente fratturata, ricodificata, ricomposta. È proprio per questo che la logica spaziale dell’opera—prosperità e rovina, modello e realtà, individuo e duplicato—trova una corrispondenza profonda nella sua struttura interiore. Il personaggio non viene interpretato: viene restituito. Le scene non sono scenografie teatrali: sono interfacce visive della storia psichica dell’artista.
Alla fine, ciò che rende The Last Performance particolarmente potente è la sua decisione di negare qualsiasi via d’uscita allo spettatore. Il Clown non può fuggire dal teatro, il parco abbandonato non può rinascere sotto il nostro sguardo; non si tratta della conclusione narrativa, ma dell’eco inevitabile della struttura stessa del sistema. Lo spettatore non è mai realmente esterno: il suo sguardo è già scritto nella scena, diventato parte del copione. E così, all’interno di questo ciclo, emerge una domanda che non possiamo eludere: nella più grande macchina narrativa del mondo, dove ci troviamo realmente? Siamo osservatori o siamo già parte dei dati che la compongono?
Yuqi Wang, nata nel 2000 a Shanghai, si è laureata in Arte Multimediale presso l’Università di Westminster (Regno Unito). Durante l’adolescenza ha studiato nel Regno Unito e ha vissuto in Cina, Hong Kong, Singapore, Francia e Stati Uniti, sviluppando una visione interculturale e una sensibilità estetica plurale. Le sue opere sono state esposte al Guardian Art Center di Pechino, al Museo d’Arte Liu Haisu di Shanghai, all’Himalayas Museum di Shanghai, al Los Angeles Convention Center e al Multimedia Art Museum di Mosca. I film di arte sperimentale a cui ha collaborato sono stati selezionati per sezioni collegate al Festival di Cannes e al BAFTA.
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