Arresto di Paolo a Gerusalemme. Processo e appello a Cesare

di Cinzia Randazzo

In questo contributo si procede a rilevare le vicissitudini di Paolo, soffermandoci ora sul suo arresto.   

Correva la primavera inoltrata  dell’anno 58, forse e con molta probabilità il mese di maggio, quando nella capitale giudaica, dalle autorità romane, Paolo venne arrestato nel corso di una violenta manifestazione sollevata contro di lui da elementi giudaici, farisei e zeloti. Il tribuno Lisa che comandava la legione romana, nella ipotesi che Paolo fosse un sobillatore, dopo averlo tratto dal furore della folla, ne dispose la pena della fustigazione. Non ne fece poi di nulla  in quanto Paolo pose sulla bilancia la sua cittadinanza romana.

Conseguentemente, dopo un passaggio dal gran sinedrio, ed avendo Paolo insistito a voler essere giudicato dalla magistratura romana, il tribuno Lisa inviò il prigioniero a Cesarea marittima, dove era il procuratore della Giudea Antonio Felice. Il viaggio di Paolo da Gerusalemme a Cesarea dovette essere preparato minutamente, perchè si era venuti a conoscenza di una congiura per uccidere il prigioniero. I giudei, evidentemente, non avevano digerito il fatto di vedersi scappare di mano l’odiato traditore ed eretico. Con l’ingente scorta militare Paolo giunse a Cesarea marittima.            Cinque giorni dopo arrivarono da Gerusalemme gli accusatori di Paolo: una delegazione formata dal sommo sacerdote Anania ed alcuni anziani del sinedrio. Era accompagnata da un certo Tertullo, avvocato che doveva sostenere l’accusa contro Paolo.

Convocato l’imputato, la disputa ebbe luogo, ma finì con un nulla di fatto, cioè con un rinvio. A Cesarea Paolo godè di una prigionia di tutto riguardo. Un centurione ebbe l’ordine della custodia, però con una certa benignità e senza impedirgli di ottenere assistenza da parte di eventuali sue conoscenze. Terminato il biennio di governo della Giudea, Antonio Felice venne sostituito col procuratore Porcio Festo. Era l’anno 60: due anni di distanza o quasi dai fatti di Gerusalemme.     

Festo, nel corso di una visita a Gerusalemme, si trovò davanti ad una richiesta dei maggiorenti ebraici: che facesse venire a Gerusalemme l’imputato onde permettere al gran Sinedrio di concludere sulla questione; in tal modo il nuovo governatore avrebbe iniziato il suo ufficio con un atto capace di guadagnargli la riconoscenza di tutta la nazione. La risposta di Festo si attenne rigorosamente alla legge: la causa aveva la sua sede di diritto e di dibattito nel tribunale di Cesarea. Se i giudei avevano qualcosa da dire o da presentare era questa la sede in cui, appunto, dovevano obbligatoriamente presentare e dire in qualità di accusatori. Per lui alcuna condizione valeva per ottenere favore dal popolo.

Tornato a Cesarea, Festo indisse udienza in tribunale, convocando l’imputato. I giudei, scesi per l’occorrenza da Gerusalemme, presentarono le loro accuse: accuse che si possono intuire o dedurre dalla risposta data da Paolo alle accuse stesse: “nè contro la legge dei giudei, nè contro il tempio, nè contro Cesare commisi alcuna colpa” (Atti 25,8). Le prime due accuse cadevano sotto la giurisdizione della nazione giudaica, la terza nella competenza diretta del governatore.

Tuttavia Festo non poteva sottovalutare il fatto che si trovava a giudicare un cittadino romano. Tentò una via di mezzo chiedendo a Paolo se accettava di andare a Gerusalemme per essere colà giudicato. Per tutta risposta ebbe un netto rifiuto. Paolo non solo respinse ancora le accuse che gli venivano fatte, ma, concludendo, pronunziò la solenne formula di cui poteva avvalersi essendo cittadino romano: “Caesarem appello! (mi appello a Cesare!)”. A Festo non restò che disporre di conseguenza.