“La carezza della memoria” di Carlo Verdone

Carlo Verdone
Carlo Verdone

La carezza della memoria

Carlo Verdone

La famiglia, gli affetti, le passioni, gli amici, la gente strana che s’incontra per caso: un grande autore e regista condivide momenti del suo mondo e della sua memoria affidandoli alla parola scritta. Un memoriale cordiale e affettuoso, arguto e melanconico.

Fotografie. Nascoste dentro cassetti, infilate nelle pagine di vecchi libri, ammucchiate alla rinfusa in uno scatolone. La memoria è una scatola. Aprirla, guardare, ricordare, raccontare sono atti naturalmente concatenati in questa raccolta di storie e racconti di Carlo Verdone. L’attore e regista aveva già lavorato sulla memoria ne La casa sopra i portici, pubblicato da Bompiani nel 2012, ritornando nelle stanze della casa di famiglia e ascoltando le vicende evocate da quel luogo. Nel suo nuovo libro è il disordine delle immagini in cui si imbatte, immagini dal passato, ad accendere la narrazione. Ogni racconto è un momento di vita vissuta rivisitato dopo tanto tempo: dal legame col padre ai momenti preziosi condivisi con i figli, dai primi viaggi alla scoperta del mondo alle trasferte di lavoro, dalle amicizie romane a un delicato amore di gioventù. Ovunque, sempre, il gusto per l’osservazione della commedia umana, l’attenzione agli altri – come sono, come parlano, come si muovono – che nutre la creazione dei personaggi cinematografici, e uno sguardo acuto, partecipe, a tratti impietoso a tratti melanconico su Roma, sulla sua gente, sul mondo. Leggendo queste pagine si ride, si sorride, ci si commuove, si riflette; si torna indietro nel tempo, si viaggia su treni lentissimi con compagni di viaggio sorprendenti, si incontrano celebrità e persone comuni, ugualmente illuminate dallo sguardo di un artista e di un uomo da sempre attento, per indole, vocazione e professione, all’altro da sé.

 

Il vagone era quasi vuoto, la condizione ideale per affrontare un viaggio lunghissimo, di sette ore e per riflettere sulle mie effettive ambizioni. Avrei percorso la tratta tirrenica passando per Civitavecchia, Grosseto, Livorno, Genova, poi Alessandria, e infine Torino. La sera prima, papà mi aveva raccomandato di osservare bene il paesaggio tra Grosseto e Livorno, che era stato più volte il soggetto di alcuni grandi macchiaioli come Fattori, Abbati e Borrani. Sarebbe stato un buon diversivo, la ragione per concentrarmi su qualcosa di piacevole, ma disgraziatamente alla stazione di Civitavecchia salì un gruppo di parà della Folgore. Erano una trentina. Riempirono tutto il vagone e fecero un casino pazzesco. Altro che contemplazione del paesaggio… fu tutto un susseguirsi di urla, scherzi, inni alla fica, canti militari, birre, gazzose e panini con la mortadella. Me li sorbii fino a Pisa, dove finalmente scesero, lasciando il vagone invaso dal fumo delle centinaia di sigarette che avevano consumato. Grazie a Dio (è il caso di dirlo) l’atmosfera cambiò, perché salirono una decina di suore Carmelitane che con compostezza presero posto sui sedili. Dal baccano si era passati al silenzio mistico.