
Conversazioni di ordinaria medicina: “Dottore che posso fare per migliorare il mio diabete?” Dottore: “lei si muove? Cammina?” “no, dottore”, “Beh, prima di tutto inizi a fare attività fisica”. Il consiglio è corretto ma così proposto non avrà alcun effetto.
La nuova tendenza è considerare l’esercizio fisico come una vera e propria terapia da prescrivere, stilando una vera e propria ricetta. Anche l’American Diabetes Association ha analizzato una lunga serie di studi arrivando alla conclusione che alcuni cambiamenti nello stile di vita come una sana e corretta alimentazione e una regolare attività fisica sono in grado di ridurre di oltre il 50% il rischio di diabete di tipo II in soggetti geneticamente predisposti e quindi ad alto rischio.
Conclusioni culminate in un importante documento di consenso, le cui indicazioni sono arrivate dal finlandese Diabetes Prevention Study che ha in stabilito le quantità minime di esercizio per prevenire la malattia: basterebbero infatti 150 minuti a settimana. Quindi 30 minuti per cinque giorni a settimana o 50 minuti per tre sessioni, basta non far passare mai più di due giorni tra un allenamento e l’altro.
L’esercizio fisico svolto con regolarità costituisce invece una indicazione preziosa che deve essere tradotta e trasferita al paziente in maniera corretta” spiega il Professor Paolo Montera, dell’Università di Tor Vergata, Endocrinologo e Medico dello Sport del Servizio di Endocrinologia, Nutrizione e Metabolismo della casa di cura Villa Valeria di Roma “innanzitutto esiste una differenza sostanziale tra attività ed esercizio fisico ove quest’ultimo è caratterizzato da un impegno muscolare strutturato e ripetitivo. Dire ‘deve fare attività fisica’ o “si muova di più” è una raccomandazione generica ed anche una occasione sprecata.
Oggi chi si occupa del settore del trattamento miodinamico delle malattie metaboliche, deve essere in grado innanzitutto di motivare il soggetto e poi di saper ‘prescrivere’ l’esercizio fisico dando al paziente tutti gli strumenti per mettere in atto il proposito, nel modo a lui più congeniale e stimolante. Dobbiamo quindi consegnargli una prescrizione in cui siano indicati la durata, l’intensità il tipo di esercizio e l’obiettivo che si vuole raggiungere, che nel caso dei soggetti diabetici di tipo II sarà sia ponderale che metabolico, agendo sia sul peso corporeo (circa l’80% dei soggetti è in sovrappeso/obeso) che sui valori emato-chimici, non solo glicemici, alterati.
Una attività fisica prescritta e strutturata quindi può essere il primo passo per evitare l’insorgenza del diabete in soggetti a rischio o per tenere sotto controllo la malattia prima di ricorrere all’uso dei farmaci. Una sessione di esercizio o sport esercita i suoi effetti benefici sui livelli del glucosio circolante (Glicemia) sino a 72 ore dopo la fine dell’attività.
Almeno 150 minuti a settimana di esercizio misto (70% moderato e 30% vigoroso) insieme a una dieta modicamente ipoglucidica, permette di ottenere un calo ponderale del 5-7% e ha mostrato di migliorare la tolleranza al glucosio più di un farmaco come la Metformina. Per molto tempo si è pensato che gli esercizi di potenza (pesistica, velocità, forza) potessero rappresentare un rischio per il paziente diabetico, ma recenti studi hanno dimostrato che, se eseguiti sotto la supervisione di un esperto, questi esercizi possono essere svolti in sicurezza e anzi sono complementari a quelli più collaudati di resistenza.
Il programma di allenamento dovrà prevedere un graduale incremento dei carichi di lavoro in modo da creare quegli adattamenti salutari, sia a livello muscolare che metabolico, che porteranno a un migliore stato di salute generale e a una riduzione dell’assunzione dei farmaci o delle unità di Insulina abitualmente somministrate, cosa questa, in generale, molto gradita dai pazienti.
Dobbiamo quindi considerare l’esercizio come un vero e proprio farmaco per tutte le patologie metaboliche, sicuro ed efficace. D’altro canto anche l’American College of Sport Medicine, solo due anni fa, ha evidenziato come questa quantità di movimento può contribuire a prevenire e curare oltre 40 patologie, da quelle cardiovascolari ai tumori sino alla depressione e all’osteoporosi.
Va ricordato infatti che l’assenza di movimento, altrimenti detta sedentarietà, è la quarta causa di mortalità e invalidità nel mondo e che l’Italia, sotto questo aspetto, ha il triste primato di essere il paese più sedentario d’Europa e nella scuola con meno ore di Educazione Fisica (Indagine CONI-ISTAT 2014).



