I Sadducei, farisei, scribi, esseni e altri gruppi giudaici

di Cinzia Randazzo        

Procediamo ora ad esplorare il mondo ebraico ai tempi di Gesù. Iniziamo in questo contributo a presentare le correnti di pensiero ebraico-religiose che circolavano agli esordi del cristianesimo.

Ai tempi di Gesù ed ai primordi del cristianesimo i “Sadducei ed i farisei” formavano, all’interno del popolo giudaico, i due principali raggruppamenti. Non sette e nemmeno confraternite, poiché fortemente aderenti al tessuto morale, religioso e politico della nazione. Due correnti, o volendo due tendenze nel cuore del giudaismo, in assoluto contrasto fra loro.

I farisei erano la corrente conservatrice, i sadducei quella liberale innovatrice. Questo però in via del tutto pratica, in quanto tali designazioni si pongono inversamente ove si guardino sotto il profilo giuridico-religioso. Sotto questo profilo, infatti, i sadducei si presentavano come i veri conservatori del patrimonio morale del giudaismo e respingevano le dottrine particolari dei farisei.

Le due correnti ebbero origine dal diverso atteggiamento che i vari ceti della nazione giudaica assunsero di fronte all’ellenismo, quando questo venne in urto col giudaismo, e cioè dall’epoca dei Maccabei in poi (16a.C.). Senza entrare nel merito di come le due correnti si comportarono, via via, nel corso delle due dinastie, dei Maccabei e degli Asmonei, si deve concludere che, dalle varie vicende che videro prevalere or l’una ed or l’altra fazione, quella che infine prevalse fu la sacerdotale, l’aristocratica filo-ellenista, cioè quella dei sadducei. La fazione opposta, anti-ellenista, passò all’opposizione ed i singoli appartenenti si chiamarono “separati“: in ebraico “Perushim“, in aramaico “Perishajja“, donde “Farisei“. La designazione degli avversari, in maggioranza di stirpe sacerdotale, col termine di “Sadducei“, fu derivata da Sadoq, antico capostipite di un insigne casato appunto sacerdotale.

Quanto però divideva i farisei dai sadducei e che nel tempo si rivelò molto più profondo del politico-civile, ellenismo si ed ellenismo no, fu di natura nazionale-religiosa. Il politico-civile era solo conseguente, o almeno lo divenne in un secondo tempo. La sostanza del contrasto stava nella risposta che ciascun gruppo dava alle domande: quale era la norma fondamentale del giudaismo?  Quale supremo inappellabile statuto doveva governare la nazione eletta?

I sadducei rispondevano: la Torah, cioè la “legge per eccellenza“, quella scritta e consegnata a Mosè, alla nazione come statuto fondamentale ed unico. I farisei invece rispondevano: la Torah, la “legge” scritta, che però era solo una parte e nemmeno la principale dello statuto nazionale-religioso, valendo accanto ad essa e più di essa la legge orale, la “tradizione” costituita da numerosi precetti.

Risposte, come si vede, tra loro inconciliabili, ed inconciliabili lo divennero ancora di più quando i “Dottori della legge“, gli “Scribi“, elaborarono sistematicamente l’immenso materiale della tradizione, cioè la legge orale, nel “Talmud“: elaborato che assume una importanza pratica, se non teoretica, maggiore della Torah.

La legge orale comprendeva, unitamente ad elementi narrativi e di altro genere (haggadah), anche tutto un complesso di precetti pratici (halakah), che andava dalle più svariate azioni della vita civile e religiosa, da complicatissime norme per i sacrifici di culto, alla lavatura delle stoviglie prima dei pasti; da una cavillosa e particolare distinzione del puro dall’impuro; da ciò che rende puri ed impuri alla minuziosa procedura dei pubblici tribunali; fino a decidere, per esempio, se era lecito o no mangiare un frutto caduto spontaneamente dalla pianta durante il riposo del sabato. Tutto questo non aveva un vero collegamento con la Torah, o se lo aveva era molto scarso; ma i farisei lo scoprivano facendone una esegesi arbitraria. Quando poi non ricorrevano al metodo esegetico, si richiamavano ad una loro presunzione ritenuta principio fondamentale: Dio avrebbe dato a Mosè sul Sinai la Torah scritta contenente solo 613 precetti ed inoltre la “Legge Orale“, molto più ampia e altrettanto obbligatoria.

La posizione assunta dai sadducei era senz’altro abile, in quanto con quella parvenza di conservatorismo si evitavano legalmente pesanti carichi (Mt 23,4) imposti dai farisei e si lasciava una possibilità d’intesa con l’ellenismo e la civiltà greco-romana. I sadducei, perciò, si appoggiarono sui ceti nobili e di governo, i quali dovevano mantenere corrette relazioni con la civiltà indigena, mentre i farisei si volsero alla plebe avversa a tutto quanto aveva il sapore dello straniero o forestiero, stante l’attaccamento ai costumi tradizionali da cui i farisei estraevano la loro legge orale. Evidente, quindi, il paradosso per il quale i sadducei erano giuridicamente conservatori ed in pratica lassisti, mentre per i farisei innovatori a riguardo della Torah scritta, di fatto la loro innovazione era tesa ad una salvaguardia e ad una protezione dell’antico.

I farisei attingevano dalla tradizione quanto i sadducei respingevano, e poiché lo studio della legge, specialmente orale, era considerato un dovere e allo stesso tempo la occupazione più nobile del giudeo, vi si dedicavano totalmente con passione. Lo studio farisaico della legge aveva tre argomenti principali: il riposo del sabato, il pagamento delle decime e la purità rituale. Oltre naturalmente ad altro oggetto di lunghe investigazioni.

Il giudizio negativo che viene dato ai farisei, particolarmente quello di ipocritismo, del formalismo legalitario e non sostanziale, non può e né deve essere generalizzato. Molti furono anche i farisei onesti e sinceri. Basti, a proposito, ricordare Gamaliele il vecchio che fu maestro di Paolo, Simone, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea che troviamo con Gesù nei vangeli, e perfino lo stesso Paolo, si può dire, che mentre proclamava l’abolizione della legge ebraica, si dichiarava ebreo  da ebrei, secondo la legge farisaica: “circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge….” (Fil 3,5).

Si è parlato dei due gruppi più in vista. Per concludere, almeno a questo livello, appare opportuno far cenno degli “Scribi o Scriba“, o meglio ancora dei cosiddetti “Dottori della legge“, come spesso sono definiti nei vangeli. Nei testi evangelici non appare una netta distinzione tra scribi e farisei. E stando alla realtà contemporanea di allora giustamente. In effetti però non tutti gli scribi erano farisei, ed in pratica nemmeno viceversa perché per essere scriba era indispensabile la conoscenza piena della legge, indipendentemente dalla sua appartenenza a questo od a quel gruppo sociale, sacerdotale o laico che fosse.

In poche parole lo scriba era colui che, sapendo e conoscendo la legge, scriveva sulla legge. Era l’uomo che consacrava operosità e vita all’unico bene superstite per gli ebrei: la legge! Bene da conservare con cura e diligenza, da trasmettere con esattezza, da investigare ed applicare con la più scrupolosa indagine.

Scriba poteva divenire qualunque israelita, ma la strada per arrivarci era lunga e difficile, ed altresì pesante.

Dalla corrente farisaica si possono ritenere derivate per verosimiglianza le correnti degli “Zeloti” e dei “Sicari“.

Gli zeloti aderivano con ardente passione al principio nazionale-teocratico che era proprio dei farisei. Divergevano praticamente da questi per il fatto che tale principio lo applicavano con rigore nel campo politico fino alle estreme conseguenze, anche a costo della vita. Da ciò l’attribuzione del nome di “Zeloti“, ossia zelanti applicatori della legge nazional-religiosa. Amore per la libertà ed ammissione di Dio come unico Capo e Signore.

Gli zeloti mai accettarono passivamente il dominio di Roma, la loro storia relativamente breve è costellata di frequenti ribellioni contro lo straniero. Quando l’esperienza dimostrò loro che non avevano alcuna possibilità di prevalere sui romani, se non tutti, almeno una parte si dedicò alla guerriglia, alle congiure ed alle imboscate. In tali imprese l’arma più adoperata era il corto pugnale dei romani chiamato “sica“; questi zeloti, pertanto, si chiamarono “sicari“. Gli zeloti ed i sicari furono i principali responsabili della insurrezione del 66-70 d.C., e ne furono anche le vittime: scomparvero quando i romani debellarono gli ultimi focolai della rivolta, e specialmente dopo l’attacco alla fortezza di Masada. La tragica fine degli zeloti è raccontata da Flavio Giuseppe (Guerre giudaiche VII,252sgg.). I farisei invece, loro padri spirituali, superarono la grande prova: costituirono in seguito il giudaismo superstite, riordinato secondo i principi delle scuole rabbiniche, così come oggi lo conosciamo.

Qualche parola sugli Esseni, noti anche dagli scritti di Flavio Giuseppe, oltre a Filone, a Plinio e ad altri. Era un’associazione religiosa esistente sin dal II secolo a.C. ed il cui luogo principale di residenza  si trovava a Qumran, sulla sponda occidentale del mar Morto. Le abitazioni degli esseni erano cinte da mura di isolamento, e le loro abitudini avevano il carattere di una seria disciplina ascetica che affondava le sue radici nel patrimonio ebraico. Mettevano in comune i loro beni. Lavoravano nell’agricoltura portando i proventi al fondo comune. Il celibato era lo stato normale. La giornata era divisa tra il lavoro e la preghiera. Praticavano la purezza facendo frequenti abluzioni. Rispettavano rigorosamente il riposo del sabato. In sostanza, si potrebbe dire, un movimento monastico anticipato nel tempo, ove siano considerate altre costumanze e regole che gli esseni si imponevano con assoluto rigore. Avevano un noviziato di un anno e due di probandato che si concludevano con giuramento. Scarsa, sembra, l’influenza degli esseni sul giudaismo contemporaneo ed ufficiale.

I Vangeli parlano anche degli Erodiani. Con molta probabilità doveva trattarsi di giudei sostenitori della dinastia degli Erodi, ed in particolare del tetrarca Erode Antipa. Poco numerosi non ebbero m