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martedì, Agosto 16, 2022

Gli scatti di Giorgio Cutini nel castello di Nocciano

Il castello di Nocciano, borgo di 1700 anime della provincia di Pescara, è uno di quei luoghi che fanno dell’Italia il museo diffuso d’Europa. Come per ogni fortezza degna di questo nome, penetrare all’interno delle sue mura non è mai stato facile e continua a non esserlo, visto che è solitamente chiusa al pubblico. Sarà però eccezionalmente visitabile ogni fine settimana di luglio per una mostra di rilievo:“ Figurarsi il Tempo”, un raffinato confronto orchestrato nel segno della poeticità della visione tra gli scatti di Giorgio Cutini, grande maestro della fotografia contemporanea, e i dipinti di Marco Stefanucci . Gli oltre venti lavori scelti dal curatore della rassegna, Anthony Molino, per documentare gli esiti più

recenti della ricerca di Stefanucci sorprenderanno chi ancora non conosce la sua emozionante pittura di ombre e sogni che emergono dall’inconscio e varrebbe da sola la visita alla mostra la visione di un capolavoro della fotografia di fine ‘900 come “Omaggio a Burri”, opera di assoluta bellezza eseguita da Cutini nel 1991 esposta sino al 31 luglio tra circa trenta fotografie del più lirico tra i firmatari del “Manifesto della fotografia. Passaggio di frontiera”, una pagina importante della storia della fotografia contemporanea europea.

Anthony Molino

Regista di mostre dalla scrittura curatoriale mai banale, Anthony Molino porta nei progetti espositivi che firma il bagaglio di un’attività che si svolge in parallelo anche sul fronte della psicoanalisi e della letteratura, con particolare attenzione alla poesia. Come psicoanalista ha collaborato con clinici tra i più importanti del panorama internazionale, mentre nel campo della letteratura ha tradotto in inglese Eduardo De Filippo e i versi di molti protagonisti della poesia italiana contemporanea.  Per la sua traduzione de Il diario di Kaspar Hauser di Paolo Febbraro, la Academy of American Poets – la più prestigiosa istituzione letteraria americana – lo ha insignito del premio Raiziss-De Palchi per la poesia italiana in inglese.

Giorgio Cutini e Marco Stefanucci

Di grande afflato poetico è Figurarsi il tempo, la mostra che Molino ha scelto di ambientare nel Castello di Nocciano, suggestiva rocca posta alla sommità di un piccolo borgo alle porte di Pescara. Ne sono protagonisti Giorgio Cutini e Marco Stefanucci, due artisti diversi per età e per il linguaggio con cui si esprimono nella pratica artistica – uno è un famoso fotografo, l’altro un pittore dalla carriera di respiro internazionale – eppure resi profondamente contigui dal comune interesse a orientare la propria ricerca all’interno del flusso del tempo, la più sfuggente e indecifrabile delle dimensioni che condizionano l’esistenza dell’uomo.  Al di là dell’ingannevole concretezza dello spazio, al di là dell’apparenza delle cose, Cutini e Stefanucci producono tracce di un mondo altrove, quello che custodisce la verità del nostro vivere, fatto di pensieri, emozioni e sogni e della materia della poesia, l’impalpabile e oracolare materia della rivelazione.

Giorgio Cutini: fotografare il palpito del tempo

 

Nel 1995, Giorgio Cutini è stato uno dei firmatari del Manifesto della fotografia. Passaggio di frontiera, nodale esperienza di rinnovamento e sperimentazione nel campo della fotografia che ha condiviso con nomi del calibro di Gianni Berengo Gardin e Mario Giacomelli, solo per citare quelli più noti al grande pubblico.

Di quel gruppo, programmaticamente orientato a trascendere dalla fotografia come rappresentazione della realtà ambientale, ha forse costituito la voce più poetica, una voce scaturita da un percorso di incessante ricerca iniziato nel 1970 e proseguito negli anni in modo tutto proprio, anche grazie al totale dominio del medium fotografico reso possibile dalla sua formazione e esperienza in campo scientifico. Cutini si è infatti contemporaneamente e con successo dedicato a due mestieri: quello dell’artista e quello del chirurgo pioniere delle nuove tecnologie, chirurgia laparoscopica e robotica in primis, un dato biografico che ha sempre incuriosito i numerosi esegeti della sua arte.

Per niente interessato a usare la fotografia per catturare l’attimo fuggente paralizzandolo in uno scatto, Cutini riesce piuttosto nell’ardua impresa di imprimere alle sue immagini il soffice respiro del tempo, rendendole pulsanti e soffuse di vitale, emozionante energia. Non deve pertanto sorprendere il connubio che da sempre lega ai maggiori poeti italiani della parola – con cui ha firmato a quattro mani bellissimi libri d’arte – questo poeta della visione proteso a scovare col suo obiettivo “quello che si è mostrato, quello che si è nascosto e quello che solo per un attimo si è rivelato”.

Nella mostra ospitata dal Castello di Nocciano spicca la presenza di uno scatto capolavoro come Omaggio a Burri (1991), e di altre opere, trentacinque in tutto, incantevoli nella loro capacità di indurre nello spettatore “stati d’animo tra stupefazione e incanto, tra struggimento e brivido evocativo” (Enzo Carli). Parliamo di, solo per citarne qualcuna: È aperta la stanza al cielo turchino (1994), La città di Jo Kut (2010), Il Suono del vento (2018), Il Viandante (2018), Gli Ipocriti (2021) e, a documentare la produzione più recente, il trittico Nessun rumoue..sssh! (2022)

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