In viaggio con Emilia, tra Francia e Spagna. A piedi

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Oggi parliamo di Emilia, milanese di adozione, quasi 30enne. Insieme a lei affronteremo il tema dei  viaggi e della sua ultima vacanza: più di 200 chilometri a piedi tra la Francia e la Spagna.

Ti piace viaggiare? 

Mi piace viaggiare. Tantissimo. Affermarlo forse è cosa banale, a chi non piace? a me, piace viaggiare ovunque. Mi lascio trasportare dalla curiosità, dalle persone, dalla bellezza, dall’estetica pura. Ho paura di volare. Quando salgo su un aereo penso di morire, ma comunque volo. L’unico limite per ora è quello economico, altrimenti ogni giorno libero lo userei per conoscere posti nuovi. Mi piace viaggiare in treno, aereo, camper, bicicletta, a piedi. I viaggi che preferisco sono quelli in auto, soprattutto quando guido io. Mi piace guidare, mi rilassa. Credo sia anche per una questione di potere. Mi piace che le persone si affidino a me e alla mia guida. Dormo ovunque. Per ora in viaggio ho prevalentemente dormito in letti. Di alberghi, case, ostelli, dormitori. Di viaggi in campeggio ne ho fatti pochi, ma c’è sempre tempo. Mi piace la camerata in cui dormire con altre dodici persone e la suite nei sassi di Matera. Basta muovermi. Sono una persona piuttosto facile da portare in giro, basta farmi mangiare e farmi dormire almeno sette ore. Per il resto mi adatto facilmente alle circostanze.

Quando hai programmato il viaggio? 

Ho deciso di fare il cammino all’ultimo momento. Un amico cercava compagni di viaggio e istintivamente mi sono accodata. Da sola non so se ce l’avrei fatta. Eravamo in tre. Abbiamo fatto il cammino Aragonese, che parte da Col De Somport fino ad arrivare a Puente La Reina, chiamato aragonese perché prima della regione della Navarra, attraversa l’Aragona. Anticamente veniva percorso dai pellegrini provenienti dall’Italia verso Santiago De Compostela. Noi invece siamo partiti dalla Francia, qualche chilometro prima, da Oloron Saint Marie. Non avevo mai camminato così tanto: sei/sette ore al giorno, iniziando a camminare all’alba, alle 6/7 di mattina. Prima di partire mi sono informata, non ne sapevo nulla. Ho comprato il necessario e mi sono fatta prestare qualcosa e sono partita. Uno dei miei amici era esperto, mi sono affidata a lui.

Era da tanto che pensavo ad una esperienza così ma solo quest’anno mi sono decisa. Ogni cosa viene a suo tempo. I desideri sedimentano per poi esplodere improvvisamente. Credo avvenga così.

Perchè una ragazza decide di incamminarsi per oltre 200 km a piedi?

Era il momento giusto. Avevo bisogno di natura, di vedere colori come il verde brillante e il giallo accecante che in città non trovi, sentire l’odore della sabbia, il caldo asfissiante dell’una del pomeriggio. Avevo bisogno di pensare, di chiudere qualche contatto temporaneamente, di non guardare sempre il cellulare. Di superare qualche limite, di fare qualcosa che non mi sarei aspettata di riuscire a fare. Di stare nella fatica, nel dolore fisico, senza piagnistei, senza lamentele che una città come Milano fa nascere ogni ora. L’unico consiglio che mi è stato dato è stato quello di un amico che ho sentito la sera prima di partire. Ero spaventata, e lui mi disse “la cosa importante è mantenere il tuo ritmo”. E così ho fatto.

Credo che chi decida di fare un viaggio del genere abbia una forte motivazione, una spaccatura interna, una rottura di qualsiasi tipo, una crepa. Io vivo sempre nel caos emotivo e avevo bisogno di qualcosa che mi cambiasse prospettiva. Il cammino non è stato per me qualcosa di mistico, sono tornata a Milano, nel caos, quasi come prima, ma quel quasi è già l’inizio di qualcosa.

Cosa hai visto, provato, durante il viaggio ? 

Durante il viaggio spesso mi capitava di guardare le mie scarpe. Sembra una cosa scema ma è così. La testa bassa mi serviva per guardare dove mettere i piedi, per non scivolare o inciampare. Le strade erano quasi tutte sterrate quindi adatte a prendere una storta (che avrebbe significato la fine del mio cammino) ma molto piacevoli rispetto all’asfalto che fa male alle ginocchia. Ho visto anche tanto cielo. Ero avvolta nel blu. In un blu immenso. Ho visto tanta strada davanti a me, gialla, ruvida, paglierina, infinita, arida, come se dovesse prendere fuoco da un momento all’altro. Tanta montagna sopra la mia testa, che non finiva mai. Tanti alberi che, quando piove e tu stai sotto ti fanno sentire in pericolo. Tanti piccoli borghi da lontano, tante automobili lontanissime che non ti piacciono più. Una sensazione molto bella è stata quella di entrare nei piccoli paesi da strade che solo a piedi puoi percorrere. Quando sei in auto, non pensi a come hai fatto ad arrivare in un posto: entri, parcheggi e scendi. Punto. Invece a piedi l’entrata te la godi ed è un ingresso lento, sospeso, atteso, doloroso, invitante. Una conquista pacifica. Una vittoria, dove il trofeo è un panino con la salsiccia.

Entrare nelle città grandi, come per esempio Pamplona, invece è stato molto aggressivo. Mi sentivo un’estranea. Affaticata, sudata, impolverata. Con zaino e bastone e senza trucco era come se fossi arrivata da un’altra epoca. Guardavo le persone in maniera differente. Mi specchiavo nelle vetrine senza riconoscermi. Dopo tanti chilometri a camminare, parlando pochissimo, senza incrociare nessuno, vedere così tante persone è stato violento. I negozi, il vociare, le famiglie, i ristoranti, i bei vestiti, tutto mi sembrava troppo. In quel momento non avevo bisogno di quello, i miei bisogni, le mie attenzioni erano rivolte altrove.

Dove hai dormito ?

Prima di partire avevamo ritirato La credenziale, il documento del cammino che attesta che si sta compiendo il pellegrinaggio e sul quale gli albergue de peregrinos appongono il loro timbro personale. Ho dormito in camerate con altre venti persone, in edifici sistemati e organizzatissimi con un centinaio di letti, in stanze piccole e comode, in stanze asfissianti piene di letti a castello. Bisogna essere poco schizzinosi e molto adattabili, ma soprattutto organizzati ed educati. L’unico istinto omicida l’ho avuto verso un signore spagnolo che ha russato un’ intera notte. Un inferno. Capita anche questo. Nelle notti seguenti mi sono armata di tappi e tutti i successivi inconvenienti rumorosi sono stati attutiti.

Cosa ti ha “dato” questo viaggio.

Durante il cammino tutti i pellegrini sono uguali. Nonostante le età diverse, le possibilità economiche e le differenze sociali. Si è lì per lo stesso scopo. Camminare. Punto. Basta questo per iniziare una relazione. Una chiacchierata. Parli di più con le persone che hanno il tuo stesso passo. Diventa naturale, perché chi va più veloce fai fatica a raggiungere e chi va lento non ti conviene aspettare, perché spezzi il fiato e ricominciare ad andare poi sarebbe una doppia fatica. Non c’è diplomazia, non ci sono compromessi sociali. Ci sono regole fisiologiche. Diventa una specie di selezione naturale delle relazioni. Senza sensi di colpa. Bellissimo.

Camminare così tanto durante il giorno ti fa pensare alle piccole cose. Ogni pensiero è molto più lento, ogni azione è ponderata: un chilometro dura un quarto d’ora e una fontanella di acqua potabile è preziosa. Pensi alle cose necessarie. Ti basta un bastone e uno zaino. Ecco: lo zaino. Diventa la tua casa. Lo metti sulle spalle e via. Proprio come un mammifero, di quelli con le scorte sempre addosso. Come una tartaruga. Pensavo spesso al mio zaino. A come migliorarlo, abbellirlo. Pensavo al suo peso, perché anche una male in più diventa una scelta importante. Pensavo a lasciarlo sempre ordinato, pulito. Diventa un metro di misura per gli altri pellegrini. Come capita con l’automobile o con l’abbigliamento, in cammino lo zaino diventa oggetto di culto. Te lo guardano, lo commentano. Dallo zaino capiscono chi sei. Se ne hai troppo grande e pesante sei un pellegrino alle prime armi, se ne hai uno piccolo e completo di tutto sei un esperto pellegrino, se è nuovo e pulito ma storto, sei evidentemente un pellegrino dell’ultimo momento, di quelli che il giorno prima di partire comprano tutto, in saldo, in un unico negozio specializzato.

Momenti belli e bui del viaggio.

Spesso i momenti belli e i momenti bui si accavallavano.

Quando ero nella fatica estrema la mente si bloccava e smetteva di produrre pensieri. Camminavo come in una specie di meditazione e quando mi fermavo, quando arrivavo alla meta, era come se non ricordassi come avevo fatto a raggiungerla. C’erano solo immagini e suoni. Bellissimo.

Ogni giorno del cammino era dedicato ad un dolore diverso. Il primo giorno al dolore del piede sinistro, poi al ginocchio, poi alla vescica sul piede destro, poi alla schiena e così via. Il trucco è pensare ad altro, pensare a ciò che non ti fa male. In qualche modo bisogna prendere in giro il proprio cervello, i propri pensieri. Pensare di farcela. Non sempre ci si riesce.

Il penultimo giorno è stato quello più faticoso. Avevo mal di testa, ero emotivamente a terra, ogni parte del corpo mi faceva male e i piedi non sopportavano più le scarpe. Avevo voglia solo di stare immobile e di piangere. Ci sono dei giorni in cui ti svegli così. Ecco, in quel giorno ogni passo era un lamento e ogni lamento un motivo per fermarmi. E proprio lì mi è capitata la cosa più bella. Ad un certo punto, in un momento in cui non riuscivo a fare altro che guardare in basso, ho semplicemente alzato gli occhi e ho visto un cielo immenso. Ecco, non vorrei farla sembrare una cosa troppo patetica ma in quel momento mi sono sentita avvinghiata da tutto quel blu. Come un enorme padre che spaventa, consola, e ti fa sentire parte di qualcosa. Tutto questo. E ho pianto. Cioè, mi sono commossa. Credo di aver anche urlato. Riso, forse. Poi mi sono sentita scema. Scema ma viva. E poi basta. Ho continuato a camminare lamentandomi del mio dolore, ma con la consapevolezza che mi era capitata una cosa molto bella, molto piena.

Il cammino è un po’ come vivere una vita intera concentrata in dieci giorni.

Hai intenzione di ripetere un’esperienza simile?

Sicuramente sì. Un cammino più lungo e, forse da sola.

Quale lingua parlavi ?

Parlavo spesso lo spagnolo o l’inglese, maccheronico. Capitava di iniziare una frase in spagnolo, finirla in inglese toccando degli apici di francese italianizzato. Praticamente una lingua inventata ma comprensibile.+

Emilia

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Intervista a cura di Davide Falco