Luca e Paolo su Vanity Fair

Milano, 6 dicembre 2011 – Tra lo spettacolo ispirato a Gaber, Non contate su di noi (che dopo il Teatro Strehler di Milano hanno portato al Politeama Genovese) e gli impegni che verranno (Camera Cafè su Italia Uno dal 13 dicembre, il sequel di Immaturi al cinema dal 5 gennaio, in febbraio su Canale 5 il debutto da conduttori di Scherzi a Parte), Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu si confessano a Vanity Fair – che dedica loro la copertina del numero in edicola da mercoledì 7 dicembre – in una doppia intervista. A partire dal Festival di Sanremo, che hanno condotto quest’anno assieme a Gianni Morandi, e dalle Iene, che hanno lasciato dopo 10 anni di conduzione.

Morandi tornerà a Sanremo. E voi?

Paolo: «Andremo a trovarlo, per una questione affettiva. Abbiamo bei ricordi di quell’esperienza, ma non l’avremmo mai rifatta come conduttori: se vinci due a zero contro il Real Madrid, una partita dove tutti ti davano perdente, che senso ha giocarla di nuovo?».

Avete visto le nuove Iene?

Luca: «Qualche puntata. Mi lusinga che Argentero faccia me: mi sembra che cerchi di fare un po’ le mie cose, e un attore che ti imita fa sempre piacere».

Nostalgia, dopo dieci anni?

L: «Una sensazione strana, all’inizio: è un programma che considero anche nostro. Se avessimo voluto, probabilmente, avremmo potuto continuare, ma le Iene vanno in onda tutto l’anno, non ti lasciano il tempo di fare altro e sarebbe un po’ pericoloso, a quarant’anni, non fare altro». P: «Ci ha aiutati il fatto che, quando è iniziata la nuova stagione, fossimo in Grecia a girare Immaturi. A Paros non c’è Italia Uno».

Non è vero, quindi, che avete lasciato dopo una lite con Davide Parenti, il «papà» del programma.

P: «Non è stato quello il motivo. Anche se, dopo tanti anni che lavori insieme, è normale ci siano delle discussioni». L: «Davide ha l’indubbio merito di aver portato le Iene al successo, ma noi rivendicavamo un’indipendenza artistica che, da parte sua, non è sempre stata ben accetta».

Si dice che dopo il successo di Sanremo vi foste un po’ montati la testa.

L: «Questa è una cattiveria messa in giro da Parenti. Noi eravamo dei tritaminchia prima, e lo siamo rimasti dopo Sanremo: sul lavoro non abbiamo un atteggiamento simpatico, siamo due che non ridono mai. E non a tutti fa piacere quando hai successo».

Gaber lo avete conosciuto?

L: «È stato dopo aver visto Il Grigio, il suo monologo, che ho capito che recitare era la mia strada. Ma alla scuola dello Stabile di Genova non mi prendevano mai. Al quarto provino, avevo vent’anni, feci un fioretto: se mi avessero preso, sarei andato a vedere tutte le repliche dello spettacolo di Gaber. E così feci. L’ultima sera, la bidella della scuola mi organizzò un appuntamento con lui. Passammo insieme un’ora, mi disse: “Se hai qualcosa da dire, non aspettare. Scrivila e recitala, ovunque».

La sua adolescenza, Luca, è stata difficile: ha rischiato di perdersi.

L: «Purtroppo è vero. Non ho un bel ricordo di quel periodo. Vivevo in strada».

Sta parlando di droga?

L: «Le ho provate un po’ tutte, e proprio perché conosco il problema mi incavolo con quelli come Giovanardi, incapaci di vedere che l’unica strada è la liberalizzazione. Io sono fortunato, perché sono qui a parlarne, ma ho tanti amici che hanno fatto una brutta fine».

Che cosa l’ha salvata?

L: «Il teatro: appena entrato allo Stabile, sono scomparso dalla strada. Sapevo che recitare era la mia ultima possibilità».

Lei, Paolo, a Paros ha avuto un brutto incidente in moto.

P: «Stavo andando sul set quando all’improvviso un’auto è uscita di strada e mi ha centrato. Frattura della rotula, stiramento al crociato sinistro, e una gran botta in testa: poteva andarmi molto ma molto peggio». L: «Quando mi ha detto che era stato portato via in ambulanza, ho pensato al peggio». P: «Da quando mi sono sposato (nel 2003, con la conduttrice e giornalista Sabrina Donadel, madre di Lunita, ndr) non ho mai tolto la fede, neanche per esigenze di copione. Dopo due giorni in ospedale, quando riesco finalmente a muovere la mano, mi accorgo che non ce l’ho più al dito. Allora chiamo un ragazzo della produzione e, senza alcuna reale speranza di poterla ritrovare dopo 48 ore, gli chiedo di andare sul posto a dare un’occhiata. Venti minuti dopo mi chiama per dirmi che l’ha trovata in quell’esatto punto sull’asfalto. Come se qualcuno l’avesse appoggiata lì».

È credente?

P: «Soprattutto negli ultimi tempi, avevo preso l’abitudine a una specie di dialogo con me stesso che, in realtà, non può prescindere da un interlocutore non terreno. Mi piace pensare che sia stato quello a proteggermi».