
di Cinzia RANDAZZO
1. TESTO
2. DELIMITAZIONE DELLA PERICOPE
Il brano preso in esame è composto da due quadri costituiti da:
35-40 che tratta dei posti d’onore nel Regno messianico.
41-44 che tratta della gerarchia all’interno della comunità.
Il v.45 è un “loghion” Cristologico, e nel presente contesto sembra essere un’aggiunta secondaria per motivare lo statuto della comunità con l’esempio di Cristo. Dopo la terza profezia della Passione e della Risurrezione, Marco presenta il terzo brano della raccolta catechetica. Infatti ad ogni annunzio della Passione segue un brano che sottolinea la inintelligenza dei discepoli che aumenta con l’avvicinarsi della meta: Gerusalemme.
Cfr. Mc 8,31-33 primo annuncio della Passione
Mc 8,34-38 “… se qualcuno vuol venire dietro a me…”
Mc 9,30-32 secondo annunzio della Passione
Mc 9,33-37 “…chi è il più grande…”
Mc 10,32-34 terzo annuncio della Passione
Mc 10,35-45 “…concedici di sedere…”
Anche dopo la seconda predizione i discepoli avevano discusso su chi tra loro fosse il più grande. Ora i figli di Zebedeo si accostano a Gesù per domandargli i primi posti nel Regno messianico, concepito secondo categorie terrene.
2.1. MOTIVI PER LA DELIMITAZIONE DELLA PERICOPE CON INIZIO AL V.35
Pur rimanendo nello stesso contesto geografico che è quello del cammino verso Gerusalemme “…mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme…” (v.32);
della stessa azione: camminare e discutere-raccontare; gli stessi personaggi: Gesù – i dodici tra cui emergono Giacomo e Giovanni; dal fondo del terzo annuncio della morte e della Risurrezione del Figlio dell’uomo si stacca con stridente contrasto la scena dei due figli di Zebedeo che inseguono ancora i progetti di carriera accanto a Gesù. Gesù ha da poco elencato i successivi momenti di una degradazione umana che culminerà con la morte e i due fratelli con grande disinvoltura chiedono di sedere uno a destra e uno a sinistra nella doxa celeste.
2.2. MOTIVI PER LA DELIMITAZIONE DELLA PERICOPE CON TERMINE AL V.45
Il lungo viaggio intrapreso da Gesù per dirigersi alla volta di Gerusalemme sta per concludersi. L’evangelista ne ha segnato progressivamente le tappe in modo più teologico che topografico, preoccupato di inserire in questo contesto una lunga serie di istruzioni del Maestro per i discepoli e la comunità futura. Abbiamo qui un contesto geografico mutato; dal generico “…cammino verso…” al “…vennero a Gerico…”. A Gesù e ai dodici si aggiunge la folla e il cieco; l’azione non è più quella di uno svelamento comunicato nell’intimità dei dodici ma quella di un miracolo in pubblico. Questo racconto successivo conclude anche la sezione centrale del vangelo di Marco; analogamente alla sezione del pane, che segna una svolta critica nella vicenda del Cristo.
3. STRUTTURA INTERNA DELLA PERICOPE
Il brano di Mc 10,35-45 si divide in due parti:
35-40 dialogo con i figli di Zebedeo
42-45 ammaestramento dei dodici
L’orientamento ai dodici collega in modo abbastanza forte la pericope al precedente annuncio della Passione, ma fa già pensare ad un intervento redazionale. Il v. 41 è un versetto di cucitura. Dal punto di vista strutturale quindi abbiamo nella prima parte la corrispondenza tra richiesta e controdomanda nei vv. 35s., le ripetizioni del “bere” e “essere battezzato” nei vv.38s., del “sedere alla destra e alla sinistra” nei vv.37.40. Nella seconda parte sono parallelismi sintetici sia il v.42 come i vv.43s, arrivando così alla vera risposta. Esiste tuttavia anche una corrispondenza tra il “voi non sapete” del v.38 e il “voi sapete” del v.42. La prima parte si presenta assai vivace per il continuo passaggio dall’affermazione alla replica, mentre la seconda è un monologo di Gesù. Le due parti sottolineano la loro diversa origine per il fatto che nella prima le frasi sono collegate da δέ, e nella seconda da και.
Schema:
vv.35-37 domanda v.41 cucitura
vv.38-40 risposta vv.42-44 monologo di Gesù
- 45 loghion cristologico
I vv. 36a,37a, 38a ci hanno colpito per l’identità della loro formulazione.
36A “…ed Egli disse loro…”
37a “…ed essi gli dissero…”
38a “…ma Gesù disse loro…”
La correlazione di questa triplice formulazione non è da paragonarsi al genere del dialogo didattico che presuppone sempre una questione di dottrina, ma in questi versetti è presente il modulo di richiesta. La domanda di Giacomo e Giovanni e la risposta di Gesù fanno capire che c’è stata una sorta di ampliamento di discorso introdotto dai versetti precedenti. Il motivo di questo ampliamento indica una forma di vaticinio, di ex-evento. Tutto questo con i vv.37ss costituisce una struttura chiastica: sedere bere e battezzare
bere e battezzare sedere
4. I PARALLELI SINOTTICI
Le differenze sono notevoli soprattutto per quanto riguarda l’impianto:
– in Mc la richiesta è fatta dalla stessa voce dei due figli di Zebedeo, in Mt invece è introdotta dalla figura della madre.
– La risposta di Gesù rimane identica ma non c’è riferimento al battesimo.
– Mc fa di tutto per non menzionare il nome di Dio, costruendo una frase grammaticalmente scorretta, Mt conclude invece con la dicitura “…Padre mio”.
5. ANALISI DEI SINGOLI VERSETTI
Nonostante la profezia della passione di Gesù, i discepoli vivono nell’attesa che egli stia per fondare il suo Regno, poiché Gerusalemme è vicina. Diviene in questo modo comprensibile la domanda di Giacomo e di Giovanni in cui parlano ambizione ed egoismo. Entrambi non vogliono perdere l’occasione di esprimere il loro desiderio affinchè nessuno li prevenga. Il desiderio è così importante che li spinge, con ingenua astuzia a cercare di ottenere che Gesù si impegni in precedenza ad acconsentire alla loro richiesta. Questi due fratelli, di cui Giacomo era presumibilmente il maggiore, sono chiamati a seguire Gesù fin dall’inizio del suo ministero: “…Andando un poco oltre vide sulla barca anche Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni, mentre riassettavano le reti…” (Mc 1,19), sono spesso nominati insieme nel Vangelo e sono presentati come testimoni privilegiati di alcuni episodi molto importanti:
– la risurrezione della figlia di Giairo (Mc 9,2).
– la trasfigurazione (Mc 9,2)
– il discorso escatologico sul monte degli Ulivi (Mc 13,3)
– l’agonia nell’orto (Mc 14,33)
Il fatto che siano nominati anche qui come i diretti interlocutori di Gesù, mostra che il messaggio contenuto in questo brano è di grande importanza per capire la persona di Gesù e che cosa significhi seguirlo. Dal testo greco in questo versetto è importante sottolineare il verbo προσπορεύονται = si accostarono, si avvicinarono. Esso indica l’approsimazione a qualcuno con l’intento di ottenere qualcosa. Giacomo e Giovanni si rivolgono a Gesù con il titolo abituale di rispetto di Maestro-διδάσκαλε, ma assieme usano termini categorici come vogliamo – θέλομεν e concedici- ποιήσῃς, essi sono sicuri di una risposta affermativa e non concepiscono neppure la possibilità di un rifiuto. In questo versetto ci si aspetterebbe una risposta affermativa, ma Gesù replica con una domanda-ποιησω. Ciò che essi desiderano è onore e potenza ad un tempo. Essi vogliono aver parte direttiva nel Regno messianico. Ma essi facendo la loro richiesta di “…sedere…” mostrano di non avere capito nulla del significato dei tre preannunzi della Passione e Risurrezione. Il linguaggio della richiesta è tutto modellato su espressioni dell’antico Testamento riguardo ai più alti poteri e cariche: “Oracolo del Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, finchè io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi” (Sal 109,1). καθίσαι. Infatti il “…sedere alla destra…” era il primo posto, dopo il quale veniva quello che sedeva a sinistra. Il termine δόξα ci riporta al senso dell’attesa del Figlio dell’uomo e alla rispondente idea del “trono della gloria” richiamante così la concezione del giudizio dei giusti che questi compiranno sui loro troni accanto al Signore glorioso. I figli di Zebedeo vogliono quindi essere i giudici privilegiati di Israele con Gesù e accanto a lui.
Nella domanda i due fratelli, da coerenti giudei, hanno bruciato le tappe, portandosi direttamente alla gloria, sorvolando completamente la Passione, su cui il Maestro insisteva da molto tempo. La risposta di Gesù riconduce i suoi interlocutori a ciò che comporta l’essere associati alla sua sorte di Messia usando due metafore formulate con linguaggio biblico: bere il calice e ricevere il battesimo.
Bere il calice
Il calice o la coppa è un’espressione usata frequentemente nell’Antico Testamento per significare la gioia: “Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca” (Sal 23,5), “Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (Sal 116,13); ma calice indica anche la retribuzione punitiva di Dio e quindi la sofferenza:
Poichè nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato. Esso ne versa, fino alla feccia ne dovranno sorbire, ne berranno tutti gli empi della terra” (Sal 75,9): “Svegliati, svegliati, alzati, Gerusalemme, che hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira; la coppa della vertigine hai bevuto, l’hai vuotata…” (Is 51,17): “Così dice il Signore, Dio d’Israele: prendi dalla mia mano la coppa di vino della mia ira e falla bere a tutte le nazioni alle quali ti invio, perchè ne bevano, ne restino inebriate ed escano di senno dinanzi alla spada che manderò in mezzo a loro…Se poi rifiuteranno di prendere dalla tua mano il calice da bere, tu dirai loro: Dice il Signore degli eserciti-Certamente berrete!” (Ger 25,15.28), “Hai seguito la via di tua sorella, la sua coppa porrò nelle tue mani. Berrai la coppa di tua sorella, profonda e larga, sarai oggetto di derisione e di scherno; la coppa sarà di grande capacità. Tu sarai colma di ubriachezza e di affanno, coppa di desolazione e di sterminio era la coppa di tua sorella Samaria.Anche tu la berrai, la svuoterai, ne succhierai i cocci, ti lacererai il seno poiché io ho parlato (Ez 23,31-34),
qui il calice indica la Passione e morte redentrice di Gesù, esperienza in cui egli sta ormai entrando.
Ricevere il battesimo.
La metafora del battesimo è meno evidente ma ugualmente molto chiara riguardo all’identico significato di sofferenza. In Is 21,4 βαπτίζειν sia all’attivo che al medio-passivo significa
“andare a fondo” “…l’iniquità mi sommerge…”, a causa di vicende avverse. Nell’Antico Testamento occorre tener presente che le molte e profonde acque “Per questo ti prega ogni fedele nel tempo dell’angoscia. Quando irromperanno grandi acque non lo potranno raggiungere” (Sal 32,6), “Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno…” (Is 43,2), “Son salite le acque fin sopra il mio capo; io dissi: E’ finita per me” (Lam 3,54). Come pure i turbini e le tempeste: “Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate, tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati” (Sal 41,8), “Quando avrò fatto di te una città deserta, come sono le città disabitate, e avrò fatto salire su di te l’abisso e le grandi acque ti avranno ricoperto….” (Ez 26,19);
indicano gravi sofferenze mandate da Dio: Fare alla luce di questo concetto veterotestamentario, già prima di Gesù, certi riti battesimali erano intesi come anticipazione dello sconvolgimento degli ultimi tempi da cui sarebbe nata la nuova creazione. Entrambe le metafore esprimono lo stesso concetto: andare incontro a sofferenze che talvolta possono essere mortali. L’uso del presente πινω = bevo e βαπτίζομαι = sono battezzato possono indicare che le sofferenze sono già parte della vita di Gesù, e i due fratelli sono invitati a condividere δυνασθε =potete.
v.39 Alla precisa domanda del maestro i due fratelli rispondono prontamente e diremmo apostolicamente: “lo possiamo!”. È una risposta che ridona loro onore, perchè manifestano di voler meritare il posto desiderato. Ciò significa che, diversamente da come poteva far supporre l’iniziativa della richiesta, essi non sono stati insensibili alle ripetute istruzioni del Maestro sulla necessità di soffrire per giungere alla gloria del Regno di Dio. Da parte sua, il Maestro prende atto della volontà generosa dei due discepoli e assicura loro la partecipazione alle sue sofferenze: “…anche voi lo berrete…anche voi lo riceverete...”. Gesù promette a Giacomo e Giovanni che saranno incorporati nel suo destino, passando attraverso la sua stessa esperienza di sofferenza e di morte. Molti esegeti hanno messo in dubbio l’autenticità di questo detto di Gesù, interpretandolo come un’aggiunta fatta dalla comunità cristiana dopo la morte di Giacomo, che fu il primo dei dodici a testimoniare la fede in Gesù con il proprio sangue, poiché fu ucciso da Erode Agrippa I (At 12,2) poco dopo il 40 D.C. Giovanni invece, secondo una tradizione molto discutibile, è stato anch’egli ucciso; ma secondo altre testimonianze dopo un tentativo di uccisione morì di morte naturale e non fu quindi martire nel senso rigoroso del termine. L’interpretazione del passo, sostenuta da molti, riscontra in essa una profezia non autentica, in quanto presuppone la morte dei due fratelli, dando troppa credibilità alla dubbia testimonianza di Papia, il quale intende in modo troppo angusto l’immagine del battesimo. Questa non definisce necessariamente la morte per martirio, ma può riferirsi allo stato fisico di dolore e alle persecuzioni che possono essere intese come partecipazione al battesimo di dolore di Gesù.
v. 40 L’espressione di questo versetto “…è per coloro per i quali è stato preparato…” risulta grammaticalmente costruita male proprio perchè si è voluto evitare ad ogni costo di nominare Dio che è l’artefice del disegno di salvezza pur rimanendo avvolto nel mistero; il passivo divino ετοίμασται rende bene l’idea. Più lineare è invece l’espressione di Matteo “il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato” (Mt 20,23). L’assicurazione di sedere a sinistra e a destra nella δοξα celeste per coloro che avranno seguito il Signore sulla sua via rimane sempre ancorata alla promessa che si trova in Mc 9,41: “Chiunque vi darà da bere nel mio nome perchè siete di Cristo, vi dico che non perderà la sua ricompensa” e in Mc 10,29-31:
In verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno i primi.
In questi brani non è dato il minimo spazio ad alcun diritto o vanto umano per non svuotare il dono di Dio nella sua logica e nel suo disegno di amore. Questo versetto, unito a Mc 13,32: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”, ha dato lo spunto nei tempi antichi per dedurre una certa subordinazione di Gesù figlio rispetto al Padre nei termini della nota eresia ariana, che portava a sminuire la realtà divina del Figlio. Proprio per far fronte a questa interpretazione fuorviante alcuni copisti hanno cercato di modificare il testo svigorendo così la forza dell’affermazione originaria. La riserva con cui Gesù si esprime “… non sta a me concederlo” è perfettamente in sintonia con la sua missione nel mondo che è quella di aprire e indicare la via al Padre, unita al tema del segreto messianico che guida la progressiva manifestazione di Gesù nel vangelo di Marco.
v. 41 Il risentimento degli altri dieci era inevitabile, in quanto anch’essi non erano esemplari di umiltà “Di che cosa stavate discutendo lungo la via? (…) Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande” (Mc 9,33s.). Probabilmente l’uso del περί (dei) al posto di κατά (contro) indica che le mormorazioni avvennero durante l’assenza di Giacomo e Giovanni. Tuttavia questo v.41 rimane di aggancio tra il brano precedente e quello successivo e questo risulta sia dallo spostamento della prospettiva dei vv.42 s. sia a causa del responso del v.40.
- 42 Il Maestro approfitta dell’incidente per inculcare nuovamente ai dieci (αὐτους) l’umiltà e lo spirito di servizio che devono animare coloro che occupano posti di responsabilità, umiltà e spirito di dedizione che sono diametralmente opposti ai sentimenti dei principi terreni. Questi, infatti che detengono il potere (αρχω=comando, presente solo in Marco) nel mondo, ne approfittano schiacciando i sudditi con l’oppressione e la violenza. A loro esempio, i grandi, quelli della loro corte, gli alti funzionari, cercano di imitarli nei loro rapporti con la gente di condizione sociale inferiore. Senza troppe specificazioni, Gesù pronuncia una verità di fatto: i dodici vivendo e girando con Gesù per la Palestina, avevano senza dubbio sentito parlare di Erode il grande, di Archelao, di Erode Antipa, di Pilato, di Cesare, che per soddisfare i loro capricci di grandezza non si arrestavano neppure davanti all’omicidio:
“Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. Subito il re mandò una guardia con l’ordine che gli fosse portata la testa. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre” (Mc 6,26-28).
L’espressione “…Quelli che governano...” “οι δοκοῦντες ἄρχειν non significa che le autorità terrene sono tali solo apparentemente, ma forse vuole insinuare che esse ricevono il potere da Dio al quale appartiene. Κατακύριευω-dominio, tiranneggio, in Marco è usato solo nel senso di esercitare un completo dominio su qualcuno. Si sottolinea il “…Chiamatili a sè” προσχαλεσάμενος è un’espressione tipica di Marco che dà particolare risalto ai momenti di relazione privata, di intimità tra Gesù e i discepoli.
v.43 A questa immagine negativa viene opposta in un asindeto la costatazione formale che nella comunità dei discepoli di Gesù, nella Chiesa, non è così o non deve essere così “fra di voi...” εν υμιν diviene un’espressione guida, con la quale la regola d’umiltà in 9,39 diventa regola della comunità. Questa affermazione categorica, che suona ancora più indiscutibile per l’uso del verbo presente tanto che in alcuni manoscritti per attenuarne l’effetto è stato sostituito con un futuro. “…Vostro servitore”: questo concetto, quasi come un leit-motive, è ripetuto ben quattro volte in tre versetti: due volte nella forma di sostantivo
servitore=διάκονος 43b
servo/schiavo=δοῦλος
e due volte in forma verbale
essere servito=διακονηθῆναι 45a
servire=διακονέσαι 45b
Nella lingua greca si intende in primo luogo il servizio a tavola. Da questo alcuni deducono che il contesto più appropriato di questi detti sia stata l’ultima cena, basti guardare il parallelo di Lc. Ma queste parole si riferiscono ad altre forme di servizio; inoltre dal contesto più ampio del vangelo, ma soprattutto dal comandamento dell’amore fraterno (cfr. 12,28-34) si comprende che questo atteggiamento di servizio, a cui Gesù chiama i discepoli suppone una profonda solidarietà verso coloro ai quali si vuole rivolgere la propria attenzione.
v.45 La motivazione della regola comunitaria, agganciata mediante και γαρ, e fondata sull’esempio, è stata aggiunta successivamente nel corso della raccolta premarciana. Essa è una delle fondamentali affermazioni dell’antichissima riflessione cristiana. Nella prima parte il criterio di servizio, che è stato presentato come il punto di riferimento della vera grandezza, viene indicato proprio come lo scopo e la caratteristica del cammino di Gesù sulla terra; nella seconda parte leggiamo la frase che, con una concisione impressionante, esprime il valore salvifico della morte di Gesù. Il fatto che essa non figura nel testo parallelo di Luca ha posto agli esegeti degli interrogativi circa l’autenticità come detto di Gesù, oppure se si debba intendere come una interpretazione teologica della comunità sotto l’influsso di Paolo “…ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia in virtù della redenzione realizzata da Gesù Cristo…” (Rm 3,24). Gli esegeti tuttavia non escludono che Gesù abbia pronunciato parole simili a queste e a quelle che troviamo in Mc 14,24 “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti”; certamente Egli ha inteso la sua morte come conseguenza logica di un servizio di amore verso tutti. Inoltre nell’interpretazione teologica con cui Marco dà risalto all’insegnamento e al significato delle azioni di Gesù, come si vedrà nel corso del Vangelo, risulta chiaro che Gesù acquista man mano consapevolezza di identificarsi con il servo sofferente di Isaia (cfr. Is 53,10-12). Anche se i riferimenti precisi a questo testo veterotestamentario sono frutto della successiva interpretazione della comunità, Gesù stesso in varie occasioni deve aver dato lo spunto per questi collegamenti, da cui poi sarebbe sviluppata la teologia di Paolo sul valore sacrificale della morte di Gesù come volontaria offerta di Sè per la salvezza degli uomini. Particolare interesse merita l’espressione “…in riscatto” λύτρον. Questo termine greco usato al plurale indica il prezzo di un prigioniero o il denaro da pagare per la liberazione degli schiavi. Il concetto fondamentale è dunque quello di una liberazione come frutto di un prezzo pagato. L’uso metaforico di questa parola non toglie nulla alla forza del testo evangelico, che esprime la più antica formulazione dottrinale dell’opera che Dio ha compiuto attraverso Gesù Cristo per la salvezza degli uomini. L’altra espressione invece è “…per molti” αντί πολλῶν composta da una preposizione più un genitivo con significato riduttivo, ma il senso è quello dell’espressione ebraica che significa “a vantaggio di tutti”, “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà tutti, egli si addosserà la loro iniquità” (Is 53,11). Presa in questo senso si evitano fraintendimenti che in passato hanno dato origine ad eresie intendendo la morte di Gesù come azione vicaria, cioè in sostituzione degli uomini sminuendo la forza dell’insegnamento sulla sequela, così fondamentale nell’economia evangelica. “Molti” più precisamente esprime l’idea di un grande numero, della totalità in contrapposizione a colui che da solo ottiene un beneficio per tutti gli altri, che lasciati a se stessi sono privi di ogni possibilità. In questo testo, oltre all’emergere dell’idea giudaica della sofferenza del giusto che ritorna a vantaggio anche degli ingiusti, è affermata l’estensione a tutti i popoli di questo dono prezioso, idea già presente nei profeti e sviluppata poi ampiamente nel N.T.. Per quanto riguarda Marco basti osservare l’episodio della guarigione della figlia della donna siro-fenicia in 7,24-30, le parole di Gesù in 11,7, e il dono della fede al centurione romano in 15,39.
6. LA FORMA DELLA PERICOPE
La forma letteraria della prima scena richiama il genere letterario del dialogo di supplica che con le sue controdomande sembra essere affine al genere letterario didattico. Ma la richiesta dei figli di Zebedeo ci fa capire che non si tratta tanto di una questione dottrinale ma di una eziologia sul modo di raggiungere, di accedere alla gloria di Dio. Il bereve conciso che segue dona all’intera narrazione un carattere paradigmatico.
A conclusione della pericope abbiamo l’inserimento di un loghion cristologico. Il loghion è un termine di origine greca indicante un detto o una parola di Gesù. In questa accezione il suo uso risale allo scrittore cristiano Papia di Gerapoli (I-IIsec.), che attribuisce una collezione di loghia all’evangelista Matteo. Da quando Schleiermacher nel 1832 propose di vedere alla base della formazione dei Vangeli Sinottici anche una perduta raccolta dei detti di Gesù tramandati dalla prima comunità cristiana, la questione dei loghia è sempre più viva tra gli studiosi, che spesso identificano tale raccolta con la cosìddetta fonte Q. La critica tedesca distingue inoltre tra i loghia di sicura autenticità, di dubbia autenticità, di quelli modificati dalla tradizione o spostati di contesto, ecc. Il problema strettamente connesso a quello della critica letteraria e storica dei Vangeli, presenta un rinnovato interesse a motivo di molti scritti gnostici, contenenti un notevole numero loghia (come ad esempio il Vangelo di Tommaso).
7. ELEMENTI TRADIZIONALI E REDAZIONALI
Le due scene costituite dai vv.35-40 e vv.41-44 che fanno parte della pericope presa in esame possono essere ricondotte alla redazione marciana solo in pochi punti:
35a.37a.38a.39a perchè sono preoccupazioni marciane i verbi che esprimono movimento come “venire=προσπορεύονται” e “dire=λέγοντες”
espressione tipica di Marco “chiamatili a sé”.
Questa pericope così organizzata fa parte della dodicesima raccolta e come detto precedentemente riguardo ai vv 32-34 riprende in modo primario il tema secondario, formato dalle espressioni che indicano movimento e la formazione di termini contrapposti. Per la tradizione marciana possiamo dire che il v.35b risale a una contesa tra le diverse famiglie all’interno della comunità. Tipicamente tradizionali sono i concetti di:
– sedere a destra e a sinistra
– doxa celeste
– calice-bere
– battezzare-acqua
– servire
– Figlio dell’uomo
– giudicare
confluiti nella raccolta premarciana i quali sono stati ampliati mediante un insegnamento diretto ai discepoli. Quindi la nostra pericope per questa ragione assieme alle altre due di Mc 10,1-12.17-27 è stata inclusa nella raccolta catechetica.
8. IL CONTESTO IMMEDIATO
Dopo il terzo annuncio della Passione, in seno al gruppo dei dodici rimbalza la questione della precedenza. Questa volta non viene più posta in modo teorico: un’iniziativa concreta dei figli di Zebedeo, chiamati fin dall’inizio nel ministero pubblico di Gesù, suscita l’indignazione degli altri dieci, segno che non hanno ancora capito l’insegnamento del Maestro. La richiesta dei due fratelli assume la forma di una rivendicazione: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quanto ti chiediamo” (Mc 10,36). Anch’essi hanno lasciato tutto per seguire Gesù; vogliono perciò assicurarsi un posto di rilievo nel suo regno messianico, quando verrà nella gloria. Ma si sono sufficientemente resi conto della via di umiliazione e di sofferenza che bisogna percorrere? Certo, essi chiedono un favore, ma questo favore viene ancora visto come un privilegio e non come un servizio. Gesù approfondisce la questione sollevata, perchè essi non dubitino che i posti a destra e a sinistra del crocifisso siano delle croci da cui pendono due ladroni (Mc 15,27). Sondando le loro disponibilità, li invita a condividere anzitutto la realtà concreta della sua obbedienza al Padre, simboleggiata dal calice e dal battesimo. Nell’A.T. Il calice può essere segno di benedizione ma rappresenta più frequentemente l’amarezza del castigo divino e la prova che purifica il peccatore. Al calice Marco vi aggiunge il battesimo per sottolineare che il battesimo di Cristo, e quello di ogni cristiano dopo di Lui è un impegno fino alla morte nel piano di salvezza di Dio. La risposta dei figli di Zebedeo non è pretenziosa, perchè sanno che solo col Maestro potranno avere la grazia di partecipare alla sua sofferenza e alla sua morte. La missione di Cristo fa parte di questa di questa condivisione: egli non dispone del regno, nel quale ogni individuo si incontra col Padre suo in modo unico e personale. Anzichè confrontare e valutare i destini immaginando una gerarchia dei posti nel Regno, gli altri dieci discepoli vengono invitati da Gesù a spogliarsi di ogni ambizione di tipo politico. Il mondo delle genti è caratterizzato dalla corsa al potere e dall’oppressione dagli uni verso gli altri. “Ma fra voi non sarà così”. Gesù esclude per i suoi questo modello di società, perchè nella comunità dei discepoli ogni membro deve cercare di servire. Seguire Gesù implica questa scelta fondamentale. I valori sono ancora una volta capovolti poiché la situazione migliore è di offrirsi per il servizio di tutti, senza distinzione alcuna. Questo servizio è partecipazione alla missione del Figlio dell’uomo che ne è il fondamento e la misura: impegnarsi a servire significa rischiare la propria vita, accettare di perderla, assieme al Cristo servo che dona la sua vita in riscatto per la moltitudine. L’esistenza dell’uomo assume così il suo senso decisivo alla luce del destino di Gesù. L’insegnamento iniziato dopo il primo annuncio della Passione raggiunge il suo punto culminante. Il valore della vita umana dipende dal fatto di essere assunta integralmente da colui che si chiama Figlio dell’uomo perchè ne sposa tutta la realtà e gli dà tutta la sua consistenza d’amore: vivere significa accogliere; accogliere significa unire, farsi piccoli, dare i propri beni e seguire; seguire significa servire e servire significa amare con lo stesso amore di Dio.
9. CONTESTO GLOBALE
Nella struttura del vangelo di Marco, che ha uno schema di questo tipo:
Prologo, seguito da un primo blocco, 1,14-8,26, in cui Gesù inizia e conduce la sua attività in Galilea, a Cafarnao o nei dintorni del lago, dove si ha l’impressione che il piano ordinatore di questo scritto non sia solo geografico, ma anche quello di un racconto condotto secondo un genere biografico che a volte raggiunge punte drammatiche. Infatti il racconto inizia con l’entusiasmo della folla in Galilea, si snoda attraverso le incertezze della crisi e culmina con la catastrofe di Gerusalemme. Al termine di questa parte troviamo la “Professione di fede di Pietro”, che nella sua proclamazione messianica fa da cerniera tra la prima parte del vangelo e la seconda. In quest’ultima parte, che comprende i vv.8,30-13,37, Gesù lascia la Galilea e si avvia a Gerusalemme. Il cammino verso la Città Santa è segnato dalla presenza dei dodici che qua e là si apre lasciando intravedere sullo sfondo la folla. Dominano in questa scena i momenti di intimità tra Gesù e i discepoli; troviamo un Gesù che è deciso ad affrontare il giudaismo nel suo centro politico e religioso, un Gesù che rivolge un insegnamento particolare ai dodici e ha come guida il significato del suo cammino verso la morte; e i discepoli, che sono chiamati a comprendere il progetto del Regno, ora devono aderire e lasciarsi coinvolgere nel progetto messianico. La struttura portante di questi capitoli è costituita dai tre annunci della Passione: 8,31-33; 9,31-32; 10,32-34 che sono formulati secondo il linguaggio presumibilmente usato dalle prime comunità cristiane, per esprimere la loro fede in Gesù morto e risorto. In questi annunci Gesù si definisce come il Figlio dell’Uomo. Questi tre annunci della mote e risurrezione, anche se disposti in forma progressiva o in crescendo, sono articolati, nel contesto, in uno stile uguale. All’annuncio segue la negazione dei discepoli: scandalo (8,32-33), incomprensione e paura (9,32; 10,35-40). Nonostante tutto Gesù sviluppa il suo insegnamento sulla morte e risurrezione derivandone conseguenze per la vita dei discepoli e della comunità. A questa struttura e a questo clima spirituale Marco ha inserito, adattandolo al suo progetto redazionale, del materiale narrativo e di insegnamento. Il racconto della Trasfigurazione e il successivo dialogo con i tre discepoli, tra cui Giacomo e Giovanni, fanno da commento e conferma al primo annuncio della morte; la guarigione del ragazzo epilettico, dopo la discesa dal monte della Trasfigurazione, sottolinea il potere di Gesù che domina e vince la potenza della morte. La raccolta di sentenze in forma di catena nel cap.9 è un ampliamento dell’istruzione ai discepoli sulla tolleranza e l’accoglienza (9,38-41); sullo spirito che deve caratterizzare i discepoli per avere la pace nella comunità (9,48-50). Anche le istruzioni che seguono nella prima parte del cap.10 chiariscono tre temi, che interessano il comportamento dei discepoli-comunità: il matrimonio come impegno dell’intimo nell’amore (10,1-12); il ruolo e il valore dei bambini nella comunità (10,13-16); il problema del possesso dei beni (10,17-31). Dopo questi racconti è situata la pericope da noi analizzata, che come abbiamo visto, è strutturata da un annuncio della passione, dalla richiesta dei due figli di Zebedeo e dalla risposta di Gesù. L’ultimo episodio di questa sezione, la guarigione di Bartimeo, riassume e anticipa quella nuova. Grazie all’istruzione di Gesù i discepoli, incapaci di comprendere e di vedere il suo destino di morte e risurrezione, perchè contrario ai loro schemi umani e ai loro pregiudizi religiosi, ricevono il dono di vedere e seguire il Maestro, come il cieco guarito, sulla strada che porta a Gerusalemme verso la morte e risurrezione.



