Teatro Out Off: “Il sogno di un uomo ridicolo” di Dostoevskij

Il sogno di un uomo ridicolo
Il sogno di un uomo ridicolo

Torna all’Out Off lo spettacolo che questa primavera ha fatto discutere e ha appassionato il nostro pubblico  “Il sogno di un uomo ridicolo” con la regia di Lorenzo Loris e uno strepitoso Mario Sala. Un racconto fantastico, scritto intorno al 1876 da Dostoevskij, che riesce a parlarci ancora oggi della necessità dell’utopia proprio in un momento in cui il futuro, più che un sogno fantastico, è un incubo distopico.  Per Dostoevskij l’uomo deve porsi degli obiettivi positivi perché  la felicità sulla Terra può esistere e cercarla non solo ha senso, ma è forse l’unica cosa che abbia senso fare.

Nel suo percorso di questi ultimi anni, tutto incentrato sui rapporti fra letteratura e teatro, fra parola scritta per essere letta e parola scritta per essere detta, Lorenzo Loris si era già imbattuto in Dostoevskij nel 2015 con il suo lucido e sognante allestimento de Le notti bianche. Dai soprassalti emotivi dei due protagonisti di allora, da quell’intero attimo di beatitudine concesso dalla bella Nasten’ka al suo impossibile amante, ci si porta ora con questo Sogno di un uomo ridicolo a un racconto per una voce sola, in cui quell’attimo si dilata però fino a raggiungere dimensioni cosmiche, e quella beatitudine si fa redenzione. La parola, qui, è già monologante, pronta per l’uso per così dire, in un racconto tutto scritto in prima persona, con un protagonista forte, evocativo in ogni suo gesto e in ogni sua parola. Quasi a dimostrare, come l’attento e instancabile lavoro di Loris sembra volerci suggerire, che questi due mondi, letteratura e teatro, possono felicemente travasarsi l’uno nell’altro in modo quasi osmotico, e in questo trasvolare dalla pagina al palcoscenico la parola letteraria vibrare di nuove risonanze.

Dostoevskij concepisce Il sogno di un uomo ridicolo come un racconto fantastico, scritto intorno al 1876 e inizialmente inserito nel Diario di uno scrittore. Un uomo ripercorre la sua vita e le ragioni per cui si è sempre sentito estraneo alla società. Ogni interesse, ogni impulso vitale sembra in lui ormai drammaticamente destinato a esaurirsi nel nulla, quando ecco la svolta salvifica presentarglisi in forma di sogno, suggerendo un’improvvisa quanto inaspettata opportunità di riscatto. Il racconto decolla così assieme al suo protagonista, si sposta di piano e approda in altri mondi: le anguste pareti di una povera stanza in affitto esplodono letteralmente nello spazio, e una rivelazione di trascinante potenza si offre disinteressata agli occhi dell’uomo con la forza di una resurrezione per il suo corpo segnato dal dolore e dalla sconfitta. La felicità sulla Terra può esistere, e cercarla non solo ha senso, ma è forse l’unica cosa che abbia senso fare. Ora l’uomo ridicolo lo sa, l’ha vista e toccata con mano, il suo sogno gliel’ha inequivocabilmente mostrata, e ciò che si è visto c’è, non può non esserci. La sua condizione non gli è più di peso, e il tempo della sua vita ora è un tempo pieno, un tempo di parole da regalare, di semplici verità da confidare, senza patemi, a chi, casomai, tra una risata e l’altra le volesse ascoltare.

Note di regia

Un uomo qualunque sa di non essere considerato come vorrebbe, di non essere creduto: non solo, di essere addirittura costantemente deriso per ciò che pensa e dice. Dove può, quest’uomo, trovare la forza di continuare a vivere? Come può entrare in relazione con gli altri?  Nel suo cuore ferito e consapevole, la vita, a poco a poco, non può che spegnersi. Perché la sua esistenza abbia un senso è necessario che qualcuno gli risponda. E’ indispensabile che quella piccola fiammella che arde dentro di lui si alimenti attraverso uno scambio di attenzione, di affetto, di amore.

Ma se tutto ciò gli viene a mancare, niente vale più la pena.

All’improvviso accade però che quest’uomo, afflitto dall’inutilità di essere al mondo, riprenda forza e vigore attraverso un sogno e ritrovi la volontà e la gioia di vivere. Ha deciso infatti di trasmettere agli altri la propria straordinaria esperienza, basata su una verità incontrovertibile, tanto semplice ed evidente da non essere vista: l’amore salverà l’umanità e ciò che la circonda.

Questo è ciò che lo stravagante  protagonista vuole comunicarci.  E per questo viene scambiato per un pazzo. In fondo, il testo di Dostoevskij sta tutto qui.

La nostra scelta per rappresentarlo è stata radicale. Abbiamo prosciugato ogni aspetto predicatorio, cercando di far emergere oltre che un valore religioso più universale, anche una visione profeticamente apocalittica del mondo contemporaneo su cui poter riflettere, filtrata però attraverso il candore e la simpatia del protagonista.

 Sulle tavole di un teatro in disarmo, in uno spazio svuotato, uno spazio destinato alla finzione in cui non c’è più niente da fingere, assistiamo al confronto fra uno strano individuo e le sue avventurose fantasie;  una specie di clown, che vorrebbe svelare una verità importante a coloro che lo ascoltano ma non intendono prenderlo sul serio. Lui ne è cosciente e ne soffre. Ma in fondo non gli importa. Basta che il suo messaggio salvifico prima o poi raggiunga qualcuno e risvegli le anime morte delle persone che incontra.

Se ponessimo,  per un attimo, l’attenzione  sulle piccole meschinità quotidiane che tutti noi commettiamo nei confronti degli altri, allora capiremmo quante volte perdiamo l’occasione di tendere una mano a un nostro simile in difficoltà per trasmettergli anche il più semplice gesto d’amore.

L’ egoismo, la corruzione, la malvagità non sono inevitabili, il Male non è insito nella natura umana; una nuova via è possibile, una nuova umanità, in pace con se stessa e con la Terra, può nascere e prosperare. Dostoevskij sceglie, per diffondere “la lieta novella”, un uomo insignificante, un emarginato: proprio dai più umili può iniziare il riscatto.

                                                                                                                                     Lorenzo Loris

“Facciamo gesti d’amore e saremo belli. “

Dostoevskij visionario. I suoi romanzi cupi, tormentati hanno continui squarci fantastici che ci portano in altri mondi, in altre epoche, in altre dimensioni. I suoi personaggi hanno continui slanci fuori dalla loro realtà, dalla loro esistenza dolorosa, umiliata, frustrata. Spesso, è vero, siamo trascinati in incubi, angosciose immersioni nel subconscio, messaggi disperati, previsioni apocalittiche. Penso ai sogni di Raskolnikov in “Delitto e castigo”: la cavallina che viene crudelmente uccisa dal padrone, anticipazione dell’omicidio della vecchia usuraia, o l’incubo finale in cui l’umanità è distrutta da microbi micidiali fautori di follia. E ancora nei “Fratelli Karamazov” il poema che Ivan inventa per il fratello Alioscia: il Grande Inquisitore, torvo personaggio che affronta Cristo ridisceso sulla terra, lo aggredisce, lo incalza con la sua logica spietata, lo respinge. Ma ci sono anche sogni liberatori, sereni, attimi di sospensione in cui l’uomo si ritrova fuori dalla sua tormentata quotidianità e vive sospeso in una beatitudine che gli sembra irreale. Ricorrente nei romanzi della maturità è il sogno della cosiddetta “età dell’oro”, presente ne “L’adolescente”, ne “I demoni”: il sogno di un’umanità felice, in pace, senza conflitti, il sogno di una natura intatta, di un’armonia che abbraccia tutto il creato. E in questo sogno affiora il grande tema dell’amore: l’uomo, ci dice Dosotevskij, è nato per amare, per dividere con i propri simili affetto, tenerezza, comprensione. E se siamo circondati da violenze, delitti, perversioni, guerre cerchiamo anche noi di far affiorare il sogno (forse, appunto, il sogno di un uomo ridicolo) di un’altra possibilità più umana, per noi umani. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, anche noi travolti dal nostro quotidiano affanno: ma è così semplice un gesto d’amore verso chi ci sta vicino. Ecco quello che l’uomo ridicolo vuole predicare: amatevi. E lo prendono per pazzo. Non importa. Basta che il messaggio arrivi. Cadrà nel vuoto, forse. O germoglierà. E allora forse qualche frammento dell’età dell’oro si realizzerà su questa nostra terra così desolata. La bellezza salverà il mondo, ci dice Dostoevskij ne “L’idiota”: non è la bellezza esteriore, è una bellezza interiore che nasce dall’amore. Facciamo gesti d’amore e saremo belli.

                                                                                                                       Fausto Malcovati

Due righe su “L’Uomo ridicolo”

Se qualcuno mi fermasse per strada promettendo di rivelarmi la magica parola che da sola avrebbe la forza di rimettere ogni cosa in ordine su questa nostra Terra, probabilmente tirerei dritto. Sorriderei forse, per educazione, ma tirerei dritto. Lo spirito dei tempi non vede di buon occhio l’utopia. Siamo tutti orgogliosamente pieni di concretezza, di cose da fare, di fatti-non-parole. L’idea che ogni cosa possa davvero cambiare, che il mondo possa diventare molto migliore, che si possa trovare infine la felicità su questa Terra, ci appare perfino ridicola. Roba per adolescenti, per adepti di qualche nuova o vecchia religione, per visionari con la testa fra le nuvole. Forse le cose stavano già così ai tempi di Dostoevskij, o forse no. Sta di fatto che in questo racconto non c’è un tempo e non c’è uno spazio: non siamo necessariamente in Russia, nessun dettaglio la richiama al di fuori del nome dell’autore, e non si percepisce sullo sfondo una precisa epoca storica. L’uomo ridicolo potrebbe abitare ovunque e in qualunque tempo: per questo mi piace, e ci è piaciuto, pensare a lui come a qualcuno che giri tra noi, con il suo carico di sconfitta e umiliazione e il suo sogno da raccontare. Con la sua utopia da comunicare: ridicola quanto lui stesso sa di essere, ma proprio per questo più lieve e perfino meno compromettente all’ascolto.

                                                                                                                                                          Mario Sala

Estratti Rassegna Stampa

Quello del sogno è un leit-motiv nella poetica di Dostoevskij, che nasconde la speranza che dalla  ferocia fiorisca una nuova epoca d’equità e pace. È la forza dell’utopia. La forza della regia sta invece nella scelta di Loris di aprire il sipario che nascondeva la platea. Il nostro sguardo si allarga alla sala deserta. L’uomo ridicolo fa capolino tra le poltrone vuote. Diventa credibile e serio nell’atto in cui riconosce la propria follia, e stigmatizza le brutture dell’angosciante mondo contemporaneo che ha contribuito a creare.

C’è quindi il riferimento tutto dostoevskijano alla bellezza che salva il mondo. Che qui si traduce in un atto d’amore per il teatro, oltre che per la vita e l’umanità.

Vincenzo Sardelli, KLP

L’idea di capovolgere il senso della rappresentazione, spostando gli spettatori sul palco e lasciando in mezzo a loro lo spazio all’attore è una soluzione che ha un significato forte. Chiede allo spettatore di lasciarsi coinvolgere, di immaginare insieme all’attore questa “nuova terra” sognata, di vedere il mondo da un nuovo punto di vista, di rimettersi in discussione: quelle sedie vuote di teatro, che a un certo punto l’attore percorre in una ardita e quasi dissacrante ascesa, sono come i nostri cuori, vuoti e desolati, senza l’amore, che non è sentimento melenso ma nasce prima di tutto dal rispetto, per sé stessi, per gli altri e per tutto ciò che ci circonda.

Ugo Perugini, Il Mirino

In scena, con il protagonista, un centinaio di spettatori a platea volutamente vuota, in un rituale di tesa e commossa attenzione, come un confidente salotto di amici, mentre Sala dominava la scena, prima ironizzando sull’eccentrica natura clownesca del personaggio, più risibile che ridicolo. Ma progressivamente passando a un nucleo centrale di ispirata poesia, in un afflato di amore e d’innocenza. Forse di dolore. Togliendosi le poche ridicole bardature di clown, per passare, in scuro, a una sua coraggiosa esaltazione d’amore verso l‘umanità. Che allora non l’avrebbe capito. E che oggi gli darebbe del pazzo.

Paolo Paganini, Lo Spettacoliere

Mario Sala un po’ uomo un po’ clown, un po’ straziante e un po’ irritante, passa dal grottesco al tragico, dalla rabbia alla all’abulia, assente e inutile, poi intenso e partecipante, attento alla gestualità che la regia di Loris ben guida e, grazie alla platea che vuota si spalanca alle spalle dell’attore, crea momenti suggestivi per un racconto profetico, potente e nitida parabola della condizione umana.

Magda Poli, Il Corriere della Sera

Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij, scritto nel 1876, è un breve, delizioso racconto fantastico qui nella bella traduzione e drammaturgia di Fausto Malcovati e Mario Sala che trova una fisionomia meno visionaria ma di maggiore dolenza e tenerezza nella nitida, semplice, efficace messa in scena di Lorenzo Loris e nell’interpretazione generosa e sapiente dello stesso Mario Sala.

Anna Bandettini, La Repubblica

Lorenzo Loris, regista stabile del Teatro Out Off dove condivide la direzione artistica, nella sua lunga attività ha realizzato un originale percorso attraverso la drammaturgia contemporanea e del Novecento. Nel 2011 ha vinto il Premio ANCT – Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, in particolare per il suo accurato e fine complesso di messinscene pinteriane.   Negli ultimi anni ha esplorato i grandi autori del Novecento, soprattutto italiani ( Testori, Gadda, Pasolini, Moravia, Calvino, Buzzati, Parise), indagando il rapporto tra letteratura e teatro.  L’ esplorazione di Lorenzo Loris si è poi allargata anche ad autori del Novecento europeo che con la loro opera letteraria hanno influito fortemente sul teatro quali Dostoevskij e Schnitzler.

Mario Sala Gallini, attore, in teatro ha lavorato tra gli altri con Carlo Cecchi, Giampiero Solari, Dario D’Ambrosi, Toni Bertorelli, Massimo Navone, Andrè Ruth Shammah.  Dall’assidua collaborazione con Lorenzo Loris e col Teatro Out Off sono nati, tra gli altri,  gli spettacoli “Tempo d’arrivo” di Lorenzo Loris (1986), I costruttori d’imperi di Boris Vian (1992), Naufragi di Don Chisciotte di Massimo Bavastro (2002 Premio della Critica), Note di cucina di Rodrigo Garcia (2003), Bingo di Edward Bond  (2004) (Premio UBU 2005 come migliore novità straniera),  Terra di nessuno di Harold Pinter (2007), Il Guardiano di Harold Pinter (2010 Premio dell’Associazione Nazionale della Critica), Vera Vuz di Edoardo Erba (2013); Prodigiosi deliri (2013), dagli studi di Sigmund Freud.  E’ anche autore di libri per l’infanzia per l’editore Mondadori.

Fausto Malcovati, traduttore e critico teatrale, è stato docente di Lingua e Letteratura Russa all’Università di Milano, è uno dei massimi esperti di teatro e cultura russa. Oltre ad aver tradotto tutto il teatro di Čhecov e ad aver lavorato sugli scritti teorici dei principali maestri della regia, Stanislavskij, Mejerchol’d e Vachtangov, si è occupato di simbolismo russo, in particolare di Vjaceslav Ivanov e di Valerij Brjusov, di narrativa della seconda metà dell’Ottocento, con monografie e saggi dedicati a Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj. Nel 2016 gli è stato assegnato il Premio speciale UBU alla carriera.

Prenotel  0234532140 lunedì ore 10 > 18 e martedì > venerdì ore 10 > 20; sabato ore 16 >20

Ritiro biglietti Uffici via Principe Eugenio 22. Lunedì > venerdì ore 11 > 13;

Botteghino del teatro, via Mac Mahon 16 da martedì a venerdì 1 ora prima dello spettacolo, sabato h 16 >21, domenica h 15 >17

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Intero 18 Euro – costo prevendita e prenotazione 1,50/1,00 Euro

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FreeYoung & FreeSenior                         40 € 6 spettacoli; 20 € 3 spettacoli

Passepartout Promozione riservata ai residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10 €, ingresso a 6 € per tutti gli spettacoli in programma.

Riduzione 12 Euro under 25 ; 9 Euro over 65 Convenzione con il Comune di Milano

Orari spettacoli martedì, mercoledì e venerdì ore 20.45; giovedì e sabato ore 19.30; domenica ore 16.00

Parcheggio convenzionato, Garage Govone, via Mac Mahon 9 – 2€ all’ora Tel. 0233609770

Trasporti pubblici  Metro 5 fermata Cenisio, tram 12-14 bus 78 Accesso disabili con aiuto

Teatro Out Off 20155 Milano via Mac Mahon 16,  Uffici via Principe Eugenio 22 telefono 02.34532140

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Teatro Out Off: progetto ‘Trilogia dell’Est Europa’

Verso Cassandra
Verso Cassandra

Da giovedì 14 novembre a domenica 8 dicembre, tornano così a Milano tre autori a differente titolo “dissidenti” e portatori di quelle energie che avrebbero portato alla dissoluzione del blocco sovietico: il liberale cecoslovacco Václav Havel – che sarebbe divenuto il presidente della repubblica del suo paese liberato – con Memorandum, commedia acida di teatro dell’assurdo, e i post-comunisti est berlinesi che da quei cambiamenti sarebbero stati travolti Heiner Müller con L’Orazio, apologo corale nel canone del dramma didattico brechtiano e Christa Wolf con Cassandra, fortunato romanzo storico divenuto un cult-book per tutti i movimenti di riscatto femminile.
Forme di dissidenza molto diverse – dall’esterno e dall’interno del sistema comunista – ma testi legati dalla medesima sete di critica e di verità, di opposizione contro le false alternative ideologiche (Christa Wolf), contro la disumanità dei linguaggi e delle relazioni artificiali (Václav Havel), contro il pensiero unico privo di dialettica (Heiner Müller).
Ma soprattutto tre testi molto belli, tre gioielli derivanti da generi diversissimi che Teatro Out Off e Farneto Teatro hanno deciso, in occasione del trentennale dalla Caduta del Muro di Berlino, di rimettere in scena, come atto consapevole e ponderato senza nostalgia o autocelebrazione. Infatti, se nel 1989 decollava il sogno di un mondo globalizzato e senza più muri, trenta anni dopo eccoci cittadini di un mondo globale percorso da mille desideri di nuovi muri.
Si parte dunque giovedì 14 novembre con la prima nazionale di Memorandum, commedia divertente e surreale, una vera e propria orgia verbale appartenente per ammissione del proprio autore al Teatro dell’Assurdo, carica di ascendenze ad Hajek e Kafka.
Il lavoro in scena fino a domenica 24 (e inserito in Invito a Teatro) è stato completamente riallestito. Intorno a Elisabetta Vergani, unica ad aver recitato anche nella prima edizione, un nuovo cast formato da Sebastiano Bronzato, Ludovico Fededegni, Lorenzo Frediani, Luca Mammoli, Valentino Mannias, Silvia Valsesia, Stesse musiche di Ramberto Ciammarughi e scene e costumi di Silvia Tramparulo in collaborazione con Cristina Colombo. Il 14 novembre, alle ore 19.30 il Console Generale della Repubblica Ceca Jiri Kudela porterà un saluto in occasione del debutto dello spettacolo. Il 15 novembre alle ore 18 Laura Boella, filosofa, accademica e traduttrice dialogherà con il giornalista e scrittore Gabriele Nissim, presidente di Gariwo – La foresta dei Giusti. Il 17 novembre alle 18 Stefano Bruno Galli, già assessore all’Autonomia e Cultura della Regione Lombardia, presenta il suo libro “Vàclav Havel: Una rivoluzione esistenziale” edizione La nave di Teseo mentre il 21 novembre alle 18 Piero S. Graglia, Professore di Storia dell’integrazione europea e Storia della relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano presenterà il suo libro “Il muro- Berlino e gli altri- ed. People
Si continua da martedì 26 novembre a domenica 8 dicembre con Verso Cassandra con Elisabetta Vergani e Danila Massimi (percussioni e canto dal vivo), struggente indagine femminile su quell’errore dell’intelligenza costretta da false alternative da cui nasce ogni guerra e sulla irresponsabilità del non voler “vedere” quell’errore. Perché, grida la Cassandra di Christa Wolf, “si sa sempre quando comincia la guerra, mai quando comincia la vigilia della guerra”. Il 26 novembre, alle ore 20.45 Anna Chiarloni, germanista e Prof. Em. Università degli Studi di Torino introdurrà lo spettacolo, mentre il 27 novembre sarà Federico Meda, autore del libro “Il muro di Berlino: Istruzioni per l’uso” edizioni Ediciclo, ad introdurre la replica.
La chiusura della Trilogia è affidata martedì 3 e mercoledì 4 dicembre a Heiner Müller con L’Orazio, apologo, ambientato in un’antica Roma del pensiero e narrato da un’entità morale indeterminata che parte da un fatto contraddittorio (l’omicidio in nome di Roma di Curiazio, promesso sposo della sorella di un Orazio). A metterlo in scena sarà Maurizio Schmidt con Ramberto Ciammarughi al pianoforte. Un dramma didattico anti ideologico (fa parte del trittico con con Filottete e Mauser) teso a riconoscere che la verità è sempre impura, ma da dirsi con parole pure, spericolata parabola contro l’adulterazione del linguaggio (riferibile altrettanto bene alla censura dell’Est come ai mass media dell’Ovest). Introdurranno il debutto del 3 dicembre Marco Castellari, docente di letteratura tedesca all’Università degli Studi di Milano e Sotero Fornaro, docente di letteratura greca all’Università di Sassari.

Il nostro progetto nel 1990 era mosso dal desiderio di conoscenza di cosa fosse successo in quella metà di mondo così differente; volevamo conoscere quale ricca cultura avesse lottato contro il regime totalitario al di là del muro, utilizzando la finzione teatrale per dire la verità. Si andava alla ricerca di un teatro di resistenza civile, di senso più che di forma. Alla ricerca di una cultura della verità celata tra le righe, tipica di quel mondo perduto.
Nel ripresentare quel progetto nel 2019, è forte l’impressione che le voci di Václav Havel, Heiner Müller e Christa Wolf abbiano una potenza oppositiva e critica contro tutte le distorsioni di qualunque potere e società, che l’umanesimo integrale e l’idea di una terza via per sottrarsi alle false alternative siano voci necessarie anche al mondo di oggi.
“Mai una cosa contro l’uomo fatta in nome dell’Uomo!” Così riassumeva il proprio umanesimo Havel, lavorando per un mondo in cui il verduraio avrebbe contato più del presidente. E le metafore classiche di Heiner Müller e Christa Wolf (L’Orazio e Cassandra) raccontano la collisione della piccola storia di due individui col meccanismo della grande Storia che chiede loro di essere eroi.
Dall’altra parte di quel muro che non c’è più, arriva l’appello ad occuparsi dei concreti bisogni delle persone, non delle costruzioni teoriche e astratte (siano esse economiche, politiche, esistenziali) fatte in nome loro. A questa tensione anti ideologica, si unisce però un forte e intelligente richiamo ad una cultura che abbia onestà intellettuale e un linguaggio che non cada nella trappola dell’ambivalenza. “Le parole devono rimanere pure essendo loro che rendono le cose conoscibili e inconoscibili.” (Heiner Müller, “L’Orazio”)
È un appello accorato perché nato dall’interno di un grande errore e di un grande dolore; ma non si riferisce solo agli errori del passato, ma anche a quelli del presente e del futuro.
Farneto Teatro

“Non dimenticarlo mai, la prima piccolissima bugia detta in nome della verità, la prima minuscola ingiustizia commessa nell’interesse della giustizia, il primo inavvertibile tradimento della morale commesso in nome della moralità delle cose… significano inequivocabilmente l’inizio della fine”
Václav Havel da “Lettere ad Olga”

dal 14 al 24 novembre – Prima nazionale
MEMORANDUM
di Václav Havel
traduzione di Gian Lorenzo Pacini
con Sebastiano Bronzato, Ludovico Fededegni, Lorenzo Frediani, Luca Mammoli,
Valentino Mannias, Silvia Valsesia, Elisabetta Vergani
musiche registrate Ramberto Ciammarughi
scene Silvia Tramparulo in collaborazione con Cristina Colombo
allestimento scenico Federico Fedostiani – luci Luigi Chiaromonte
spettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro

L’alfabeto della società moderna
A! B! C! D! E!
F! G! H! I! J!
K! L! M! N! O!
P! Q! R! S! T!
U! V! X! Y! Z!
L’alfabeto dell’uomo moderno
A? B? C? D? E?
F? G? H? I? J?
K? L? M? N? O?
P? Q? R? S? T?
U? V? X? Y? Z?

All’interno di un imprecisato ministero di un imprecisato luogo, imprecisati burocrati hanno ricattato il direttore per introdurre un linguaggio artificiale e farla finita una volta per tutta con l’uomo rendendo definitivamente freddi e precisi i rapporti burocratici. La nuova lingua è di una complicatezza incredibile, tutti dovrebbero impararla ma al momento in cui inizia la vicenda nessuno vi è ancora riuscito. Così tutte le pratiche necessitano di una traduzione temporanea nel linguaggio naturale, la quale però viene prodotta solo dietro permesso scritto nel linguaggio artificiale, che ovviamente nessuno comprende se non dietro traduzione nel linguaggio naturale, la quale però viene prodotta solo dietro permesso scritto nel linguaggio artificiale….
Tutto il funzionamento dell’ufficio entra in circolo vizioso.
In questa situazione al direttore arriva un Memorandum, misterioso perché intraducibile. E accetterà ogni compromesso, fino alla propria distruzione, pur di conoscerne il paradossale contenuto.
Memorandum è una commedia divertente e surreale, una vera e propria orgia verbale appartenente per ammissione del proprio autore al Teatro dell’Assurdo. Carica di ascendenze ad Hajek e Kafka, la parola di Havel descrive le strutture dell’angoscia e vi gioca con una personalissima geometria. Crea una equazione matematica, simmetrica e circolare, che mostra la banalizzazione del linguaggio per mostrare altro: il totalitarismo ed i suoi effetti sui rapporti umani, la divinizzazione del progresso, la disumanizzazione, la disgregazione delle speranze, la paura e il senso di colpa. È una parola comica e scintillante: pur critica e sarcastica, non è affatto cinica, senza speranza e vi è già diffuso il sentimento della futura “rivoluzione di velluto”.
È soprattutto una parola popolare pur essendo quella di un intellettuale. A Praga per dire che qualcosa era incomprensibile si diceva che era “ptydepe”, il nome del linguaggio artificiale inventato nel 1965 dall’allora elettricista teatrale Vàclav Havel. Colpisce ancora oggi noi occidentali – cittadini della perfetta inutilità del teatro – che questo teatro sia stato così forte da diventare un collante nazionale capace di scardinare un regime. Che abbia abbattuto così tanto la distanza con gli spettatori da essere frequentato da una larga maggioranza della popolazione, come una sorta di sotterraneo parlamento in cui si è sviluppata la rivolta.
Proprio come nell’antico teatro greco era un teatro che postulava non la ricerca di una estetica, ma di un pensiero nuovo. E che poi formò Obcanske Forum.

dal 26/11 al 1/12 e dal 5 al 8/12
VERSO CASSANDRA
da Omero a Christa Wolf
con Elisabetta Vergani – percussioni e canto dal vivo Danila Massimi
musiche registrate Ramberto Ciammarughi
allestimento scenico Federico Fedostiani – luci Luigi Chiaromonte
drammaturgia e regia Maurizio Schmidt
spettacolo inserito nell’abbonamento Invito a Teatro

Quello di Cassandra è un mito antichissimo, capace di parlarci da profondità remote.
La vicenda è nota: Cassandra, figlia prediletta del re di Troia, è ritenuta pazza perché si oppone, unica fra tutti e con tutte le sue forze, all’entrata in città del “cavallo” donato dai greci. Dopo il funzionamento dello stratagemma e la distruzione di Troia, i greci rimarranno gli unici a raccontare la sua storia e la scriveranno a modo loro: chiamandola “veggente” e facendo nascere il mito della profetessa medio-orientale che, per essersi negata al dio dei greci Apollo, viene condannata a non essere creduta dai suoi contemporanei.
I greci, gli inventori del teatro tragico, concluderanno poi quella vicenda da par loro: nell’unica tragedia rimasta che parli di lei (l’”Orestea” di Eschilo), Cassandra verrà uccisa come preda di guerra davanti alle mura di Micene in terra greca. Da lì lancerà, prima di morire, la sua ultima profezia di sciagura verso quella civiltà che ora si crede padrona del mondo.
Nasce così il mito della profetessa di sventura. Cassandra è diventato il toponimo del dire la verità e non essere creduti, predire la sventura che sta per avvenire, essere di malaugurio. Nella nostra lingua il suo nome è sempre pronunciato in forma dispregiativa.
Eppure – a guardar bene – tra i cinquanta ben più famosi figli di Priamo è lei ad essere sopravvissuta. La sua tragedia è quella di ogni lingua perdente, inascoltata anche se dice la “verità”. A livello mitico, non è secondario che ad essere capace di prevedere il futuro (semplicemente perché disposta a guardare il presente) sia una donna. Una donna che prevede la catastrofe cui va incontro la sua città e cerca disperatamente con la parola di fermarla.
Quasi fosse il primo intellettuale moderno affacciato sul baratro del sapere, Cassandra che non rinuncia a dire anche se rimane inascoltata è forse l’emblema di ogni concezione civile della cultura.
Tremila anni dopo possiamo dirlo: la provocatrice Cassandra aveva ragione, sia nel profetizzare la fine di Troia che nel profetizzare la fine di Micene, la capitale dell’impero vincente. Di entrambe, impietosamente, rimane ciò che la storia ci ha tramandato: rovine.
Nella famosa riscrittura di Christa Wolf – un cult-book da varie generazioni – una donna di oggi davanti a quelle rovine si chiede: chi era davvero quella donna prima che un greco scrivesse di lei? E la storia di Cassandra diventa la storia della dolorosa scoperta dell’estraneità al proprio mondo. La storia di un dolore psichicamente insopportabile, di una sacerdotessa senza la fede persa nelle pratiche del culto di corte, che all’improvviso scopre in sè la capacità di “vedere” semplicemente ascoltando le reazioni del proprio corpo di fronte a segnali cui nessuno dà peso, ma che sono sotto gli occhi di tutti. Quella che gli altri chiamano paura, per lei diviene sapienza.
Vede così in anticipo ciò che tutti sembrano non vedere: la rovina sicura di una guerra giustificata da bugie che colpiscono l’immaginazione ed ottundono il cervello. Davanti alla “bugia di stato” del rapimento della bella Elena da parte di Paride sentirà in sè nascere un disgusto che non troverà forma di espressione se non contro se stessa: un delirio, una malattia che abiterà il suo corpo alla ricerca disperata di una voce per salvare la città che tanto ama.
Poi uscirà dal palazzo, negherà i suoi compiti di sacerdotessa ufficiale, scoprirà un gruppo di fuoriusciti che resiste e tramanda antiche usanze religiose cariche di una fede e di un amore sconosciuti. Allora dal fondo del suo malessere vedrà che ad oscurare le menti è una logica di false alternative che tutti hanno accettato: uccidere o morire. Cassandra troverà finalmente la voce e sarà un grido pieno di dolore: tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere. Quello che nessuno sa più fare.
Il plot del romanzo di Christa Wolf è assai semplice: una donna moderna (una scrittrice in viaggio turistico) di fronte alle rovine della Porta dei Leoni di Micene, vive una allucinazione, torna indietro di 2500 anni e vede Cassandra trasportata in trionfo quale vittima sacrificale dai vincitori greci sotto quella stessa porta. Nello spazio di un tramonto, di fronte alle stesse pietre che hanno conosciuto il mito, si identifica con Cassandra che nel momento della morte vede scorrere nella propria memoria tutta la sua vicenda.
La “Cassandra” di Farneto Teatro è una telefonata all’antichità, la connessione tra due donne al di là del tempo. Ma soprattutto tratta di una capacità di “vedere” perduta: è una struggente indagine femminile su quell’errore dell’intelligenza costretta da false alternative da cui nasce ogni guerra e sulla irresponsabilità del non voler “vedere” quell’errore. Perché, grida la Cassandra di Christa Wolf, “si sa sempre quando comincia la guerra, mai quando comincia la vigilia della guerra”.
La drammaturgia nasce dalle suggestioni derivanti dall’Iliade, da una parte, e dal romanzo di Christa Wolf dall’altra; La realizzazione scenica nasce dall’incontro tra il lavoro di una attrice nel pieno della sua maturità espressiva (Elisabetta Vergani) e di una percussionista etnica di grande talento (Danila Massimi). Ne deriva un racconto in cui i suoni si intrecciano continuamente all’azione scenica, un attraversamento immaginario dell’esperienza di Cassandra carico di atmosfere arcaiche e potenti.

3 e 4 dicembre – Prima nazionale
L’ORAZIO
di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone
con Maurizio Schmidt
al pianoforte Ramberto Ciammarughi
luci Luigi Chiaromonte
regia Maurizio Schmidt

L’Orazio fa parte con Filottete e Mauser del trittico dei drammi didattici di H. Muller. E’ un apologo, ambientato in un’antica Roma del pensiero, narrato da un ‘entità morale indeterminata. C’è qualcosa di antico in esso, nelle tracce di un’impostazione ritmica e rituale della scrittura, nello sforzo di raccontare un evento come avvenisse per la prima volta nella storia dell’umanità.
L’apologo parte dalla narrazione di un fatto contraddittorio: un Orazio uccide in nome di Roma e della sua gente proprio il Curiazio promesso sposo della sorella.
Da allora in poi avverrà un corto circuito della comunicazione. Eventi sempre più contraddittori si succederanno e il coro dei romani non saprà più con che parole dire gli accadimenti perché tutto potrà essere definito in un modo o nell’altro, a seconda che il punto di vista sia quello di Roma o quello dell’uomo che abita Roma.
L’Orazio è così dramma didattico anti ideologico, teso a riconoscere che la verità è sempre impura, ma da dirsi con parole pure, è spericolata parabola contro l’adulterazione del linguaggio (riferibile altrettanto bene alla censura dell’Est come ai mass media dell’Ovest); è una riflessione drammatica sulla ragnatela di nessi che esistono tra realtà e linguaggio. Ed è anche il racconto delle difficoltà che incontra una comunità nel tentativo di raccontare imparzialmente i sanguinosi eventi della guerra.

OLTRE IL TEATRO
Gli incontri
9 novembre ore 21 | Radio Popolare – Auditorium Demetrio Stratos, via Via Ollearo 5, Milano
AL DI LÀ DEI MURI: A 30 ANNI DALLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO
una serata per ricordare e riflettere sulla creazione di nuovi muri
14 novembre, ore 19:30
Jiri Kudela Console generale della Repubblica Ceca
15 novembre, ore 18:00
Incontro con Laura Boella Filosofa, Accademica e traduttrice che dialogherà con Gabriele Nissim, scrittore, presidente di Gariwo. La foresta dei Giusti.
17 novembre, ore 18:00
Stefano Bruno Galli Assessore all’Autonomia e Cultura della Regione Lombardia, autore del libro “Vàclav Havel: Una rivoluzione esistenziale” ed. La nave di Teseo
21 novembre, ore 18.00
Piero S. Graglia, Professore di Storia dell’integrazione europea e Storia della relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano autore del libro “Il muro- Berlino e gli altri- ed. People
26 novembre, ore 20.45
Incontro con Anna Chiarloni germanista e Prof. Em. Università degli Studi di Torino,
27 novembre, ore 20:45
Federico Meda autore del libro “Il muro di Berlino: Istruzioni per l’uso” ed. Ediciclo
3 dicembre, ore 20.45
Marco Castellari, docente di letteratura tedesca all’Università degli studi di Milano e Sotera Fornaro, Docente di Letteratura Greca all’Università di Sassari

INFORMAZIONI PER IL PUBBLICO
Prenotel 0234532140 lunedì ore 10 > 18 e martedì > venerdì ore 10 > 20; sabato ore 16 >20
Ritiro biglietti Uffici via Principe Eugenio 22. Lunedì > venerdì ore 11 > 13;
Botteghino del teatro, via Mac Mahon 16 da martedì a venerdì 1 ora prima dello spettacolo, sabato h 16 >21, domenica h 15 >17
acquista online direttamente dal nostro sito www.teatrooutoff.it powered by
Intero 18 Euro – costo prevendita e prenotazione 1,50/1,00 Euro

Abbonamenti:
FreeCard 60 € 6 ingressi a scelta; 30 € 3 ingressi a scelta
FreeYoung & FreeSenior 40 € 6 spettacoli; 20 € 3 spettacoli
Passepartout Promozione riservata ai residenti del Municipio 8; acquistando la tessera a 10 €, ingresso a 6 € per tutti gli spettacoli in programma.
Riduzione 12 Euro under 25 ; 9 Euro over 65 Convenzione con il Comune di Milano
Orari spettacoli martedì, mercoledì e venerdì ore 20.45; giovedì e sabato ore 19.30; domenica ore 16.00
Parcheggio convenzionato, Garage Govone, via Mac Mahon 9 – 2€ all’ora Tel. 0233609770
Trasporti pubblici Metro 5 fermata Cenisio, tram 12-14 bus 78 Accesso disabili con aiuto

Dal 25 settembre la rassegna “Nuovi incroci 2″ all’Out Off

"Contro il progresso"_Nuovi incroci
“Contro il progresso”_Nuovi incroci

Dal 25 al 29 settembre 2019 torna al Teatro Out Off la seconda edizione di Nuovi Incroci, una rassegna di tre spettacoli basati sui testi di autori contemporanei stranieri, messi in scena dai giovani registi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi con attori professionisti.
La seconda edizione della rassegna Nuovi Incroci si avvale anche della collaborazione con PAV, progetto Fabulamundi, vincitore del bando Europa Creativa che promuove la nuova drammaturgia europea. I tre testi dei quali le traduzioni sono state curate da Fabulamundi sono messi in scena dagli allievi registi della CS di Teatro Paolo Grassi e allestiti per la prima volta in Italia.
Contro il progresso di Esteve Soler (Spagna) – regia di Emmanuele Giorgetti, tutor Claudio Autelli; Spread Milky Way di David Kostak (Cechia) – regia di Giacomo Nappini, tutor Sofia Pelczer; I Regret Nothing di Csaba Szekely (Romania) – regia di Andrea Piazza, tutor Sabrina Sinatti.

25 settembre
CONTRO IL PROGRESSO
di Esteve Soler (Spagna)
regia di Emanuele Giorgetti
con Letizia Bravi, Marco Cacciola, Riccardo Vicardi
tutor di regia Claudio Autelli
scene Pio Manzotti, Mattia Franco, Alice Capoani
sound design Hubert Westkemper
light design Daniela Bestetti con Paolo Latini e Simona Ornaghi
costumi Enza Bianchini e Michela Tarallo con Nunzia Lazzaro
video Fabio Brusadin, Emanuele Giorgetti
grafica Sara Frigerio

Dopo lo spettacolo (durata 50 minuti) incontro con l’autore Esteve Soler

Contro il Progresso, testo di Esteve Soler costituito da 7 frammenti – è uno specchio che deforma la realtà, che la esagera e la ridicolizza, per sussurrarci che in fin dei conti siamo tutti schiavi delle promesse del progresso.
«Il progresso, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso progresso sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua.» Zygmunt Bauman
Contro il Progresso è uno studio volto a mettere in luce gli aspetti negativi del progresso, quali l’assuefazione delle masse, l’azzeramento del pensiero individuale e l’incremento di paure collettive. Tutto ruota attorno alla spersonalizzazione dell’uomo contemporaneo e alla sua sempre crescente mancanza di empatia autentica.
Ulteriore focus del lavoro è sottolineare gli aspetti distopici e inquietanti delle situazioni messe in scena. Ciò che potrebbe essere apparentemente comico, viene indagato più a fondo e restituito alla sua dimensione grottesca e spaventosa.
Attraverso l’utilizzo di azioni metaforiche spesso portate all’estremo, viene messa in discussione l’abitudine a rinchiudersi nella propria comfort zone e divenirne schiavi, precludendosi così la possibilità di aspirare a qualcosa di superiore, la possibilità di impegnarsi in un progetto, di porsi domande per le quali cercare risposte.
Se nella società del progresso – nella quale tutto è pura forma priva di contenuto – l’uomo è svuotato dall’empatia, cosa gli rimane dell’essere davvero umano?

Emanuele Giorgetti

27 settembre
MILKYWAY
di David Košťák (Repubblica Ceca)
Traduzione Fabulamundi a cura di Eleonora Bentivogli
Regia di Giacomo Nappini
Con Monica Bonomi e Edoardo Barbone
Tutor Sofia Pelczer
sound design Hubert Westkemper
light design Daniela Bestetti
luci Paolo Latini, Simona Ornaghi
scene Roberto Pio Manzotti, Alice Capoani, Mattia Franco, Ryan Contratista, Riccardo Longo
costumi Enza Bianchini, Nunzia Lazzaro, Leonardo Locchi
Video Fabio Brusadin
foto di Marina Alessi
un progetto in collaborazione con PAV – Fabulamundi Playwriting Europe: Beyond Borders

Note di regia

“È il tempo che hai dedicato alla tua Rosa che ha reso la tua rosa così importante. Addomesticare significa creare dei legami, e tu sei responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato.”

Il Piccolo Principe, A. Saint Exupery

Ho scelto Milkyway di David Košťák, tra i 6 testi proposti da Fabulamundi Playwright, per un’immediata affinità elettiva: l’autore compie un volo verticale tra fiaba, poesia ed elementi tragici che hanno permesso al mio immaginario di esplorare il linguaggio metaforico, che da sempre mi interessa, in questa drammaturgia del tempo frammentata con diversi piani di realtà.
I due personaggi sono, a loro modo, archetipi. Un padre che parte per lo Spazio abbandonando sua figlia ci ricorda Ulisse che lascia Telemaco o, come citato nel testo, il Piccolo Principe che abbandona la sua Rosa o Peter Pan che fugge verso la sua Isola che Non C’è. Una figlia che resta ad aspettare il ritorno del padre e guarda il cielo, contempla sognando il ritorno di un eroe che altro non è che un naufrago dilaniato dalla polvere delle stelle che lo hanno reso immortale e solo.
Sulla base del “Paradosso dei gemelli”, trattato da A. Einstein, per lui sono trascorsi 5 anni nello Spazio, mentre per lei 50 anni terrestri. Riusciranno a riconoscersi e ad addomesticarsi? Klara nasconde un tragico segreto: Il Tic Tac del Coccodrillo scorre rapidamente per lei, stretta nelle fauci della malattia.
Il tempo è il grande protagonista di Milkyway, la dimensione che sfugge dalle dita: non ho tempo è una frase cifra dei nostri giorni, dobbiamo guadagnarlo, rincorrerlo, recuperarlo e questo genera angoscia. Finché non si impara a dare senso al tempo, ad abitarlo, a fare esperienza della durata:
“Essere presenza presente per l’altro significa farsi presenza animata da un desiderio. Ulisse rinuncia al sogno dell’immortalità per il volto di suo figlio, mostra che l’eterno è nel mondo, è qui, è nel legame con chi amiamo.”

Massimo Recalcati

Ciò che ci illumina non è sopra di noi ma dentro le nostre vite, le persone che amiamo sono Stelle Cadenti che lasciano a noi un’eredità incandescente: la loro testimonianza.

Giacomo Nappini

29 settembre
NON RIMPIANGO NULLA
di Csaba Székely (Romania)
regia e scene Andrea Piazza
interpreti Giovanni Battaglia, Michele Bottini, Maria Caggianelli Villani
tutor Sabrina Sinatti traduzione Sofia Pelczer
suono Hubert Westkemper
luci Daniela Bestetti con Paolo Latini, Simona Ornaghi
scene Roberto Pio Manzotti, Alice Capoani, Mattia Franco
costumi Enza Bianchini, Nunzia Lazzaro
collaborazione video Fabio Brusadin
si ringraziano Michele Corizzato (grafica tela), Fabrizio Calfapietra, Lucrezia Mascellino, Marco Trotta (voci)
un progetto in collaborazione con PAV – Fabulamundi Playwriting Europe Beyond Borders

“Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato”

Francis Scott Fitzgerald, IL GRANDE GATSBY

Un monolocale in un palazzone popolare di periferia. Nessuno dei vicini sa che Dominic Kormos, il pensionato misantropo, è stato un torturatore professionista della polizia segreta rumena sotto Ceausescu. Ritiratosi a vita privata lontano dalla capitale, per le atrocità commesse non prova alcun rimorso: si è comportato da eroe, per costruire una società più giusta, per tutti. Ma il passato che Dominic credeva di essersi lasciato alle spalle torna a bussare alla sua porta: è Alex Dima, suo ex sottoposto, oggi attivo nei servizi segreti della Romania democratica, venuto a chiedergli di tornare ad usare le sue abilità di torturatore. Il rifiuto di Dominic è netto, ma l’incontro con la piccola Liza che vive al piano di sopra cambia totalmente le carte in tavola.
Non rimpiango nulla è un ingranaggio perfetto che ci costringe a guardare in faccia la realtà delle relazioni umane e dei meccanismi politici. Duro, struggente e commovente, ci parla di passato e di violenza riuscendo nel contempo a suscitare un sorriso con leggerezza.
Tre personaggi sempre in scena, Liza, Dominic e Alex, come simboli di presente, passato e futuro, di chi vive, fugge e insegue il tempo. E la vicenda, ambientata nella Romania contemporanea, che non si fa mai documento storico, ma si libera del peso della cronaca per svelarsi in una acuta riflessione sull’uomo e sulla democrazia di ogni tempo e di ogni luogo.
Con una lucidità disarmante, condita da tenerezza e sarcasmo, Non rimpiango nulla mette sotto la lente d’ingrandimento la violenza che dorme in ogni uomo e che si nasconde dietro ciascuna etichetta politica anche democratica. È la violenza che si cela anche in noi spettatori, nella fame voyeuristica di dettagli macabri che ci prende di fronte alle notizie e alle immagini di cui ci nutriamo ogni giorno.
E di fronte alla scrittura di Székely la capacità di giudizio di tutti noi, spie spiate, diventa impossibile: non c’è un bianco e un nero, non c’è salvezza o condanna. Siamo barche controcorrente, che remano ma rimangono ferme, in una realtà che si rivela essere un monocromo dalle infinite e impercettibili variazioni di colore.

Prenotel 0234532140 lunedì ore 10 > 18 e martedì > venerdì ore 10 > 20;
Ritiro biglietti Uffici via Principe Eugenio 22. Lunedì > venerdì ore 11 > 13;
Botteghino del teatro, via Mac Mahon, un’ora prima degli spettacoli
BIGLIETTI: Intero €10,00; Riduzioni: 5.00€
Orari spettacoli ore 20.00
Trasporti pubblici Metro 5 fermata Cenisio, tram 12-14; bus 78 – Accesso disabili con aiuto

Teatro Out Off, via Mac Mahon, 16 Milano
info@teatrooutoff.it www.teatrooutoff.it
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Teatro Out Off : “Hard to be Pinocchio”

Hard-to-be-Pinocchio-S_Mannino
Hard-to-be-Pinocchio-S_Mannino

Di notte, su un palcoscenico di teatro di prosa. Uno spazio vuoto, appena illuminato. Nell’aria un’atmosfera densa e calda. Una luce di taglio illumina uno scrittoio posizionato sulla estrema destra del boccascena. Un uomo seduto sulla sedia, di tanto in tanto sfoglia le pagine di un grande libro non rilegato. Le pagine cadono, le rialza, cerca invano di rimetterle in ordine. Legge e a intervalli irregolari le strappa. Assorto in questo atto di ripetizione, in preda ad una profonda inquietudine, prega e bestemmia in tutte le lingue del mondo…

È questa la dimensione di Hard to be Pinocchio del regista di origini siciliane Simone Mannino, una rilettura visionaria in tre atti di una dell’opere italiane più celebri e rappresentate al mondo, che offre allo spettatore una prospettiva ribaltata, esistenziale, che lo sedurrà e spiazzerà sino alla fine.

Al Teatro Out Off
4/6 ottobre (Prima Nazionale)
HARD TO BE PINOCCHIO
da “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi
Adattamento, scena e regia Simone Mannino

Out Off : concerto Jazz dei Trigonos

Trigonos
Trigonos

In occasione dell’uscita prevista a settembre del CD con il concerto della formzione TRIGONOS formato da Andrea Centazzo, Giancarlo Schiaffini, Sergio Armaroli giovedì 5 luglio al Teatro Out Off si terrà un concerto di presentazione del CD.

Costruire una forma a tre con l’incognita della scoperta e dell’errore (in x) in espansione oltre ogni possibile definizione di stile attraverso il linguaggio mobile dell’improvvisazione, dell’ascolto e della memoria.

Centazzo, Schiaffini e Armaroli dialogano a tutto campo: dentro il suono; come espressione sonica totale, liberata da costrizioni e obblighi (anche rispetto all’idioletto dell’improvvisazione stessa). Un filo rosso unisce, in tre, questa esperienza di FormaTrio: una pratica concreta di libertà idealmente unitaria tra Oriente e Occidente, tra oralità e memoria scritturale, tra segno e gesto che si esprime in una adesione totale al corpo del suono.
Si tratta di movimenti, apparentemente marginali, pare estratti dal silenzio come impronte sonore possibili d’echi e di ombre come strati di coscienza e memoria fluide. Elementi di ibridazione sonora costantemente trasformate grazie all’uso straniante dell’elettronica; tracce melodiche, frammenti di spazi sonori immaginari, idealmente connessi a possibili e probabili musiche del mondo riscritte, inventate ex novo come tentativi necessari di nuove accordature dialogiche.