“MEMORIE DEL SOTTOSUOLO
A proposito della neve fradicia”
liberamente tratto dal romanzo “Memorie del sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij
progetto, regia, interpretazione ed elaborazione drammaturgica di Marco Sgrosso e con Carluccio Rossi
Ultimo spettacolo della stagione è un’operazione fortemente voluta dal fondatore Sisto Dalla Palma: Memorie del sottosuolo per la regia di Marco Sgrosso da Dostoevskij, il suo testo forse più intimo e teatrale.
La prima volta che ho incontrato in scena la scrittura forte e appassionata di Fëdor Dostoevskij è stato in occasione dell’allestimento de “Gli occhi dei matti”, realizzato nel 1995 assieme ad Elena Bucci e tratto da uno dei più bei romanzi di tutta la letteratura, “L’idiota”.
In seguito, per molto tempo la teatralità innata e potente delle sue visioni e il fascino irresistibile dei suoi personaggi hanno continuato ad esercitare su di me un desiderio costante di confronto.
Ho quindi deciso di rituffarmi nell’universo dei “tormenti e tormentucoli” dei suoi personaggi e nell’indagine sulle ossessioni-illuminazioni dell’individuo, scegliendo il suo romanzo forse più ‘intimo’ e teatrale, “Le memorie del sottosuolo”.
Il primo approccio al lavoro è stato la realizzazione di una lettura-concerto basata su una rielaborazione del romanzo, dove la semplicità della mise en espace – un pianoforte, una sedia e un leggio – era arricchita dalla presenza di Andrea Agostini, che improvvisando al pianoforte seguiva con me le elucubrazioni ossessionate e a tratti ridicole del protagonista in cerca di una pace interiore irraggiungibile.
È nato così un primo studio in forma di lettura-concerto, che ha avuto un’inaspettata fortuna e che continuo a tenere in repertorio.
Ora sento maturo il momento di dare una forma teatralmente più compiuta all’intensa e dolorosa confessione di questo “io” emarginato, in perenne e rovinosa guerra con il mondo che lo circonda ma soprattutto con se stesso.
Un “io” che trovo di un’attualità sconcertante, oggi che ogni autonomia di sentimento e di pensiero è continuamente insidiata da modelli di omologazione che spesso si trasformano in pericolose gabbie.
L’analisi crudele di Dostoevskij – in un continuo crescendo di emozione – ci restituisce il ritratto di un uomo che si confronta con la propria meschinità di sentimenti e con la propria incapacità di amare e, nel farlo, si interroga senza pietà sul senso profondo di un’etica interiore, che non va mai confusa con il moralismo.
Come attore – e come uomo – mi ha intrigato il ritratto di questa creatura sofferente e sgradevole, “eroe o pezzo di fango”, arreso all’assenza di ogni speranza e ad una celebrazione così totale della propria disistima da risultare amaro e grottesco oltre che repellente. E mi ha riempito di interrogativi – che vorrei lasciare aperti allo spettatore – il racconto senza respiro di questa crisi interiore che sfocia in una tenerezza spinosa, che pure apre uno spiraglio luminoso alla compassione e ad un timido gesto d’amore…
note di regia
Assieme a Carluccio Rossi – già compagno d’avventura nella realizzazione di “Ella” di H. Achternbusch –, ho immaginato uno spazio angusto e sbilenco, un ruvido interno in cui questo uomo è al tempo stesso prigioniero e carceriere di se stesso, una sorta di angolo-sottosuolo in cui si è esiliato dal mondo per vivere quasi allo stato di ‘barbone cosmico’, ripercorrendo la memoria umiliante del suo fallimento esistenziale, mentre un lento e perpetuo movimento di forme suoni e colori invade lo spazio e si intreccia alle parole, con il peso di quella neve fradicia, simbolo di un candore sporcato, che cade a falde larghe a coprire le vie e i tetti di Pietroburgo.
In questo universo claustrofobico visivo, anche il suono riverbera le ossessioni di una coscienza invasa, creando un’ulteriore gabbia in cui il protagonista si trova incatenato.
Della furente parabola di Dostoevskij ho voluto privilegiare la prima parte, più intima e psicologica, e quella che racconta il rapporto rovinoso con la giovane prostituta Lisa, anch’ella – come la neve fradicia – simbolo di una purezza perduta.
Imprigionato nel suo antro, il protagonista compie la sua scomoda discesa nella coscienza malata, assistito dalla presenza muta e sgarbata del servitore-giudice Apollion e visitato dalle apparizioni immaginate di Lisa, la cui innocente perdizione potrà essere lo spunto per precipitare in fondo al baratro, oppure un’ancora di salvezza per tornare “a riveder le stelle”…
“ ma cosa è meglio, una volgare felicità oppure un’elevata sofferenza?”
Marco Sgrosso
Teatro Salone via Ulisse Dini 7
orari
da martedì a giovedì ore 21.00 – venerdì ore 21,30 – sabato ore 19,30 – domenica ore 16
biglietti
intero 16€ – ridotto giovani fino a 26 anni 11€ – ridotto convenzionati 14€ – ridotto anziani over 60 anni 8€
Prevendita e prenotazioni telefoniche 02 89011644 – biglietteria@teatrocrt.it – www.teatrocrt.it




