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martedì, Ottobre 4, 2022

L’origine e l’evoluzione del dialetto veneziano

È un dialetto, ma per secoli è stata una lingua a tutti gli effetti, capace di diffondere alla lingua italiana molte parole ancora oggi in uso.

Parola di Lorenzo Tomasin, filologo di origine veneziana, professore di Storia della Lingua italiana e Filologia romanza all’Università di Losanna, che ha pubblicato diversi volumi e numerosi articoli sulla storia linguistica del Veneto e sui autori italiani. Tomasin ha insegnato anche all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’Università Bocconi di Milano e all’Università di Ferrara. È stato ricercatore nella Scuola Normale di Pisa e visiting scholar dell’Università della California. In occasione dei 1600 anni di Venezia, Tomasin racconta l’origine e l’evoluzione del veneziano, da quando i traffici commerciali della Serenissima furono decisivi nella sua diffusione fino al suo arricchimento con parole turche, greche, arabe.

Professore, il veneziano è un dialetto o una lingua?

Per i linguisti tutti i dialetti sono lingue. La distinzione tra dialetto e lingua, poco rigorosa in termini strettamente scientifici, si basa su criteri sociali e storici piuttosto controversi. Se proprio vogliamo ammetterla, potremmo dire che il veneziano è oggi un dialetto – come tutte le parlate urbane tradizionali d’Italia – ma è stato per molti secoli una lingua a tutti gli effetti, impiegata in ogni situazione comunicativa nel parlato e nello scritto, dotata di riconoscibilità piena, di precoce autocoscienza, e anche di una fiorentissima letteratura.

Come si differenzia dai dialetti dei territori veneti?

Le differenze esistono a tutti i livelli, dalla fonetica alla morfologia fino al lessico, cioè all’uso di questa o quella parola. Nel corso dei secoli, il veneziano – varietà di massimo prestigio nell’area che oggi chiamiamo Veneto – ha fortemente influenzato le parlate urbane della Terraferma, che progressivamente si sono avvicinate a quella della città che non a caso veniva chiamata Dominante. Parlare alla veneziana è stato, per molti secoli, quasi un obbligo sociale negli ambienti socioculturalmente elevati della Terraferma. Nell’ultimo secolo la dinamica delle influenze e dei rapporti di forza è un po’ mutata, per effetto ad esempio del brusco calo demografico del centro urbano di Venezia, e della rinnovata vitalità di molti dialetti dell’entroterra. Le differenze continuano comunque ad esserci, e sono in alcuni casi molto rilevanti: chiunque a Venezia sa riconoscere oggi, dopo pochi secondi, un parlante dialettale della Terraferma anche solo dall’intonazione: e il mantenimento di tali differenze è certo uno degli indizi della grande ricchezza e della piena vitalità dei dialetti veneti al giorno d’oggi. Non ovunque, anche solo in Italia, funziona così.

Quanto il veneziano ha influito sugli altri dialetti?

Il veneziano ha condizionato gli usi dei dialetti di Terraferma fin nei dettagli. Ad esempio, l’uso di pronunciare la elle in forma diversa da come la si pronuncia in italiano in parole come gondola o bala, e quello di farla praticamente cadere in parole come beo “bello” o cae “calle”: quest’uso è certamente irradiato da Venezia verso la Terraferma in epoca relativamente recente (e di fatto i dialetti dell’entroterra lo hanno adottato con qualche differenza rispetto all’uso di città, lagunare). Di più antica diffusione, ma molto probabilmente veneziana d’origine, è una forma come xé per “è” (terza persona dell’indicativo presente di essere). Venezia ha poi diffuso non solo negli altri dialetti veneti, ma persino a tutta l’Italia – e quindi alla lingua italiana comune – un gran numero di parole, da arsenale a broglio, da facchino a fifa, da gazzetta a lazzaretto, da pantalone a pantegana, da pistacchio a pettegolezzo, da zenzero a giocattolo…

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