Luigi Maieron

Cover cd Luigi Maieron

 

“Vino Tabacco e Cielo” 

 Scheda Album

 La quercia ha ripreso a cantare. Ha deciso di affondare le sue radici nel fango dei bayou, dove si specchiano le mangrovie o di riflettere le sue cime nelle acque limacciose del Mississippi, dove si proiettano le ombre lunghe delle magnolie. Abbandonati violini e viole della tradizione folk e imbracciata la chitarra come fosse una Old Betsy, Gigi “JJ” Maieron si lancia sulle piste di frontiera sulle tracce di JJ Cale e di Johnny Cash. Con una fida compagnia di pards, novello Tex Willer, Maieron arruola Kit Carson/Franco Giordani, socio ormai di lungo corso, Tiger Jack/Davide Billa Brambilla, Mephisto/Ellade Bandini e Kit Willer/Francesco Piu e con banjo, dobro, armoniche, mandolino, fisarmoniche e chitarre costruisce un grande disco di storie di frontiera.

Eh sì, perché la Carnia e il vecchio West hanno molto in comune. Terre di uomini che si muovono, che si spostano, alle prese con un panorama naturale che li sovrasta e che non può non lasciare tracce dentro di loro. E in Gigi (anzi in JJ) Maieron si avvertono i boschi che mormorano, il silenzio dei picchi isolati, la maestosità quasi divina degli altipiani e la forza della natura, trasfigurata nelle grandi domande dell’esistenza. Gigi racconta di gente che va e che torna, di passato e di presente, di “chi è nato un po’ per caso, di chi resta fuori mano”, dei “fantasmi di pietra” di quelle case rimaste in piedi dopo la tragedia del Vajont, di soldati “in difesa di molti confini e di una sola terra”.

Per farlo e per fare conoscere le sue storie più lontane esce anche spesso dalla lingua della sua Carnia ma, potrei giurarlo, senza abbandonarla mai. Maieron, come Van De Sfroos, potrebbe cantare in hurdu o ugro-finnico e sempre canterebbe le storie che porta incise nella pelle. Di confini, di strade bianche, di traiettorie che passano laterali alla grande storia, che a volte si intrecciano, ma quasi chiedendo scusa della loro (presunta) irrilevanza. Temi che poi. invece sono quelli dell’esistenza.

Al di là della musica, quello che colpisce di più in Maieron è la particolare timbrica della voce: bassa, profonda, intensa. Una voce che ricorda Leonard Cohen, ma anche la corteccia di una quercia. Una voce magica al servizio di temi come la memoria, l’amicizia, «il vissuto, la solidità che l’esistenza pretende», per dirla con le sue parole. Una vita, già intensamente vissuta – Maieron nasce attorno alla metà degli anni ’50 – che a volte “costa un po’ di fatica in più”. Ma non aspettatevi malinconia da questo disco che è, fino in fondo, quello che promette di essere: un album di viaggio epico sulle terre di confine, in qualsiasi accezione si voglia intendere il confine.