IL 900 A PEDALI: IGNAZIO GARDELLA

Fra i protagonisti dell’architettura italiana del Novecento, un ruolo di primo piano spetta a Ignazio Gardella. Nato a Milano nel 1905 da una famiglia di architetti e ingegneri di origine genovese, inizia la sua attività collaborando con il padre Arnaldo. Realizza le prime opere – tra cui il Dispensario antitubercolare di Alessandria – negli anni Trenta, offrendo una personale versione dell’architettura  razionalista. In collaborazione con altri architetti elabora anche ambiziosi piani urbanistici per la città di Milano: il progetto “Milano Verde” e il Piano AR, relativo alla ricostruzione post-bellica.

Dopo la guerra realizza una serie di edifici molto significativi, nei quali si coglie una nuova attenzione per i valori del contesto e della storia, nonché una particolare sensibilità per l’articolazione degli spazi interni e per il trattamento della luce. Si tratta della Casa Tognella, della Casa di via Marchiondi e del PAC a Milano, della Casa Borsalino ad Alessandria, della Casa alle Zattere a Venezia, della Mensa Olivetti a Ivrea. Il prestigio raggiunto da Gardella negli anni Cinquanta è sancito da un incarico di insegnamento presso l’IUAV di Venezia e dalla prima monografia sulla sua opera, curata da Giulio Carlo Argan nel 1959.

La carriera di Gardella prosegue negli anni Sessanta e Settanta con altri importanti progetti, non sempre realizzati, come la chiesa di S. Enrico a Metanopoli, gli uffici Alfa Romeo ad Arese, il teatro di Vicenza, la sede della Facoltà di architettura di Genova.

Tra le ultime opere ricordiamo il nuovo fabbricato viaggiatori della stazione di Lambrate, l’ampliamento dell’Università Bocconi, il Teatro Carlo Felice di Genova (in collaborazione con Aldo Rossi). Negli ultimi anni di attività si occupa inoltre dell’immagine coordinata dei supermercati Esselunga.

Gardella muore a Oleggio nel 1999.

1. Progetti per piazza del Duomo (1934, 1988) – Gardella è autore di due interessanti progetti per il completamento della piazza, purtroppo non realizzati. Il primo prevede la costruzione di una torre panoramica a conclusione dell’ala ovest di Palazzo Reale, in asse con la Galleria. Il secondo prevede un edificio-quinta, formato da un basamento ad archi e da un loggiato, collocato dirimpetto al Duomo.

2. Via Marchiondi 7 (1949-1954) – Questo condominio, costruito a margine degli storici Giardini d’Ercole, accoglie le abitazioni di Gardella e dei suoi collaboratori Roberto Menghi e Anna Castelli Ferrieri. L’edificio si distingue per le lunghe balconate affacciate sul verde e per la libera collocazione di finestre e verande, che asseconda le esigenze degli abitanti.

3. Via Marina 3 (1960-1970) – Questo condominio è dotato di due affacci principali, uno sui Boschetti di via Marina, storica sede delle passeggiate in carrozza della nobiltà milanese, e l’altro su un folto giardino, adiacente al parco di Villa Reale. Gardella compie una scelta inusuale: colloca i soggiorni – dotati di ampie finestre e balconi – sulle testate dell’edificio, le camere verso il giardino e i locali di servizio su strada.

4. Via Palestro 16 (1957-1959) – Gardella modifica gli spazi all’ultimo piano di Villa Reale, danneggiati dalle bombe, per destinarli alle opere della Raccolta Grassi. Le sale espositive sono caratterizzate dai soffitti a volta e dalle lampade, disegnate dal progettista. Egli disegna anche una scenografica scala di accesso, parte integrante del percorso espositivo, che si snoda intorno a un pilastro centrale a pianta ellittica.

5. Via Palestro 14 (1947-1954) – Il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) occupa l’area delle scuderie di Villa Reale, distrutte dai bombardamenti. Dietro le facciate neoclassiche conservate, Gardella concepisce uno spazio articolato per esporre diversi materiali artistici: una serie di sale affiancate per le opere pittoriche, uno spazio ribassato con vetrate per le sculture, una galleria al primo piano per le stampe e i disegni.

6. Piazza Monte Titano (1983-1999) – Il nuovo fabbricato viaggiatori della stazione di Lambrate viene pensato da Gardella come affaccio rappresentativo della stazione verso i quartieri periferici. È un lungo corpo di fabbrica in mattoni con una copertura a botte, che richiama la forma di un vagone ferroviario. All’interno, l’atrio diventa spazio di mediazione tra la quota della città e quella dei binari.