Mancano ancora pochi giorni alla chiusura di due interessanti mostre al MUDEC di Milano.
Se ancora non avete avuto occasione di vistarle vi consigliamo di ritagliarvi qualche ora di svago per un tuffo in un’arte fuori dagli schemi, avete tempo fino al 16 febbraio.
Stiamo parlando di due artisti che hanno lasciato un segno nella storia dell’arte del Novecento: Niki de Saint Phalle e Jean Dubuffet con la sua Art Brut “l’arte degli outsider”.
Seppure in modi diversi, entrambi rivendicano la libertà totale dell’atto creativo: l’arte dell’istinto, dell’anima nuda, dell’espressione incontaminata, che non si preoccupa delle regole, delle tecniche accademiche o delle convenzioni, un’arte che spesso nasce da profonde sofferenze.
Niki de Saint Phalle
Questa artista franco-americana, nata nel 1930 in una famiglia aristocratica ed educata in scuole private religiose, manifesta molto presto un carattere ribelle alle regole imposte alle ragazze. Non accetta le disuguaglianze di genere prescritte dalla società patriarcale di quei tempi, dove la donna è “prigioniera dello spazio domestico” nei sui ruoli di moglie e madre, ed è attraverso l’arte che esprime il suo dissenso e reagisce alla violenza subita dalle donne.
«Niki de Saint Phalle è una delle prime artiste a mettere al centro della sua arte i ruoli imposti alle donne e a distruggerli uno ad uno. I suoi assemblaggi colpiscono ancora oggi per la violenza e la radicalità del loro intento critico» spiega Lucia Pesapane, curatrice della mostra.
Il percorso artistico di Niki de Saint Phalle ha inizio nei primi anni Cinquanta durante il suo ricovero per un forte esaurimento nervoso: lì nel disegno e nel collage trova la sua salvezza.
Ma è poi con le sue sculture che fa breccia nel mondo artistico; fino ad allora erano state ben poche le donne scultrici nella storia dell’arte e ancora meno quelle che si erano confrontate con lo spazio pubblico. Nei primi anni sessanta, consapevole della forza della sua immagine, non aveva esitato a esibirsi in pubblico per dare colore alle sue opere imbracciando una carabina con la quale sparava a sacchetti riempiti di pittura.
Le 110 opere esposte al MUDEC mostrano il percorso emotivo del pensiero dell’artista a partire dalla collera, dall’indignazione, dalla sofferenza provata verso le diseguaglianze, le discriminazioni nei confronti dei più deboli e verso la violenza della società occidentale, fino alla gioia come riscatto.
«Dopo gli spari, la rabbia non c’era più, ma restava la sofferenza; poi la sofferenza è sparita e mi sono ritrovata di nuovo in studio a fare creature gioiose per la gloria della donna» spiegava l’artista.
È con le sue famose Nanas, sculture dai colori vivaci di donne felici e danzanti, versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, che Niki de Saint Phalle celebra il trionfo delle donne. Le Nanas, realizzate anche a dimensioni monumentali non sono solo bianche ma anche nere perché l’artista, influenzata dalla sua infanzia newyorkese in un’epoca in cui vigeva ancora la segregazione razziale, si è sempre battuta contro le discriminazioni razziali.
«Quanti neri ho fatto? Centinaia? Perché io, una donna bianca, faccio dei neri? Io mi identifico con tutti quelli che sono emarginati, che sono stati perseguitati in un modo o nell’altro dalla società» diceva.
Il suo impegno sociale l’ha inoltre portata negli anni Ottanta, a essere una dei primi artisti a sostenere pubblicamente i malati di AIDS scrivendo addirittura un libro per spiegare cos’è l’AIDS, come proteggersi dal virus e come aiutare le persone che ne sono affette, sottolineando inoltre che il malato non deve essere giudicato. Libro poi distribuito in tutti i licei francesi.
La sua arte rivela anche il suo legame con le altre culture: ha saputo fare tesoro delle differenze, sottolineando una storia universale e plurale dell’umanità abbattendo le distinzioni prestabilite o preconcette.
«Mi sento legata a tutte le culture. Mi hanno nutrito, le ho osservate, ho amato così tante cose diverse, che si tratti di arte messicana, amerindiana, italiana o orientale. Mi sono interrogata su di loro, ho visto e amato tutte queste meraviglie. Sono una parte di me stessa. Mi sento unita agli altri esseri umani e alle altre culture”.
Insomma una donna che ha avuto il coraggio di dare una scossa a una società dove tutto era incasellato e fatto di stereotipi.
Jean Dubuffet e l’Art Brut – L’arte degli outsider
Nella Parigi post bellica emerge, lontano dai musei e dai salotti raffinati, una nuova concezione di arte: l’Art Brut.
È Jean Dubuffet il padre di quel concetto di arte che non si preoccupa delle regole, delle tecniche accademiche o delle convenzioni ma che è espressione incontaminata dell’istinto. È l’arte di chi non ha mai frequentato una scuola preposta, ma ha imparato da sé, dai propri sogni, dalle proprie visioni, dai propri impulsi.
«Ognuno è pittore. La vera arte è sempre dove non te l’aspetti. Dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome» sosteneva Dubuffet «questi autori traggono ogni cosa (soggetti, scelta dei materiali, strumenti, ritmi, stili di scrittura, ecc.) da dentro sé stessi e non dai cliché dell’arte classica o dell’arte che va di moda.»
Lui, artista (pittore, scultore e scrittore), ribelle per natura, si oppose fin da giovanissimo all’arte tradizionale andando alla ricerca di nuove forme espressive. A partire dagli anni Quaranta, iniziò così a raccogliere e collezionare opere di quell’arte da lui coniata Art Brut. Si tratta lavori spontanei, immediati, creati da persone prive di una specifica formazione artistica, spesso affette da disabilità o disturbi, ai margini della società. Artisti che creavano solo per loro stessi utilizzando materiali che avevano casualmente a portata di mano, servendosi così, inconsciamente, di mezzi artistici nuovi, fuori dagli schemi.
Il percorso dell’esposizione, articolato in quattro sezioni, inizia con una panoramica del lavoro di Dubuffet per poi proseguire con le opere dei maggiori esponenti dell’Art Brut, spesso affetti da problemi psichici o anche fisici. Di ogni artista viene narrata una breve storia che pone l’attenzione alle tematiche personalmente vissute e che hanno influenzato le sue creazioni. È infatti impossibile riuscire a comprendere la poetica di questi artisti di Art Brut e ad apprezzare a pieno le loro opere senza conoscere il loro vissuto.
La terza e la quarta sezione, toccano le tematiche delle credenze e del corpo con opere raccolte in cinque continenti mettendo in luce le diverse forme di arte e di cultura nel mondo e sottolineando la libertà dell’arte e delle sue espressioni.
Elena Gaggini
MUDEC: Via Tortona 56, Milano, tel. 02/54917
ORARI: Lun 14.30 ‐19.30 | Mar, Mer, Ven, Dom 09.30 ‐ 19.30 | Gio, Sab 9.30‐22.30
fino al 16 febbraio
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(“Tiro con carabina”)
1962
Prestatore: Collezione privata
© 2024 NIKI CHARITABLE ART
FOUNDATION
All rights reserved.
Photo: Unknown

3
Jean Dubuffet
Hôtel du Cantal
1961
Tecnica: Olio su tela
Musée des Arts Décoratifs, Parigi
© Les Arts Décoratifs/Jean Tholance
Jean Dubuffet: © Jean Dubuffet by SIAE 2024

Senza titolo
Anno: 1938
Tecnica: Carboncino su carta
Collection de l’Art Brut, Losanna
Crediti fotografici: Atelier de numérisation – Ville de
Lausanne

La divinazione di Bi
Anno: 1991
Tecnica: China su carta giapponese
Collection de l’Art Brut, Losanna
Crediti fotografici: Atelier de numérisation – Ville de
Lausanne



