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venerdì, Settembre 17, 2021

San Servolo: dalla sofferenza alla sostenibilità ambientale

L’isola di San Servolo è passata da luogo di emarginazione e segregazione alla svolta che punta alla sostenibilità ambientale

Qualcuno ricorda ancora la minaccia “se non fai il bravo ti mando a San Servolo”, ma oggi quell’espressione è fortunatamente scomparsa portandosi dietro tutto quello che quest’isola ha rappresentato nel corso dei secoli. San Servolo è il simbolo di come i soldi pubblici abbiano portato al riutilizzo insperato di un’intera isola che rischiava l’abbandono e la vendita a privati; San Servolo è l’isola dove le eccellenze delle istituzioni scolastiche trovano posto; San Servolo è l’isola della pace grazie al suo enorme parco e alla vista che si estende su Venezia, rendendola location perfetta per eventi di ogni tipo; San Servolo è anche l’isola dell’inquietudine, della sofferenza, delle decine di migliaia di cartelle cliniche che raccontano storie di esseri umani, di vite, di soggiorni brevi o lunghi, di una malattia che a volte era dovuta alla malnutrizione e altre volte non lasciava scampo. San Servolo è l’isola della follia, dove un tempo non così lontano sorgeva il manicomio monumentale della città, spazzato via dalla legge Basaglia del 1978, la riforma psichiatrica che ha portato alla chiusura di tutti i manicomi.
L’isola, come spiega l’amministratore unico Andrea Berro, ha una ricettività di 175 camere con una capienza di circa 300 posti letto e qui vi si svolgono dai 120 ai 150 eventi all’anno: feste aziendali, matrimoni, mostre, convegni e altro. Ma a perenne testimonianza di ciò che è stato, si può anche visitare il Museo della follia, che registra circa 6mila visitatori ogni anno e il trend è in crescita.
“San Servolo è tra le più belle isole minori e l’unico esempio di recupero da parte del pubblico: in origine era un monastero benedettino prima di monaci e poi di suore, poi è stata anche bonificata nel corso degli anni, dopo un millennio è diventata presidio ospedaliero militare e poi manicomio monumentale maschile della città fino al 1978 – spiega Berro – successivamente ha subito un pe-riodo di abbandono fino alla fine degli anni 90, dopodiché la Città Metropolitana, allora Provincia di Venezia, ha fatto un importante intervento di restauro e ristrutturazione dell’isola con fondi pubblici statali per trasformarla in un centro congressuale. Inizialmente l’attività era rivolta soprattutto al mondo accademico e degli studenti, con l’insediamento di Venice International University, poi si è aperta ad altre realtà istituzionali e all’organizzazione di eventi”.

San Servolo custodisce e testimonia, ma guarda anche oltre..

Nel luogo un tempo di emarginazione e segregazione oggi si libera il vociare dei bambini che qui svolgono i campi estivi, si raccolgono le olive, si uniscono in matrimonio gli innamorati, si festeggiano gli eventi aziendali, si inaugurano mostre, si vedono passare affaccendati studenti, studiosi, visitatori. E si guarda al futuro anche in tema di sostenibilità, con un progetto che prevede la realizzazione di una serie di interventi di ammodernamento delle strutture e delle funzioni dell’isola che verranno effettuati nell’ottica del design e soprattutto del rispetto ambientale.
“Il museo custodisce almeno 70mila cartelle cliniche, dagli anni 40 dell’800 fino alla chiusura – spiega Armiato – ma abbiamo anche recuperato le cartelle cliniche di San Clemente, che era manicomio femminile, oltre a quelle di Marocco a Mogliano Veneto.
San Servolo è un modello vincente – conclude Berro – perché oltre alla testimonianza del passato manicomiale, abbiamo investito tanto nell’isola per fare dell’altro”.

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