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giovedì, Settembre 24, 2026

Come ridurre l’impatto ambientale della plastica nell’oceano

All’improvviso, mentre state nuotando nelle acque limpide e fresche del mare, sentite qualcosa sfiorarvi una parte del corpo. Credete sia un pesce ma poi arriva l’amara scoperta: è un pezzo di plastica. A tutti più di una volta nella vita è capitato di imbattersi in un rifiuto simile, non solo incontrandolo in maniera ravvicinata ma anche avvistandolo da lontano galleggiare nell’acqua, come facesse parte dell’ecosistema marino. E invece non è così.

Piccoli aggregati di rifiuti che vediamo in lontananza dalla riva poi sono niente in confronto a cosa si trova in alcune aree dei mari o degli oceani: vere e proprie isole di plastica, quantità di rifiuti che si sono accumulati nel tempo, risultato di smaltimenti o di disastri ambientali. A raggrupparli le correnti oceaniche, che li spostano e fanno aumentare di volume.

La più grande isola al momento risulta la Great Pacific Garbage Patch nell’Oceano Pacifico, tra California e Arcipelago Hawaiano, che ricopre una superficie grande quanto quella dell’intero Canada.

Come fa la plastica a finire nel mare o negli oceani?

Secondo il portale Our World in Data circa l’80% di tutta la plastica presente negli oceani proverrebbe dai fiumi, mentre la restante parte, pari al 20% da reti da pesca, funi e imbarcazioni. A trasportare il rifiuto non ci pensano solo fiumi di grosse dimensioni, come si era portati a credere inizialmente, ma anche piccoli corsi d’acqua. E naturalmente è l’uomo a provocare questo fenomeno, mettendo in pratica una mala gestione dei rifiuti, in particolare i Paesi in via di sviluppo, anche se non sono gli unici. Importanti dispensatori di plastica sono anche le città che si trovano vicino al mare. Persino le forti precipitazioni influiscono perché conducono i rifiuti abbandonati al suolo verso l’acqua dei fiumi, che a sua volta li dirige in mari e negli oceani. I ricercatori sostengono che basterebbe migliorare la gestione dei corsi d’acqua per ridurre metà dell’inquinamento generato dalla plastica. La criticità principale di questo rifiuto è che non si degrada mai completamente: si riduce in micro frammenti sempre più piccoli, che diventano microplastiche, che finiscono per diventare cibo per pesci, mammiferi e altre specie marine. Anche l’uomo risente di una serie di conseguenze che lui stesso, con l’azione di far arrivare direttamente o indirettamente la plastica in mare e negli oceani, crea ogni giorno. Se pesci, crostacei e altre specie ingurgitano microplastiche, significa che queste entreranno nella nostra catena alimentare, una volta che saranno prelevati dal mare e cucinati, finendo nei nostri piatti.

Operazioni di clean up nelle spiagge

La plastica c’è, è un problema reale e va affrontato. Ormai tornare indietro è impossibile, però si possono compiere una serie di azioni per cercare di contenere i danni fatti finora e ridurre l’impatto ambientale che il rifiuto provoca. Un’iniziativa che chiunque può svolgere, indipendentemente da età e disponibilità economiche, è la pulizia delle spiagge, conosciuta anche come “beach clean-up”. Sempre più associazioni, ma anche Comuni, organizzano ogni anno momenti dedicati alla rimozione della plastica dai litorali, solitamente a ridosso della stagione estiva prima che comincino a popolarsi di bagnanti desiderosi di trovare un contesto pulito e ambientalmente sano.

Di solito sono eventi aperti a tutti, funzionali anche a sensibilizzare rispetto alla questione inquinamento plastica e far prendere consapevolezza degli esiti che certi comportamenti possono provocare sull’ecosistema, ma anche di riflesso su noi stessi. A ciascuno dei partecipanti, prima di cominciare le operazioni, viene consegnato un kit composto da guanti, buste, raccoglitore e mascherine per procedere con la raccolta.

Il supporto della tecnologia

Anche riciclare correttamente la plastica è un gesto essenziale per far sì che non finisca in mari e oceani. Ai singoli tocca fare un’ottima raccolta differenziata, poi fortunatamente esistono aziende specializzate nella raccolta e riciclaggio dei rifiuti come GVM che si occupano di completare la trasformazione dello scarto, dandogli nuova vita o smaltendolo nel modo più corretto, dopo aver messo in atto specifici processi.
E dove non arrivano gli uomini, c’è la tecnologia a dare una mano: tornando alle isole di plastica, l’organizzazione Ocean Cleanup ha progettato una macchina mangia rifiuti proprio per rimuovere la Great Pacific Garbage Patch di cui si parlava all’inizio. Per farlo sfrutta le correnti oceaniche: raccogliendo detriti plastici di ogni tipo e dimensione. A pensarla un ragazzo di diciannove anni di nome Boyan Slat qualche anno fa, poi gli ingegneri dell’ong olandese hanno sviluppato e concretizzato il progetto. Dopo una serie di tentativi e continui perfezionamenti, che hanno portato prima alla creazione di System 001 e System 001/B0, è arrivata System 002, fatta di una grande barriera di galleggianti e reti, più imponente e più efficiente delle versioni precedenti.

Composta da tre navi che si affidano ai droni per identificare i punti in cui si trova la plastica, il dispositivo si basa su un sistema di reti larghe 2,5 km e profonde 4 metri che raccolgono i rifiuti e li incanalano in un’ampia zona di ritenzione. Una volta tolti dall’acqua, la plastica viene messa in contenitori e inviata per il riciclaggio o per il riutilizzo. Un sistema che certamente continuerà a implementarsi, insieme a tanti altri, per, se non risolvere, almeno tamponare in maniera importante il problema della plastica nei mari e negli oceani.

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Davide Falco

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