
«I passi perduti sono quelli persi per sempre camminando come un criceto in gabbia, inutilmente, in tondo, senza meta. Sono i passi di chi sta qui dentro.»
Lo dice la nostra Costituzione: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato. Difficile non apprezzare questo principio, ma nelle carceri italiane viene applicato? O, semplicemente, nella realtà il carcere è un mondo a parte, con una sua dimensione stravolta dalla mancanza di spazio e dall’inutilità del tempo che passa?
Chi ha raccolto queste storie conosce molto bene quel mondo a parte: ha scelto di viverci dentro, di aiutare le donne e gli uomini che stanno dietro i detenuti. È il loro medico, la prima persona che incontrano all’ingresso e quella a cui si rivolgono per i malanni del corpo ma più spesso per le ferite dell’anima.
Se “fuori” l’insorgere dello sconforto è mitigato dai progetti, è raffreddato dal quotidiano, si scioglie negli affetti, “dentro” il tormento è contrapposto al nulla: niente affetti, niente progetti, niente calore. Ed ecco che l’ascolto può segnare la differenza tra la disperazione e la speranza, l’ascolto di Franco Berté, ogni giorno, delle voci tra le mura del “suo” carcere.
Dietro ciascuna storia, anche spaventosa, c’è un essere umano che ha sbagliato, come Giacomo assassino senza un perché, Perini spietato killer della ’ndrangheta che non conosce l’esercizio del pianto, Rossella ladra compulsiva. Vite sprecate che in molti casi erano già scritte, ma pur sempre, e a maggior ragione, vite. Quelle voci ora possiamo sentirle anche noi.
L’AUTORE
Franco Bertè (Crotone, 1959) è laureato in Medicina e chirurgia. Dopo essere stato dal 1996 al 2010 dirigente medico della casa circondariale di Monza e aver ricoperto la carica di segretario regionale dei medici penitenziari, oggi è dirigente sanitario del carcere di Bergamo. Nel 2006 ha pubblicato Nuovi giunti, storie vere che raccontano il carcere con gli occhi di chi ne ha appena varcato la soglia.



