Poca acqua non fa dormire

idratazione e sonno
idratazione e sonno

Meno 2 ore di sonno a notte: ecco quanto ci costa non bere abbastanza acqua

Il professor Umberto Solimene dell’Osservatorio Sanpellegrino spiega perché

bere poca acqua può farci perdere 2 ore di sonno a notte

Milano, 18 febbraio 2020 – Possono essere molti i motivi causa di una notte insonne o un riposo disturbato, dalla digestione che non va come dovrebbe ai troppi pensieri e preoccupazioni che non lasciano tranquilli. Ma uno dei motivi meno noti e scontati che potrebbero influire su una cattiva qualità del sonno facendoci dormire fino a due ore in meno a notte è bere poca acqua.

Dallo studio “Short sleep duration is associated with inadequate hydration”[1], pubblicato sulla rivista “Sleep” è emerso che chi beve troppo poco ha una scarsa qualità del sonno. I risultati sono scaturiti da due studi condotti negli Stati Uniti e in Cina che rispettivamente hanno preso in considerazione 9.559 e 11.903 persone. I criteri di valutazione utilizzati per analizzare la durata e la qualità del sonno – in relazione allo stato di idratazione dell’organismo – si sono basati, oltre alla compilazione di interviste dirette e via computer, su due parametri analitici dell’urina, ovvero la densità e la composizione ionica (sali disciolti). In entrambi gli studi non sono state coinvolte persone con patologie renali o che facessero uso di farmaci che potessero interferire con i risultati.

“Lo studio ha messo in evidenza che i valori elevati di densità urinaria (maggiori di 1020 g/ml) e di contenuto salino (maggiore di 831mOsm/kg) sono indici di scarsa idratazione e portano ad un accorciamento della durata del sonno di circa due ore legate a modificazioni nel rilascio dell’ormone antidiuretico (vasopressina) con interferenza dei ritmi circadiani (risveglio). In sostanza l’organismo disidratato si difende producendo vasopressina per non perdere liquidi influendo però sul risveglio anticipato” – spiega il Professor Umberto Solimene, dell’Università degli Studi di Milano ed esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino.

L’acqua, quindi, oltre ad essere alla base del benessere del nostro organismo in generale, può anche aiutarci a dormire bene. Una relazione, quella tra acqua e sonno, poco scontata: “Non dimentichiamo – prosegue il professor Solimene – “che l’acqua può contribuire ad avere una buona digestione, un altro degli aspetti che aiuta a dormire bene. In particolare, le acque minerali bicarbonato-solfate, grazie alla presenza di questi due sali minerali, stimolano l’attività del fegato e del pancreas, riducendo l’acidità gastrica e favorendo l’azione degli enzimi digestivi. È importante ricordare anche che l’acqua minerale contiene altri oligoelementi utili per mantenere il regolare ciclo veglia-sonno, come il magnesio e il potassio. Al contrario, una carenza di questi due elementi può condurre a insonnia ed a irritabilità”.

SANPELLEGRINO

Sanpellegrino è l’azienda leader nel campo del beverage in Italia, con acque minerali, aperitivi analcolici, bibite e tè freddi. I suoi prodotti, sintesi di benessere, salute ed equilibrio, sono presenti in 150 Paesi attraverso filiali e distributori sparsi nei cinque continenti.

Sanpellegrino, come principale produttore di acqua minerale, è da sempre impegnata per la valorizzazione di questo bene primario per il Pianeta e lavora con responsabilità e passione per garantire a questa risorsa un futuro di qualità. Un impegno che passa anche attraverso la promozione dell’importanza di una corretta idratazione: Sanpellegrino infatti sostiene e diffonde i principi di benessere psico-fisico legati al corretto consumo di acqua, facendosi portavoce dell’“educazione all’idratazione” attraverso un programma che promuove il consumo quotidiano della corretta quantità di acqua, a seconda delle diverse esigenze e stili di vita.

Progetto europeo “Su-Eatable Life”

SU-EATABLE LIFE
SU-EATABLE LIFE

2.200 persone coinvolte in media ogni giorno in Italia (3.150 in totale comprese quelle in UK). 4 aziende e 3 università, fra Italia e Regno Unito. Un duplice obiettivo: risparmiare circa 5.300 tonnellate di CO2 equivalente e circa 2 milioni di metri cubi d’acqua in 3 anni, promuovendo nelle mense aziendali e universitarie dei menù sani e sostenibili. Sono questi gli ingredienti del progetto europeo SU-EATABLE LIFE, la cui fase sperimentale parte oggi anche nel nostro Paese e che vede Fondazione Barilla nel ruolo di capofila dell’iniziativa.

Al progetto collaborano i partner greenApes, Benefit Corporation che fornisce la piattaforma digitale usata per ingaggiare gli utenti nelle mense, la Wageningen University, responsabile insieme a Fondazione Barilla dell’elaborazione dei dati raccolti, e la Sustainable Restaurant Association, partner che supporta lo sviluppo dell’iniziativa in UK.

Dopo essere partita a gennaio in Gran Bretagna (City University of London, University of Worcester, e due mense aziendali gestite dalle società di catering Artizian e Fooditude le realtà interessate) è ora la volta dell’Italia, dove l’Università di Parma, il Gruppo Barilla (stabilimento di Novara) e Ducati Motor Holding daranno il via anche nel nostro Paese a SU-EATABLE LIFE. Operativamente, il progetto vedrà in Italia il contributo delle società di catering Felsinea Ristorazione e Camst Group – Società di ristorazione e facility management, e la partecipazione di ER.GO (Azienda Regionale Emilia-Romagna per il Diritto agli Studi Superiori).

“I nostri sistemi alimentari, le scelte che compiamo a tavola e – prima ancora – il modo in cui produciamo il cibo ci stanno allontanando dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Se da un lato più di 820 milioni di persone nel mondo non hanno cibo a sufficienza, dall’altro circa lo stesso numero soffre di obesità e di problemi di salute legati ad una scorretta alimentazione. I sistemi alimentari sono inoltre responsabili fino al 37% circa delle emissioni di gas a effetto serra globali e del 70%[2], in media, del prelievo e consumo di acqua dolce. Senza dimenticare che annualmente viene sprecato su scala globale circa un terzo del cibo prodotto. Adottando quotidianamente una dieta sostenibile potremmo apportare benefici alla nostra salute e a quella del Pianeta.

SU-EATABLE LIFE punta proprio a questo. Oggi la fase sperimentale parte anche nelle mense universitarie e aziendali italiane. Nelle mense verranno promossi menù sostenibili, attività educative e informative e una piattaforma digitale dedicata per coinvolgere gli utenti, con l’obiettivo di ridurre l’impronta di carbonio e l’impronta idrica connesse alla dieta quotidiana delle persone”, spiega il Prof. Riccardo Valentini, coordinatore del progetto.

SU-EATABLE LIFE vuole dimostrare che è possibile ispirare i cittadini dell’UE ad adottare quotidianamente diete sane e sostenibili. Una dieta sana e sostenibile è basata su pasti che risultino completi in termini nutrizionali, con una prevalenza di prodotti di origine vegetale (verdura, legumi e frutta) e cereali (es. farro, orzo, riso) o loro derivati (es. pasta, pane, couscous, polenta), meglio se integrali, privilegiando le materie prime di stagione.

In una dieta sana e sostenibile nessuna fonte nutrizionale viene eliminata completamente, ma queste vengono bilanciate durante la settimana limitando la frequenza degli ingredienti, come la carne rossa, meno vantaggiosi per salute e ambiente, a favore di quelli più sostenibili come ad esempio legumi, pesce e carni bianche.

La fase sperimentale di SU-EATABLE LIFE avrà un triplice obiettivo generale: aumentare la consapevolezza degli utenti delle mense circa i benefici che offre adottare un regime alimentare sano e sostenibile; valutare l’efficacia di differenti tipi di interventi pensati per incoraggiare scelte sane e sostenibili, misurandone gli effetti in termini di riduzione dell’impronta di carbonio e dell’impronta idrica; fornire raccomandazioni per un miglioramento nell’offerta di cibo delle mense.

Il progetto SU-EATABLE LIFE intende non solo promuovere uno stile di consumo alimentare più sostenibile in mensa, ma mira anche al miglioramento complessivo delle abitudini alimentari delle persone. Per questo motivo, SU-EATABLE LIFE ha elaborato 8 consigli da applicare quotidianamente per migliorare la propria salute e “pesare” meno sul Pianeta, attraverso scelte alimentari sane e sostenibili:
1. Mangiare verdura, legumi e frutta fresca, frutta secca e cereali integrali.
2. Scegliere ingredienti di stagione, varietà locali o della tradizione.
3. Mangiare cibo fresco e quanto più possibile preparato naturalmente.
4. Bere molta acqua, se possibile del rubinetto, e non sprecarla.
5. Ridurre, riusare e riciclare i materiali usa e getta e gli imballaggi.
6. Non consumare troppa carne, soprattutto quella rossa, salumi e insaccati.
7. Non esagerare con formaggi, burro e latte.
8. Non sprecare cibo, mettendo nel piatto solo ciò che serve.

Ospedale Buzzi: hub pediatrico all’avanguardia

Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare
Giulio Gallera, assessore regionale al Welfare

Ospedale Buzzi, Gallera: 30 milioni per nuovo grande hub pediatrico all’avanguardia
L’assessore: da Fondazione importante supporto, portare avanti partnership positiva
(LNews – Milano, 13 feb) L’assessore al Welfare di Regione Lombardia, Giulio Gallera, ha partecipato alla conferenza stampa di presentazione del Comitato d’Onore della Fondazione per l’Ospedale Buzzi e della campagna di ‘foundraising’ per nuovo ‘grande Buzzi’.

30 milioni per una nuova realtà
“Attraverso uno sforzo importante – ha detto Gallera – Regione Lombardia ha messo in campo ben 30 milioni dare a Milano, alla Lombardia e all’Italia una realtà che mancava. Prende ufficialmente vita, quindi, il nuovo ‘grande Buzzi’, una struttura che lavorerà in sinergia con gli altri presidi già presenti sul territorio e donerà a tutti i bambini e alle loro famiglie un ospedale d’eccellenza e all’avanguardia, un Hub pediatrico internazionale aperto a tutti”.

Eccellenze lombarde
“La sanità lombarda – ha proseguito l’assessore regionale al Welfare – può vantare vari punti di forza e il nostro compito, attraverso il lavoro costante e quotidiano, è migliorarlo ulteriormente, in un Paese che ha il pregio di fornire cure a chiunque si trovi sul territorio. La qualità delle cure che forniamo rappresenta una delle nostre maggiori eccellenze. Per mantenere questi livelli abbiamo il dovere di mettere a disposizione dei nostri professionisti gli strumenti necessari per operare al meglio e, contemporaneamente, permettere ai pazienti di trascorrere i periodi di degenza in condizioni ottimali. Perciò quello odierno è un altro grande risultato, che riesce a coniugare perfettamente queste due esigenze”.

Fondamentale supporto della Fondazione
“Mi preme ringraziare la Fondazione – ha aggiunto – che ha scelto di investire nella sanità pubblica, nonostante le difficoltà in cui si è costretti a operare. È la testimonianza di uno straordinario clima di collaborazione attraverso il quale si possono superare tante difficoltà. Evidentemente il faticoso lavoro di medici, infermieri e operatori sanitari riesce a trasmettere un messaggio importante. Esiste una buona sanità su cui si può investire: è quella lombarda. La giornata odierna, quindi, è motivo di grande orgoglio – ha concluso Gallera – e sono certo che sinergie di tale importanza daranno ulteriore slancio al nostro sistema”.

La Fondazione
La Fondazione Buzzi nasce per sostenere l’Ospedale dei Bambini ‘Vittore Buzzi’, uno degli undici ospedali pediatrici presenti in Italia, l’unico a Milano e in Lombardia, con oltre cento anni di storia. La Fondazione investe ogni donazione ricevuta nella realizzazione di progetti a sostegno della migliore ricerca scientifica, della tecnologia più avanzata e per far sì che le cure di ultima generazione siano alla portata di tutti. Tra i primi contributi per il nuovo edificio una Risonanza Magnetica 3 Tesla donata da Enel Cuore che verrà installata entro l’anno, un allestimento di 2 sale operatorie grazie allo studio Bonelli Erede e UBI Banca e 2 posti letto di Rianimazione Pediatrica grazie ad Acone Associati. (LNews)

Epatite C: presentato progetto CCuriamo

Prof. Petta, Segretario Aisf
Prof. Petta, Segretario Aisf

Al Senato della Repubblica un convegno per presentare il Progetto CCuriamo, che ha riunito in un network più stretto gli attori coinvolti nella lotta all’Epatite C per fotografare la realtà italiana su quanto è stato fatto e ciò che resta ancora da fare per l’eliminazione dell’infezione da HCV in Italia

Epatite C – L’Italia fa un passo indietro, servono nuove strategie per eliminare il virus entro il 2030. Il Progetto CCuriamo come spinta a nuove strategie di identificazione del “sommerso”

“Per far emergere il sommerso sono necessarie nuove strategie” sottolinea il Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT. “Bisogna puntare sul coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale e sulle farmacie, che devono diventare punto di informazione e screening” aggiunge il Prof. Petta, Segretario AISF

Obiettivo eliminazione entro il 2030, passo indietro dell’Italia – L’Italia finora si è distinta per risultati importanti nell’eliminazione dell’epatite C. Sono stati trattati più di 200mila soggetti, un ottimo punto di partenza che permette al nostro Paese di rimanere in corsa per il raggiungimento dell’obiettivo fissato dall’OMS per il 2030 di eliminazione dell’infezione da HCV. Tuttavia, una recente stima dell’Osservatorio Polaris del Centre for Disease Analysis Foundation (CDAF), Lafayette, CO, USA, ha declassato l’Italia da “on track” al livello “working towards”, ossia un gradino indietro. “Ciò significa che è stato fatto molto, ma resta anche una grande mole di lavoro da svolgere – sottolinea il Prof. Salvatore Petta, Segretario AISF – Associazione Italiana per lo Studio del Fegato. – Come emerge anche dai dati AIFA, vi è stato un importante decremento dei pazienti avviati al trattamento. Ciò è avvenuto poiché abbiamo esaurito le sacche di pazienti disponibili nei nostri centri, quindi servono delle strategie produttive di ricerca del “sommerso”, cioè rintracciare le persone infette che non sanno di avere le infezioni, sia per curare loro stessi che per impedire nuovi contagi”.

Il progetto “CCuriamo” – Tra le iniziative volte a favorire il superamento di questo stallo, emerge “CCuriamo”, un progetto ideato da ISHEO, Società di Ricerca, Consulenza e Formazione impegnata nell’analisi di impatto economico e sociale dell’innovazione in Sanità, e realizzato con il contributo incondizionato di Gilead Sciences. L’obiettivo è stato realizzare una fotografia aggiornata della strategia di eliminazione dell’HCV in Italia, tra successi e passi ancora da compiere, chiamando in causa anche il ruolo imprescindibile delle Regioni. Nel 2019 sono state condotte 5 tavole rotonde che hanno coinvolto circa 30 esperti da tutta Italia, che riunendosi a Roma hanno condiviso dati, best practice con impatto sul livello nazionale come pure su singole Regioni, e con impatti anche sulle popolazioni chiave per l’eliminazione dell’Epatite C, ossia la popolazione carceraria, i consumatori di sostanze stupefacenti e i coinfetti HIV/HCV positivi. La prospettiva sociale della strategia di eliminazione ha condotto inoltre lo studio e l’approfondimento con gli specialisti provenienti da tutta Italia.

L’obiettivo è concentrare l’attenzione sull’epatite C osservando questa malattia nella sua rilevanza sociale, unica prospettiva adeguata se si vuole veramente puntare all’eliminazione del virus. Infatti, facendo riferimento a un “noi”, la prima C vuole indicare che l’eliminazione è un beneficio per tutta la popolazione, un obiettivo di salute pubblica appunto, e dunque ancora di più da perseguire rapidamente da parte del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Nel 2019, il progetto CCuriamo ha promosso una serie di tavole rotonde tematiche inerenti al grande tema delle strategie di eliminazione dell’Epatite C in Italia, coinvolgendo numerosi esponenti del mondo della ricerca, della clinica e rappresentanti delle associazioni di pazienti. Ognuno di questi ha portato l’esperienza della pratica clinica, della gestione dei dati inerenti database ad hoc, esperienze regionali di grande rilievo nel trattamento di popolazioni speciali, ad esempio dei carcerati, dei tossicodipendenti, dei pazienti con HIV. “Alcune regioni stanno lavorando alacremente per attuare azioni concrete per eliminare il virus, ma non tutte in maniera armonica – afferma Davide Integlia, Amministratore Delegato di ISHEO. – Per raggiungere tale scopo, occorre un maggior coordinamento tra le regioni secondo il quadro tracciato dal Piano Nazionale di Prevenzione”.

L’appuntamento al Senato – Il 12 febbraio dalle 14 alle 18, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani – Senato della Repubblica, si tiene il convegno finale del progetto “CCuriamo”, moderato dal giornalista Daniel Della Seta. Oltre a membri dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Società Scientifiche e a rappresentanti dell’associazione pazienti di riferimento, partecipano anche esponenti del Governo e dei membri del Parlamento, al fine di sottolineare l’importanza anche politica dell’eliminazione dell’infezione da HCV in Italia. Il focus verte sulle più opportune modalità di coordinamento tra ricerca, clinica e politica per rendere la strategia di eliminazione del virus da HCV efficace e sostenibile, con lo scopo di raggiungere l’obiettivo del WHO.

Le nuove strategie per la ricerca del sommerso – Ciò che emerge è l’esistenza di un gap non culturale, ma organizzativo: mancano dei programmi di screening e di linkage-to-care, ossia la diagnosi e l’avvio al trattamento del paziente presso una struttura dedicata.

“Per far emergere il sommerso sono necessarie nuove strategie – dichiara il Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT. – Queste nuove strategie devono rendere più semplice l’accesso agli screening e ai trattamenti negli ospedali, permettere la somministrazione della terapia con modalità semplificate, ma soprattutto andare sul territorio per raggiungere quei pazienti più fragili che hanno difficoltà a rivolgersi alle strutture ospedaliere. Finora sono state adottate alcune iniziative alternative, come le unità mobili che vanno in giro per le città arruolando soggetti per l’esecuzione del test. Per esempio, negli ultimi due anni, in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri, è stato organizzato a Roma a Piazza S. Pietro un ospedale da campo facilmente accessibile alle persone più fragili ed in particolare a quelle senza fissa dimora. Questo progetto si è rivelato molto efficace: ha permesso di studiare circa 500 soggetti che difficilmente sarebbero giunti presso strutture ospedaliere ed in questa popolazione si è trovata una prevalenza dell’infezione di circa il doppio rispetto alla popolazione generale”.

Questo ambulatorio mobile è partito lo scorso 21 novembre da Piazza San Pietro dopo la benedizione di Mons. Rino Fisichella; ha già fatto tappa a Firenze in occasione del Congresso della SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e a Sanremo nella settimana del 70° Festival. “Lo scopo del Lab è quello di sensibilizzare la popolazione sui corretti atteggiamenti di prevenzione per le malattie infettive e di informare su quelli che sono i rischi concreti, specie alla luce dell’allarmismo suscitato dal coronavirus utilizzando le risorse di quel territorio nel territorio stesso” sottolinea Alessandro Rossi, membro del direttivo della SIMG. “Servono screening gratuiti per le popolazioni a rischio e un rapido avviamento al trattamento” sottolinea il Prof. Petta. “Presso carceri e SerD è necessario realizzare test in loco, con modalità semplici come il test salivare. Fino ad ora ci sono stati progetti pilota che non hanno coinvolto tutte le strutture di questo tipo: i soggetti circolano tra le diverse carceri e i vari SerD, rischiando di vanificare l’azione di bonifica effettuata in una parte dei centri”.

“Per quanto riguarda la popolazione over 60 – aggiunge Petta – bisogna puntare sul coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale e sulle farmacie: i referenti di queste categorie devono essere istruiti a dovere per individuare i possibili soggetti a rischio. Le farmacie sono posti dove i pazienti anziani vanno spesso e si instaura tra loro un rapporto stretto: devono diventare punto di informazione e screening”.

Il contributo dell’Iss – Il numero esatto delle persone con infezione da HCV in Italia non è noto; tuttavia, con una stima di circa l’1% della popolazione, siamo considerati uno dei paesi con la più alta percentuale di infettati in Europa. Se il numero dei pazienti da trattare resta alto, sulla media dei trattamenti di questi ultimi 4 anni, il bacino dei malati con un’infezione diagnosticata e quindi trattata, terminerebbe entro il 2023. A rimanere fuori sarebbe una grande percentuale di pazienti infetti che non sanno di essere contagiati e che oggi si stima siano tra i 200mila e i 300mila.

“È indispensabile pertanto identificare strategie opportune per far venire alla luce il sommerso dell’infezione da HCV – sottolinea la Dr.ssa Loreta Kondili, Medico Ricercatore presso il Centro Nazionale per la Salute Globale, Istituto Superiore di Sanità. – Gli individui che riportano fattori di rischio per l’acquisizione dell’infezione, quali lo scambio di siringhe, soprattutto coloro che fanno o hanno fatto uso di stupefacenti oppure la popolazione carceraria o ancora i migranti da paesi ad alta prevalenza di HCV, sono individui sui quali deve essere applicata la strategia “testare e trattare” indipendentemente dalla loro età. Per quanto riguarda l’eliminazione dell’infezione da HCV in tutta la popolazione infetta, l’Istituto Superiore di Sanità ha valutato come costo-efficace un approccio di screening per coorti di età, che prevede anzitutto l’applicazione di un test di screening in primis nella popolazione nata tra il 1968 e il 1987 (coorti con più alta prevalenza dell’infezione non nota e più a rischio di trasmissione dell’infezione), per proseguire con lo screening alle coorti dei nati tra il 1948 e il 1967 (coloro che inizialmente avevano le prevalenze più alte dell’infezione, ma che ad oggi sono anche quelli con la malattia diagnosticata e ormai già guariti). L’applicazione di questa strategia permetterà l’aumento delle diagnosi delle infezioni non note ad un costo nettamente inferiore per il SSN rispetto ad uno screening universale e consentirà di raggiungere i target di eliminazione del virus”.

Cirrosi Epatica: road show educazionale

Dario Manfellotto presidente Fadoi
Dario Manfellotto presidente Fadoi

Cirrosi ed encefalopatia epatica: in Italia colpite 200 mila persone, di cui l’8% muore

Venerdì prima tappa del road show educazionale su Cirrosi ed Encefalopatia Epatica di FADOI

Obiettivo: trattare tempestivamente la malattia e migliorare aderenza alla terapia e qualità di vita dei Pazienti.

A breve un Vademecum per il paziente con le indicazioni sul corretto stile di vita e la gestione della cura.

Roma, 12 febbraio 2020 – Nonostante i super Farmaci anti Epatite, ancor oggi in Italia circa 200mila persone convivono con la Cirrosi Epatica e di questi ogni anno circa l’8% muore a causa di questa malattia.

Secondo uno studio pubblicato su Lancet, la Cirrosi rappresenta l’ottava causa di morte con una mortalità aumentata del 45% negli ultimi 20 anni; può essere provocata da virus (epatite B e C), da abuso di alcol o da problemi metabolici. Negli individui che presentano cirrosi, circa il 30-45% mostra segni di una Encefalopatia conclamata, condizione a cui si giunge quando la compromissione del fegato è così importante da influire in maniera estremamente negativa sulle funzioni cerebrali.

La prima fase dell’Encefalopatia Epatica è caratterizzata da un ritmo di sonno-veglia invertito per cui si è portati a dormire di giorno ed essere svegli la notte. La seconda fase invece comporta agitazione psico-motoria e confusione mentale. La terza fase provoca sonnolenza e sopore e la quarta la progressione verso il coma.

A prescindere dalla causa che la determina, l’Encefalopatia Epatica da una parte comporta una serie di problemi pratici che gravano quasi completamente sulle famiglie che devono assistere il loro congiunto senza avere le adeguate informazioni e dall’altra determina ingenti costi a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo uno studio del Ceis dell’Università di Roma Tor Vergata, si calcola una spesa media per ogni paziente con encefalopatia epatica di oltre 11mila euro l’anno solo per ricoveri ospedalieri e si stima un costo complessivo nazionale di oltre 200milioni all’anno.

Il “Progetto Tiberino”, la nuova iniziativa ideata da Fadoi, la Federazione che riunisce gli Internisti Ospedalieri, con il contributo non condizionante di Alfasigma, si propone di realizzare Corsi in dieci città italiane che permettano all’Internista Ospedaliero migliore gestione clinica e un appropriato counseling quando il paziente cirrotico, in particolare con encefalopatia epatica, viene dimesso dall’Ospedale.

Gli Obiettivi del Percorso Formativo sono: aderenza alla terapia, prevenzione delle complicanze più gravi quali encefalopatia e ascite, potenziamento dell’assistenza infermieristica territoriale, formazione di Medici e Infermieri per perfezionare la comunicazione con pazienti e famigliari, miglioramento dell’aspettativa e della qualità di vita del Paziente e della sua famiglia.

“Ecco perché diventa fondamentale trattare tempestivamente questi pazienti, mettere in atto ogni strategia che possa migliorare l’aderenza alla terapia, potenziare la sinergia tra le famiglie e i medici che hanno in cura i pazienti, predisporre adeguati percorsi di trattamento. A tale scopo è fondamentale la realizzazione di Programmi di Presa in Carico e l’organizzazione di Corsi di Formazione non solo per medici e infermieri ma anche per i caregiver (familiari e badanti)”. (Dario Manfellotto, Presidente FADOI, Primario Medicina Interna Ospedale Isola Tiberina, Roma)

“Il Progetto Tiberino prevede la realizzazione di 10 Corsi di Formazione sulla gestione clinica e il counseling alla dimissione del paziente cirrotico con encefalopatia. Ogni giornata vedrà il coinvolgimento di 50 tra Medici e Infermieri, sarà articolata in 7 ore di corso e sarà organizzata in lezioni frontali, sessione interattive, Role playing e gamefiction”. (Andrea Fontanella, Presidente Fondazione FADOI, Direttore del Dipartimento di Medicina Ospedale del Buon Consiglio, Napoli)

“Tra gli obiettivi del Progetto c’è anche la realizzazione di un Vademecum facile da consultare e scritto con linguaggio semplice in modo da fornire al paziente e ai famigliari uno strumento con le indicazioni sullo stile di vita più corretto da adottare, con informazioni sul decorso della malattia e sugli aspetti da tenere monitorati e che stimoli la famiglia e il caregiver a seguire l’aderenza alla terapia prescritta”. (Giancarlo Parisi, uno dei Coordinatori del Progetto, Direttore UOC di Medicina Interna, ULSS 6 Euganea, Ospedale Immacolata Concezione, Piove di Sacco – Padova)

Informazioni su Alfasigma.

Alfasigma, tra i principali player dell’industria farmaceutica italiana, è un’azienda focalizzata su specialità da prescrizione medica, prodotti di automedicazione e prodotti nutraceutici.

Nata nel 2015 dall’aggregazione dei gruppi Alfa Wassermann e Sigma-Tau – due tra le storiche realtà farmaceutiche italiane – oggi è presente con filiali e distributori in circa 90 paesi nel mondo. L’azienda impiega oltre 2800 dipendenti, di cui più della metà in Italia suddivisi in 5 sedi: a Bologna il centro direzionale e a Milano la sede della divisione internazionale, mentre a Pomezia (RM), Alanno (PE) e a Sermoneta (LT) sono localizzati i siti produttivi. Bologna e Pomezia ospitano anche laboratori di Ricerca e Sviluppo.

In Italia Alfasigma è leader nel mercato dei prodotti da prescrizione dove è presente in molte aree terapeutiche primary care (cardio, orto-reuma, gastro, pneumo, vascolare, diabete) oltre a commercializzare prodotti di automedicazione di grande notorietà, come Biochetasi, Neo-Borocillina, Dicloreum e Yovis.