Lyle Lovett and his acoustic group

Lyle Lovett

Villa Arconati, 21 luglio 2011, di Elisa Zini –  A concludere la 23a edizione del Festival di Villa Arconati ci pensa un cantautore americano, Lyle Lovett. Musicista raffinato, elegante e seducente affascina, per l’intero concerto, il cospicuo pubblico venuto per ascoltarlo. Quattordici album al suo attivo, più di quattro milioni di dischi venduti e quattro volte vincitore dei Grammy Awards: questa la lunga carriera di Lovett. Difficile definirne il genere musicale: folk, swing, blues, jazz, gospel music e la più tradizionale country e western styles si rincorrono e si fondono in un sound davvero unico.

Lyle Lovett, musicista texano, emerge sul finire degli anni ottanta. Etichettato erroneamente come uno dei “nuovi tradizionalisti”, insieme a Steve Earle e Dwight Yoakman, mostra successivamente le sue doti di cantautore e di interprete. Brani apparentemente diversi tra loro hanno subito un grande successo: in “And his Large band” trionfa il western swing e in “Joshua Judges Ruth” regna il conutry-western-gospel, sapientemente e abilmente miscelati. A partire dai primi anni novanta anche Hollywood si accorge delle rare qualità di Lovett. Il cantautore si ritroverà catapultato nel mondo del cinema inizialmente in ruoli da caratterista e in seguito da co-protagonista. Il grande regista Robert Altman decide di far recitare Lovett in film di successo come “Short cuts” (America oggi, Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia nel 1993) e “Cookie’s fortune” (La fortuna di Cookie) affidandogli la colonna sonora della pellicola “Il dottor T e le donne” con Richard Gere.

Lyle Lovett, che sposa la bella Julia Roberts nel ’93 (divorzieranno due anni dopo) è autore anche delle soundtrack di film come “Quiz show” e “Toy story”. Il successo è tale che nel 2003 uscirà un’antologia delle sue canzoni da film. Il doppio album  uscito nel 1993, “Step inside this house”, mette in luce le sue qualità di interprete, in un vero e proprio omaggio a grandi autori texani come Guy Clark, Robert Earl Keen e l’amico Townes Van Zandt la cui morte lascerà un enorme vuoto in Lyle Lovett, spirituale e artistico. Solo dopo cinque anni Lovett torna al pubblico con un nuovo album di inediti: “My baby don’t tollerate” riscuote il meritato successo. Nel 2007 viene inciso un disco live con una big band, registrato in studio, dal titolo “It’s not big it’s large”. Nel 2009 Lovett ritorna a sonorità acustiche, ritmiche, graffianti, country. Nuove composizioni e cover vengono suonate con raffinata eleganza: celebre “Loretta”, un omaggio all’amatissimo Van Zandt.

Grande sound quello che Lovett dona al pubblico di Villa Arconati che lo sostiene e applaude per tutto il concerto. Allegria, ritmo e tradizione non mancano di certo sul palco e il moderno country scalda il cuore. Da uomo elegante, gentile e disponibile Lovett, a metà concerto, improvvisa un fuori programma accogliendo una richiesta gridata da uno spettatore: “Friend of devil” (dei Grateful Dead, scritta da Jerry Garcia e John Dawson, brano dell’album “American Beauty”). Lovett si guarda intorno, accorda la chitarra acustica e risponde: “Ok, thanks” e regala al pubblico un commuovente brano e una indimenticabile serata.

Cesaria Evora

Festival Villa Arconati, 21 giugno – 21 luglio 2011

Villa Arconati, 20 luglio 2011, di Elisa Zini – Cesaria Evora, “Cize” per i suoi amici, approda sul palco di Villa Arconati acclamata da un nutrito pubblico. Nata il 27 agosto 1941, sull’isola di San Vicente, Capo Verde, Cesaria Evora miscela sapientemente diversi stili musicali abbracciando le percussioni dell’Africa occidentale con il fado portoghese, unendo la musica brasiliana ai canti di mare britannici in un ensemble di grande atmosfera. Dopo qualche anno di assenza e un periodo di riposo per motivi di salute Cesaria Evora torna alla ribalta con un nuovo album, Nha Sentimento (I miei sentimenti), e una serie di concerti dal vivo. Il nuovo album comprende 14 brani inediti carichi di sound e ritmo capoverdiano.

Cesaria Evora incide il suo primo disco all’età di 47 anni ma la passione per la musica era già presente all’età di sette anni. In orfanotrofio, luogo dove visse dopo la morte del padre perché la madre, troppo povera, non poteva prendersi cura di lei, esibiva le sue rare doti cantando nel coro. Non è stato un inizio facile: negli anni ’80 fu invitata dall’associazione delle donne di Capo Verde a Lisbona, per incidere qualche brano, ma non trovò nessun produttore discografico interessato al suo lavoro. Solo nel 1988 Josè Da Silva, giovane francese originario di Capo Verde, la vuole a Parigi per incidere un album certo che il talento di Cesaria avrebbe ammaliato anche il vecchio continente. Nel 1988 la Lusafrica decide di produrre il suo primo album “La Diva aux pieds nus” e dopo due anni ne segue un secondo dal titolo “Distino di Belata”. Il nuovo lavoro non riscuote molto successo mentre i concerti la vedono grande protagonista per le atmosfere pacate, avvolgenti e calde che è in grado di creare. E’ con “Mar Azul”, uscito nel 1991, che la carriera di Cesaria si consolida. L’anno dopo esce “Miss Perfumado” accolto dalla stampa francese con calore e ammirazione. Iniziano i paragoni con Billie Holiday, nel tentativo di “catalogare” questa nuova artista così originale e inconsueta. Come ogni favola che si rispetti cominciano a diffondersi voci e piccoli aneddoti: il suo amore per il cognac e per il tabacco, la vita dura segnata dalle rughe in volto cariche di storia e di passioni. Cesaria ormai è approdata inequivocabilmente in Europa: riscuote successo in Spagna, Belgio, Svizzera, Africa e Carabi. A consacrarla ci penserà Caetano Veloso che salirà con lei sul palco, accompagnandola durante un’esibizione, dichiarando che Cesaria è una tra le cantanti che lo ispirano. La sua prima tournèe negli Stati Uniti richiama artisti come Madonna, David Byrne e Brandford Marsalis. Goran Bregovich, geniale compositore di musiche balcaniche, la chiama per registrare “Ausencia” brano che diventerà la colonna sonora del film “Underground” diretto dall’amico Emir Kusturica.

Concerto di atmosfera quello di Villa Arconati. Ritmi caldi, densi, avvolgenti, hanno accompagnato il pubblico trascinandolo in sinuose danze, sul posto, per l’intero concerto. Molti gli applausi anche quando, nel bel mezzo di una canzone, Cesaria smette di cantare e si siede in mezzo ai suoi musicisti. Un attimo dopo prende del tabacco fresco e si prepara una sigaretta, fumandola fino alla fine del brano, permettendo ai componenti del gruppo di esibirsi in assoli esclusivi. Una Cesaria Evora da non perdere nei concerti dal vivo.

Alex Britti

Festival Villa Arconati, 21 giugno - 21 luglio 2011

Villa Arconati, 18 luglio 2011, di Elisa Zini L’attesa per il concerto di Alex Britti è allietata dalla bella voce di Vusi Mahlasela Ka Zwane. In Sudafrica a 44 anni è gia considerato un’istituzione. Per i suoi testi contro l’emarginazione, le ingiustizie e le discriminazioni è stato ribattezzato il Bob Dylan del movimento antiapartheid. Poeta, musicista e cantante miscela sapientemente folk, jazz africano e mbube, parola africana per indicare la musica a-cappella. I racconti di Mahlasela parlano di lotte e speranze del suo Paese che, nonostante le difficoltà, non ha mai abbandonato.

Le luci si spengono, il palco è buio, i tecnici preparano gli strumenti per la nuova band. Applauditissimo entra Alex Britti accompagnato dai suoi musicisti ed è subito gran musica: preziose doti nelle mani di Alex che pizzica le corde della sua chitarra con la leggerezza di un amante. A chi gli chiede se preferisce definirsi un musicista blues, jazz o pop Alex risponde: “Chi sono io? Io sono Alex e suono la mia musica”.

Britti affonda le sue radici musicali nell’amato blues. All’età di otto anni i suoni metallici, stridenti, nostalgici della chitarra acustica lo affascinano e a diciassette anni fonda il suo primo gruppo blues. Inizia così a lavorare nei locali romani portando presto il suo blues in giro per l’Italia. Grande passione e straordinaria tecnica sono doti che non passano inosservate: Britti viene avvicinato da bluesman del calibro di Buddy Miles e Billy Preston, fino a partecipare alla tournèe europea con Rosa King nel 1990. Alex decide di prendere parte alla manifestazione del 1° maggio a Roma, la sua città: sarà sul palco nel 1994 e nel 1995. E’ questo il periodo in cui Alex sente il bisogno di allargare i suoi orizzonti. Compone due colonne sonore da film per “Uomini senza donne” di A. Gassman e G. Tognazzi, e “Stressati” di G. Tognazzi. Nasce la voglia di portare la sua musica in forma di canzone e ha inizio la ricerca di una casa discografica. L’Universal Music nel 1996 pubblica, in successione, due singoli: “Quello che voglio” e “Solo una volta (o tutta la vita)”. Grande e immediato il successo di pubblico: alla fine dell’estate ’98 entra in classifica, rimanendoci per molte settimane, diventando l’evento musicale italiano dell’anno. Il 23 ottobre esce l’attesissimo album “It.pop” che conferma l’efficacia commerciale della proposta di Britti. Nel 1999 Alex vince Sanremo, categoria nuove proposte, con il brano “Oggi sono io” mettendo d’accordo critica e pubblico.

In “Qual è il mio nome” Alex ripropone canzoni tratte dall’intero repertorio (5 gli album incisi) divertendosi in nuovi e suggestivi arrangiamenti. Il grande virtuosismo di Alex Britti emerge, dirompente, nei concerti dal vivo che mostrano le sue rare doti. Un amore per la sua chitarra che trasuda dal palco e arriva diretto allo spettatore. Accordi, note, scale, tutto si muove, scorre, piange, emoziona. La tradizione blues è sempre presente e avvolge Alex per l’intero concerto di Villa Arconati. Britti presenta al pubblico una vera chitarra di metallo e con lei offre una musica dai suoni densi, graffianti, ascoltata in rispettoso silenzio e apprezzata dal pubblico che non smette più di applaudire e ringraziare: giovani e meno giovani in piedi a ringraziare Alex per la bella e allegra serata, che lascia tutti appagati. Con lui sul palco Stefano Sastro all’organo, fender rhodes e piano acustico, Andy Bartolucci alla batteria, Matteo Pezzolet al basso, Gianluca Scorziello alle percussioni e Alice Pelle alle tastiere.

Goran Bregovich

 

Goran Bregovich

and the wedding & funeral band “Champagne for Gypsies”

Milano, 14 luglio 2011 – di Elisa Zini – Molto atteso a Villa Arconati il concerto di Goran Bregovic and the wedding & funeral band. Goran affonda le sue radici nei Balcani: nato a Sarajevo da padre croato, membro dell’Armata Popolare Jugoslava, e madre serba è da sempre l’emblema di come la musica possa unire popoli nel rispetto delle tradizioni, dell’amore e dell’arte.

Icona della musica balcanica nelle sue diverse forme e nell’allegria travolgente di una vera e propria orchestra, con sonorità tzigane e polifonie tradizionali bulgare, la banda si compone di nove musicisti: Goran alla chitarra elettrica accompagnato da due coriste e a seguire percussioni e fiati. Trombe, tromboni, clarinetto e sax si amalgamano in un ensemble che travolge e trascina il pubblico, numerosissimo, in una danza senza fine. Un ordine caotico dove ognuno trova spazio di espressione. Reso famoso per aver scritto tra le più belle colonne sonore dei film del regista e amico Emir Kusturica, Underground, (Palma d’oro a Cannes nel 1995), Il tempo dei Gitani, Arizona Dream, Gatto nero gatto bianco, solo per citarne alcuni, Goran Bregovich ha continuato a comporre musica e a coinvolgere il grande pubblico dal vivo. I suoi concerti trasudano memorie, costumi, usanze, tradizioni, riversando tutto l’amore per la sua amata terra: la Jugoslavia.

La sua vita è un esempio di come tradizioni e culture diverse possano convivere nel rispetto dell’uomo. Dopo il divorzio dei genitori, Goran Bregovich ha vissuto assieme alla madre nella zona a predominanza musulmana di Sarajevo, entrando così a contatto con tutte e tre le culture e nazionalità che formavano, e formano, la Bosnia-Erzegovina. Attualmente Bregovich vive a Parigi con la moglie Dženana Sudžuka e le loro figlie Ema, Una e Lulu. La sua musica risente arricchendosi, da sempre, di tutto questo.

Un pubblico affezionato, multigenerazionale, lo ha accolto ieri sera a Villa Arconati abbracciandolo fin dalle prime note. Da lì a poco è stato impossibili restare seduti: giovani, mamme, papà e nonni in piedi fino a fine concerto, a danzare e a tenere il tempo con le mani, tutti con il sorriso in volto che insieme a quello di Goran hanno reso l’atomosfera davvero magica.

Nel repertorio composizioni nuove tratte da Champagne for Gypsies (titolo del suon nuovo disco) e un tributo a ricordare il sodalizio con Emir Kusturica. Molto bello l’omaggio ad Arizona Dream, l’originale film di Kusturiza con un Johnny Deep, esordiente, e un Jerry Lewis indimenticabile, invecchiato non solo di età capace di entrare, con la sua recitazione, nel profondo del cuore. Due le colonne sonore presentate da Goran, applauditissime dal suo pubblico, a rievocare immagini, colori, profumi e tradizioni mai perdute.

 

THE CHIEFTAINS + ANTONIO CASTRIGNANO’

The Chieftains

Milano, 5 luglio 2011 – Elisa Zini Si aprono le danze a Villa Arconati con la musica suggestiva di Antonio Castrignanò, talentuoso musicista del Salento che porta tradizione e calore sul palco bollatese. Due le voci del gruppo popolare Salentino: Antonio Castrignanò e Ninfa Giannuzzi che rispettivamente suonano tamburello, percussioni e violino. Riccardo Laganà accompagna con tamburello e percussioni,
Rocco Nigro suona la fisarmonica, Giulio Bianco zampogna, flauti e armonica, Attilio Turriti chitarra battente e classica, Gianluca Longo mandola e cetra e Giuseppe Spedicato il basso acustico.

“ Il colore unificante, sopra ad ogni suono, è la voce, davvero splendida, e quel modo di cantare insieme scanzonato e rispettoso, irridente come quello di un monello ma così spesso sapiente come solo i vecchi sanno essere ”, è il commento di Mauro Pagani, autore della presentazione dell’ultimo disco inciso dal gruppo Mara la fatìa traduzione Amara la fatica. Musica coinvolgente fin dalle prime note, da ascoltare in compagnia, da ballare in un gioco di sguardi che richiama una terra antica e arcaica sottolineandone i colori, i profumi, il sudore. Una splendida cornice, quella di Villa Arconati per essere trasportati dall’incontenibile energia di cui Antonio è tramite e interprete: una forza che deriva dalle origini, dalle quelle tradizioni popolari che non vanno mai dimenticate.

Dopo una breve pausa per il cambio di strumenti sul palco arrivano gli attesissimi The Chieftanins paladini e ambasciatori della più tradizionale musica Irlandese e Celtica da oltre 40 anni. Acclamati e applauditi si impossessano del palco e iniziano con un duetto tra flauti e corde d’arpa. Il gruppo dietro a completare con melodie d’altri tempi una tradizione, quella celtica e irlandese, che sembra non essere mai tramontata. Come nascono: nel 1962 a Dublino cinque musicisti, Paddy Moloney, Martin Fay, Seàn Potts, Mìcheàl Tubridy e David Fallon, contemporanei dei Beatles e dei Rolling Stones, decisero di formare una band di “folk revival” denominata The Chieftanins e da allora non hanno mai smesso anche se alcuni componenti del gruppo non sono più gli stessi. Il nome Chieftain deriva dalla traduzione della parola gaelica irlandese Taoiseach (esistono gli analoghi tòiseach e tywysog rispettivamente in gaelico scozzese e gaelico gallese) che significa capo clan.

La musica celtica comprende molti generi musicali, che si sono evoluti dalle tradizioni e dalla musica folk dei popoli celtici dell’Europa Occidentale. La musica celtica è una musica popolare, nata dal popolo tramandata oralmente, quasi mai scritta. La musica irlandese invece include sia una parte strumentale sia una parte vocale, tramandate anch’esse oralmente, per la maggior parte tra il Seicento e il Settecento. La danza ha da sempre giocato un ruolo chiave con la melodia e sul palco di Villa Arconati non poteva mancare: due uomini e una donna (moglie di uno dei musicisti) si mostrano al pubblico con le loro doti. Ritmo e allegria si dipanano all’intera platea scatenando battiti di mani a tempo di musica che accompagnano i danzatori irlandesi. Tanto divertimento sia tra il pubblico sia tra i musicisti, bravissimi, molto affiatati anche nelle improvvisazioni. Una bella serata con un tuffo nelle inebrianti tradizioni popolari, consigliata a tutti.