Alitalia-trasporto farmaci

Aerei Alitalia
Aerei Alitalia

Alitalia ha ottenuto per la prima volta la certificazione IATA CEIV Pharma (Center of Excellence for Independent Validators in Pharmaceutical Logistics), il principale attestato internazionale che testimonia la conformità della Compagnia italiana ai più elevati standard per il trasporto di prodotti farmaceutici.

La certificazione è stata rilasciata anche al ground handling della compagnia a Roma Fiumicino che effettua il servizio di carico e scarico di medicinali nell’ambito delle attività di assistenza a terra per i voli Alitalia e di altri vettori sullo scalo romano.

La certificazione di durata triennale, introdotta dalla IATA con l’obiettivo di uniformare il trasporto globale di medicinali, è un’ulteriore conferma dell’impegno e dell’attenzione con cui Alitalia opera per garantire il massimo livello di sicurezza e di efficienza nel trasporto di prodotti farmaceutici, assicurandone l’integrità e prevenendo eventuali problematiche logistiche durante la catena del trasporto.

“L’Italia è il primo produttore di farmaci in Europa e, pertanto, la certificazione CEIV Pharma ottenuta dalla IATA ci permetterà di competere al meglio in un settore altamente specializzato come quello del trasporto di medicinali nelle stive degli aerei. Per Alitalia, inoltre, questo risultato valorizza ulteriormente la decisione di tornare a gestire direttamente le attività commerciali relative al trasporto delle merci. Una scelta che ci ha permesso di rilanciare il brand Alitalia Cargo, migliorando la redditività di un business così importante nel trasporto aereo”, ha dichiarato Fabio Maria Lazzerini, Chief Business Officer di Alitalia.

“Questo significativo riconoscimento da parte della IATA ci spingerà a fare ulteriori investimenti in formazione del personale e nel miglioramento dei processi al fine di assicurare un servizio di trasporto dei prodotti farmaceutici sempre più efficiente e sicuro”, ha dichiarato il manager.

“HIV, Presente e futuro del paziente cronico”

Adriano Lazzarin
Adriano Lazzarin

Finalmente si torna a parlare e a fare informazione sull’HIV.
Da troppo tempo le campagne di informazione non hanno più coinvolto la popolazione, specie giovani e giovanissimi, sui rischi di un’infezione che si mostra comunque sempre minacciosa e pronta a approfittarsi dell’ignoranza e del pregiudizio.

Anche nel nostro Paese, i cosiddetti “Millennials” mostrano evidenti lacune ed è compito delle istituzioni, della scuola e delle famiglie contribuire a riempire questo vuoto creatosi in venti anni di rarefazione e scarsa conoscenza.

Uno studio europeo e americano, con l’Italia che ambisce a giocare un ruolo da protagonista contro l’HIV: lo studio clinico Mosaico realizzato da Janssen, la società farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson e nato da una partnership pubblico-privato a livello globale, si propone di valutare l’efficacia di un regime vaccinale preventivo anti HIV per il quale è già stata richiesta alle autorità competenti (Ministero Salute, AIFA e Comitati Etici) l’autorizzazione all’esecuzione dello studio clinico.

Il vaccino sperimentale ha raccolto i risultati degli studi di fase 1/2a in termini di sicurezza ed immunogenicità e si appresta ad esser sperimentato all’interno di una popolazione più ampia.

Il regime vaccinale in questione, che possiamo definire “a mosaico”, è stato sviluppato per essere potenzialmente un vaccino con approccio globale per la prevenzione dell’infezione da un’ampia varietà di ceppi virali, responsabili della malattia.

“La prova della sua efficacia – spiega il Prof. Adriano Lazzarin, Ospedale San Raffaele, Milano – la potremo avere solo a studio concluso. La complessità e variabilità dei processi di risposta immune innescati da HIV (linfociti B, linfociti T , cellule accessorie) nel singolo individuo lasciano purtroppo margini di imprevedibilità, e questo trial sarà una buona opportunità per conoscerli meglio”.

Negli ultimi 7 anni in Italia il numero di nuove diagnosi è stato piuttosto stabile, e i nuovi casi sono state provocati soprattutto da infezioni a trasmissione sessuale, sia di tipo sia eterosessuale sia omosessuale. Più del 50% delle nuove diagnosi avviene in condizioni avanzate di malattia, cioè quando il livello di linfociti CD4 è al di sotto delle 350 cellule, o addirittura alla comparsa di sintomi o manifestazioni cliniche legate alla malattia conclamata.

Tumore al seno: Campagna “Chiedo di +”

Banner Chiedo di piu
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Quasi una paziente su tre riferisce di non essere stata curata in una Breast Unit, cioè in un Centro di Senologia Multidisciplinare. Né riceve le informazioni necessarie per poter scegliere con consapevolezza dove rivolgersi.

A cinque anni dalla legge che stabilisce l’istituzione delle Breast Unit, un’indagine condotta dall’Istituto di Ricerca SWG fotografa per la prima volta lo scenario, riportato dalla voce delle pazienti stesse.

La ricerca è al centro della campagna “Chiedo di +”, realizzata da Europa Donna Italia con il supporto incondizionato di Roche, presentata oggi al Senato della Repubblica e i cui risultati sono stati riassunti in 10 punti nel Manifesto “Chiedo di +”.

“Dal dicembre 2014, quando la Conferenza delle Regioni ha recepito le linee di indirizzo ministeriali, i centri di senologia sono stati avviati gradualmente in quasi tutto il territorio nazionale; tuttavia, se in alcune Regioni stentano ancora a decollare, a livello nazionale non è ancora stato condotto un monitoraggio omogeneo della qualità delle prestazioni e dei percorsi offerti alle pazienti” afferma Rosanna D’Antona, Presidente di Europa Donna Italia:

“Con la campagna “Chiedo di +” abbiamo voluto interpellare le dirette interessate, le pazienti, per far emergere dalla loro esperienza quali sono i gap da colmare affinché tutte Breast Unit d’Italia funzionino secondo i criteri previsti dalla normativa”.

Tra i gap riscontrati il primo riguarda i tempi di attesa in ogni fase del percorso – dalla formulazione di una diagnosi completa alla cura prima e dopo l’intervento – percepiti ancora come troppo lunghi.

Le pazienti infatti riportano 2,3 mesi di attesa in media tra l’esecuzione degli esami e la diagnosi. Tra le altre principali criticità troviamo: la carenza di informazioni sia sugli effetti collaterali delle terapie sia su come gestirli, un problema riportato da una donna su 4 riguardo alla chemioterapia e alla radioterapia, e da oltre il 42% riguardo all’ormonoterapia, dato particolarmente significativo se si considera che queste cure si prolungano per 5 anni; la carenza di informazioni per prevenire e curare il linfedema, anche con trattamenti precoci che possono portare a interventi meno invasivi (soffre di linfedema una intervistata su 4 e una su 6 riferisce di non aver ricevuto sufficiente supporto nella riabilitazione, nonostante sia prevista dai Livelli Essenziali di Assistenza); in molti casi il mancato accertamento della eventuale presenza di familiarità e/o di mutazioni nei geni BRCA; la scarsa disponibilità dello psiconcologo ancora in molti centri, insufficiente per il 63% delle intervistate; la necessità di una maggiore presenza del chirurgo oncoplastico all’interno del team multidisciplinare, in considerazione dell’elevata percentuale di mastectomie (43% delle donne intervistate sottoposte ad intervento chirurgico); la scarsa presa in carico delle pazienti durante il follow up.

Inoltre non sempre è assicurata la continuità di cura, infatti 4 intervistate su 10 hanno dovuto cambiare struttura, e ancora troppo spesso le giovani pazienti non ricevono adeguate informazioni e assistenza sulla conservazione della fertilità. Infine manca la figura del nutrizionista per fornire informazioni sull’alimentazione da seguire per la prevenzione delle recidive.

Commenta D’Antona: “Il nostro obiettivo con questa campagna è sensibilizzare sulla necessità di completare lo sviluppo delle Breast Unit e, come previsto dalla legge, assicurarne il monitoraggio in tutto il territorio italiano, affinché tutte le pazienti abbiano accesso a cure tempestive e percorsi terapeutici appropriati”.

Infertilità, la malattia del nostro tempo

infertilità
infertilità

La Medicina della Riproduzione è una delle protagoniste del Congresso Nazionale di Ginecologia e Ostetricia in corso a Napoli: una disciplina che nasceva oltre trent’anni fa di esclusiva pertinenza ginecologica e che oggi rappresenta l’emblema della multidisciplinarietà, nello sforzo costante di accompagnare scrupolosamente la coppia attraverso un percorso diagnostico-terapeutico personalizzato per il raggiungimento della gravidanza.

Integrazione e dialogo tra le differenti competenze hanno caratterizzato questa edizione del congresso che vede la partecipazione di oltre 1500 professionisti di diverse discipline – Ginecologia e Ostetricia, ma anche Genetica, Biologia, Endocrinologia e Oncologia –, e il contributo di esperti di fama internazionale, in pieno spirito di condivisione delle conoscenze e confronto con realtà scientifiche e assistenziali di altri Paesi.

Al centro del confronto l’affermazione di una ostetricia che tutela la maternità e contrasta l’eccesiva medicalizzazione di gravidanza e parto, la presentazione delle nuove raccomandazioni sulla contraccezione ormonale, le novità nel trattamento dei tumori ginecologici e le strategie di preservazione della fertilità.

Un’area di grande attualità, quest’ultima, alla luce dei cambiamenti sociali che vedono ogni anno in Italia un nuovo record di calo delle nascite (1,32 figli in media per ogni donna – dati ISTAT 2018) e un progressivo aumento dell’infertilità maschile e femminile, e in considerazione delle straordinarie opportunità offerte dalla medicina predittiva per la preservazione della fertilità sia nelle pazienti oncologiche, sia in quelle fisiologiche.

“L’infertilità va considerata una vera e propria patologia che oggi interessa il 25% della popolazione, in egual misura uomini e donne, che tendono a posticipare sempre più la decisione di avere un figlio, trascurando la riduzione dell’età ovarica correlata all’aumento dell’età biologica – commenta Giuseppe De Placido, Direttore Dipartimento Materno-Infantile dell’Università di Napoli “Federico II” – Centro di Sterilità, e co-presidente del Congresso –. Le donne in cerca di una gravidanza, in particolar modo dopo i 35 anni, dovrebbero sempre sottoporsi al ‘pap-test riproduttivo’: un semplice esame diagnostico che misura il valore dell’ormone antimulleriano, consentendo di accertare il numero di follicoli, e quindi di effettuare una stima dell’età ovarica, vale a dire del potenziale riproduttivo, così da poter intervenire con una strategia appropriata”.

Un’opportunità concreta per gli ‘aspiranti genitori’, non solo in presenza di patologie oncologiche, è rappresentata dal social freezing che consente di congelare il materiale biologico – gameti e tessuto ovarico – per poterlo utilizzare in un secondo momento

Urologia del Buzzi: donato nuovo apparecchio medicale

Ospedale pediatrico Buzzi
Ospedale pediatrico Buzzi

L’Associazione ‘Amici di Gabriele Onlus’ ha donato al reparto di Urologia pediatrica dell’Ospedale Buzzi di Milano un dispositivo medicale di ultima generazione che permettera’ di aiutare i bambini affetti da malformazioni congenite a carico dell’apparato genito-urinario.

“Quella di oggi – ha detto il sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia con delega Rapporti con le delegazioni internazionali, Alan Christian Rizzi a margine della cerimonia di consegna – e’ una conferma che pubblico e privato quando operano in sinergia possono fare grandi cose”.

“Grazie all’impegno regionale, la Lombardia – ha ricordato Rizzi
– puo’ vantare una sanita’ di eccellenza a livello europeo. Un primato che e’ anche possibile grazie all’impegno di associazioni benemerite come ‘Amici di Gabriele Onlus’ che si impegnano per far fronte comune con il sistema sanitario per riuscire ad alleviare le sofferenze di tanti malati e a rendere il percorso clinico meno pesante. E quando di mezzo ci sono i bambini, il ringraziamento da tributare non puo’ che essere amplificato”.

Hanno partecipato alla cerimonia di consegna anche il direttore generale dell’ASST Fatebenefratelli Sacco, Alessandro Visconti; il direttore sanitario, Giuseppe De Filippis; il presidente dell’Associazione Amici di Gabriele, Mauro Gocilli e i due testimonial della Onlus, Marta Romagna e Alessandro Grillo, primi ballerini del Teatro alla Scala di Milano.