“Nella luce “: Valentino Vago nel Duomo di Brescia

Interno Duomo
Interno Duomo

Nella luce
Valentino Vago nel Duomo di Brescia
a cura di Paolo Sacchini e Alfredo Scaratti
Brescia, Duomo Vecchio
in collaborazione con
Collezione Paolo VI – arte contemporanea e Archivio Valentino Vago
27 maggio – 24 giugno 2018,
inaugurazione 27 maggio, ore 16,30

La mostra “Nella luce” intende rendere omaggio, a pochi mesi dalla sua scomparsa, a Valentino Vago, uno dei più sensibili interpreti dell’arte sacra nell’età contemporanea, proponendo opere riferibili a diverse fasi della sua parabola creativa.

I lavori in mostra, selezionati da Vago ancora in vita, coprono un arco temporale che va dal 1981 al 2017: un corpus ristretto ma rappresentativo per descrivere il percorso compiuto dall’arte sacra di Vago – che procede di pari passo con l’arte ambientale – partendo dalle opere più datate, in cui i soggetti sacri appaiono quasi espliciti, fino a giungere a quelle recenti, dove la figurazione si perde nella luce e nel colore e il senso del sacro è ancor più enfatizzato.

La sua vicenda artistica parte dalla narrazione per giungere
all’astrazione, dove luce e colore giocano un ruolo fondamentale, indeterminatezza e infinità divengono sinonimi, conferendo ai suoi lavori un magnetico senso di rapimento estatico.

L’astrazione di Vago è pulsante di significati ed emozioni, composta da un colore pieno di energia, assottigliato ed instabile, e per questo viene definito il Rothko italiano: nelle sue opere l’idea di Dio è rappresentata scevra da ogni retorica, in grado di conferire sentita profondità alle forme della raffigurazione di Cristo, evitando al contempo il rischio di rappresentazioni anacronistiche.

“Valentino Vago – commenta Paolo Sacchini – è sempre riuscito a ‘evocare’ la sfera del metafisico – senza cedere alla tentazione di una sua impossibile ‘descrizione’ – attraverso una pittura allo stesso tempo delicata e intensa, letteralmente intrisa di luce e di colore e capace di trasportare lo spettatore in una dimensione sovrasensibile e anzi ‘totalmente altra’ (avrebbe detto Rudolf Otto) attraverso la dolcezza straordinaria delle sue tinte e del suo
stesso ductus pittorico che appare sempre molto controllato negli esiti nonostante la felice spontaneità della sua mano.”