L’Italia si aggiudica il Trofeo Gianatti

Daniel Hackett

L’Italia batte la Bulgaria 80-74 e si aggiudica il Trofeo “Diego Gianatti”. La prova azzurra, però, va oltre la vittoria. Anche senza Andrea Bargnani, che da martedì prossimo, dal raduno di Roma, tornerà ad allenarsi con la squadra e le altre assenze importanti di Mordente, Cinciarini, Maestranzi e Cavaliero per l’Italia l’intero torneo è stato un test significativo: “ Per me è importante trovare un linguaggio comune in campo – ha dichiarato il ct Simone Pianigiani- e finché c’è stata brillantezza questo si è visto. Abbiamo letto bene le situazioni, giocando insieme. Forse siamo ancora teneri in difesa. Mi è piaciuto il fatto che anche quando c’è stato calo fisico c’era comunque il desiderio di portare via la vittoria per quanto sia simbolica.
“Anche quando eravamo stanchi infatti –spiega Pianigiani- abbiamo resistito e questo è buon segnale di carattere e mentalità. Nella zona siamo indietro, e le cose da aggiustare sono tante. Devo anche dire che le cose che volevamo provare in questo raduno più o meno le abbiamo fatte. Volevamo farle con tutti i giocatori ma ora che è risolta la situazione anche con Andrea possiamo farlo.
“Da martedì –continua Pianigiani- abbiamo un giocatore di talento in più. E’ la prima volta che le nostre tre prime punte possono giocare insieme e possiamo andare sui dettagli. Abbiamo delle caratteristiche, ci esponiamo a cercarle. Alcune cose sono quelle che ci devono permettere di stare in partita. Se noi non difendiamo non c’è attacco o rimbalzo che tiene. Stiamo lavorando nei recuperi per rimediare a quello che perdiamo sui rimbalzi. Noi non possiamo vendere fumo. Questo è un momento di ripartenza. Possiamo solo crescere.”
E’ stata una gara corale: Mancinelli si tuffa in difesa, recupera palloni, in attacco velocizza la manovra e distribuisce assist: non male per un ala forte.
Belinelli cava le castagne dal fuoco: rintuzza tutti i tentativi della Bulgaria di recuperare.
Gallinari spinge avanti la squadra, anche solo con i tiri liberi segnandone tredici in fila prima di sbagliarne uno. Chiuderà con 15/16 e 20 punti, suo record in Nazionale.
Ma poi c’è il grande lavoro sotto canestro di Cusin e Renzi, la difesa e il contropiede di Hackett, la capacità di tutti di recuperare alle crisi quando di presentano sotto forma di un scelte affrettate o di distrazioni difensive. E poi ci sono i cinque punti consecutivi di Luca Vitali che sono una buona notizia.
Datome spinge, lotta, difende, mette in difficoltà l’attacco Bulgaro. L’Italia prende cosi un primo vantaggio al 17’ (43-29), ma tre triple bulgare tra Videnov e Velikov rimettono in discussione tutto (45-38 al 20’ )
La Bulgaria è sostanzialmente una squadra tosta, coriacea, con giocatori dal fisico quadrato, come i gemelli Ivanov e il centro Banevv, lottatori al limiti del fallo, che non si lasciano intimorire facilmente. Non si lasciano staccare facilmente, sono sempre a ruota, sempre pericolosi.
L’Italia con le giocate di Belinelli e Mancinelli si mette a distanza di sicurezza (64-52 al 29’ ) e stringe in difesa provando con la zona 3- 2 a mettere ancora di più in difficoltà la Bulgaria.
Due tecnici alla panchina bulgara riscaldano l’ambiente: si lotta su ogni palla, la partita si fa nervosa, l’Italia diviene progressivamente meno lucida, cerca soluzioni individuali e la Bulgaria che si trova a proprio agio nella confusione, recupera fino a -5 (79-74) a 59 secondi dalla fine.
L’Italia stringe i denti, con Datome recupera un rimbalzo offensivo su tiro di Belinelli, gestisce la palla. Sul fallo sistematico bulgaro Belinelli va ai liberi. Uno fuori, uno dentro e l’Italia vince 80-74.

La Nazionale di basket tornerà a radunarsi martedì 2 agosto a Roma. Al raduno è sarà presente anche Nicolò Melli, che la scorsa settimana con la Nazionale under 20 ha vinto la medaglia d’argento all’Europeo di categoria a Bilbao.

ITALIA-BULGARIA 80- 74 ( 28- 19, 45- 40, 66- 54, 80- 74)
ITALIA: Poeta 4 (0/0,0/1,4/6), Mancinelli 4 (2/5,0/2,0/0), Gallinari 20 (1/4,1/3,15/16), Vitali 5 (2/2,0/0,1/1), Cusin 11 (5/5,0/0,1/2), Datome 2 (0/3,0/0,2/2), Renzi 8 (4/5,0/0,0/0), Hackett 4 (2/4,0/0,0/2), Belinelli 19 (8/17,0/5,3/6), Carraretto 3 (1/2,0/3,1/2), ITALIA: T2:25/47, T3:1/14, TL:27/37, FF: 22, FS: 27, PP: 6, PR: 9, RD: 24, RA: 8, RT:32. Allenatore: Simone Pianigiani. Assistente: Luca Dalmonte.
BULGARIA: Ivanov 12 (4/6,1/3,1/1), Ivanov 10 (3/6,0/1,4/4), Avramov 7 (1/1,1/2,2/2), Kostov 11 (4/4,1/5,0/0), Videnov 18 (3/4,3/8,3/4), Marinov 3 (0/1,1/1,0/0), Georgiev 4 (0/1,0/0,4/4), Lilov, Georgiev 0 (0/1,0/2,0/0), Velikov 5 (0/0,1/3,2/4), Banev 2 (1/2,0/0,0/2), Varbanov 2 (1/2,0/0,0/0), BULGARIA: T2:17/28, T3:8/25, TL:16/21, FF: 27, FS: 22, PP: 18, PR: 3, RD: 28, RA: 7, RT:35. Allenatore: Rosen Barchovski. Assistente: Ivan Cholakov.
Arbitri: FACCHINI Fabio,MATTIOLI Gianluca,BEGNIS Roberto. Spettatori: 1200.
Note: 5 falli: Mancinelli (79-74, al 40’ ). Due falli tecnici alla panchina bulgara al 33’ (70-61) e al 34’ (72-63)

Deltaplano: l’Italia e Ploner ancora campioni del mondo

Italia e Ploner campioni del mondo

Dopo quelli del 2009, sono ancora l’altoatesino Alex Ploner e la nazionale azzurra a conquistare i titoli mondiali di volo in deltaplano, superando 146 piloti provenienti da 35 nazioni.
A Christian Ciech, trentino trapiantato a Mornago (Varese), va la medaglia d’argento, davanti allo sloveno Primož Gričar ed al giapponese Koji Daimon. Elio Cataldi di Vittorio Veneto (Treviso) conclude con un eccellente quinto
posto.
Del team azzurro facevano parte anche Davide Guiducci di Villa Minozzo (Reggio Emilia), Filippo Oppici di Parma, Karl Reichegger di Falzes (Bolzano), Suan Selenati di Arta Terme (Udine), Vanni Accattoli di Recanati (Macerata), gli accompagnatori Andrea Bozzato di Verbania e Alba Tombollato di Padova, guidati dal CT Flavio Tebaldi di Venegono Inferiore (Varese).
Seguono l’Italia nella classifica a squadre Francia, Austria, Giappone e Gran Bretagna.
Ai vertici del mondo c’è anche la Icaro 2000, prima ditta di costruzione di deltaplani in Europa, compresi quelli di Ciech e Ploner. I deltaplani costruiti vicino Varese vantano una decina di titoli tra mondiali e
continentali e 9000 sono gli esemplari messi in cielo nel 2010. I campionati hanno vissuto due settimane difficili a causa del forte vento e delle perturbazioni, condizioni pericolose per la sicurezza dei piloti. Gli
organizzatori, uno staff di 32 persone, hanno cancellato o sospeso tutte le task, escluso due, rispettivamente di 118 e 111 chilometri.
Dal decollo sul Monte Cucco i piloti hanno sorvolato parte dell’Umbria e dei suoi borghi medievali, località ancora più affascinanti se viste dall’alto durante il volo silenzioso di un deltaplano. Atterraggio a Sigillo in località Villa Scirca. Questa vittoria conferma che in poche discipline sportive l’Italia ha vinto tanto quanto nel volo libero, cioè quello senza motore, soprattutto in deltaplano oltre che in parapendio.

Il Profeta

Regia di Jacques Audiard

Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi

Drammatico – Francia, Italia – 2009

Elisa Zini Vincitore a Cannes del Gran Prix du Jury (Gran Premio della Giuria) e già premiato con 9 César, Il Profeta conquista anche il pubblico italiano. Il nuovo film di Jacques Audiard, interpretato magistralmente dall’esordiente e pluripremiato Tahar Rahim (Malik El Djebena), ha scandalizzato la Francia facendo molto discutere.

Malik El Djebena è un ragazzo di diciannove anni ed è analfabeta. Si ritrova a dover scontare sei anni di carcere per aver sparato a un poliziotto. Malik è un ragazzo mite, dall’ animo tranquillo. Fragile, solo, insicuro, senza genitori, allevato in orfanotrofio, non ha nulla con sè quando entra in prigione: vecchi vestiti buoni solo per fare stracci, una banconota ripiegata e ben nascosta, un paio di scarpe da ginnastica che gli saranno rubate dai compagni di prigionia nel giro di pochi minuti.                  La vita in prigione è violenta, cruda, corrotta: Malik deve imparare a sopravvivere se non vuol morire. Così il giovane, grazie alle capacità di adattamento, alla sua intelligenza e al suo coraggio, riuscirà ad entrare sotto la protezione di alcuni detenuti Corsi, tra cui spicca l’ergastolano César. Studia Malik, impara a scrivere e a parlare lingue diverse dalla sua. L’amicizia con un insegnante nord africano lo riavvicina in parte alla sua cultura d’origine: un respiro dalla stessa terra, un bisogno di appartenenza, forte tra le sbarre grigie di un carcere. La prigione diventa un microcosmo di rapporti di potere, dove solo il più forte può sopravvivere. Un gioco di forza a cui tutti devono sottostare. Malik, suo malgrado, capirà quali sono i meccanismi che regolano la vita dietro le sbarre e lentamente riuscirà a costruirsi la propria credibilità. Al termine della sua reclusione Malik è diventato un uomo temuto e rispettato, con un giro d’affari sporchi da gestire.

Il carcere come specchio della società. Metafora efficace, quella del regista Audiard, che analizza la trasformazione del giovane Malik, da vittima a criminale, a causa di una collettività incapace di sentire e rispondere al suo richiamo di aiuto. Malik entra in prigione a 19 anni senza famiglia, affetti, praticamente analfabeta e ne uscirà sei anni dopo colto, poliglotta, ricco e soprattutto potente. Il carcere educa con regole non scritte. La vita in prigione non è altro che un insieme di relazioni forzate, costrette, che sfociano in violenza: quella violenza che si ritrova anche fuori nella società moderna, tra gli uomini “per bene”: stessi meccanismi, stesse dinamiche, stessa violenza. Le diverse etnie all’interno del carcere fanno da sfondo al conflitto, ma non ne sono la causa scatenante. Il potere e il denaro vincono sopra a tutto, dominando le relazioni. Cinica visione per un film francese curato, attento, forse dallo sguardo troppo rassegnato.

Sul mare

 

R

Regia di Alessandro D’Alatri

Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla, Raffaele Vassallo, Kevin Notsa Mao, Silvio Semioli, Mino Manni, Anna Ferzetti, Barbara Stellato, Adriana Marega

Commedia, ITALIA 2010 

Elisa Zini – Sul mare è il settimo film del regista Alessandro D’Alatri. Riprese in digitale, autoprodotto e a basso costo (circa 700mila euro), interamente girato a Ventotene. Un viaggio in una meravigliosa isola del mediterraneo: fondali, scogliere, mare cristallino fanno da sfondo alla gente che vive, abita e lavora in quei luoghi.

Il film, tratto dal libro In bilico sul mare di Anna Pavignano, racconta la storia di un giovane ventenne, Salvatore, (Dario Castiglio) insoddisfatto della sua vita, che ama il mare e a Ventotene si ritrova a vivere una vita con un lato invernale e uno estivo: in inverno operaio, in nero, in un cantiere edile sulla terraferma e con l’arrivo dell’estate marinaio per i turisti in villeggiatura che vogliono visitare l’isola. Una piccola barca che diventa opportunità di lavoro, quello più desiderato. Un giorno conosce Martina (Martina Codecasa), una turista di Genova, borghese, venuta sull’isola per fare immersioni. Tra i due nasce da subito un forte sentimento: i due si innamorano e vivono una complicità profonda mai provato prima. La passione di Salvatore per Martina è totale, profonda, vera e diventa tutta la sua vita. Per la prima volta Salvatore respira una libertà mai provata e Ventotene non è più così angusta, fuori dal mondo. L’amore fa nascere nel giovane la voglia di assaporare a pieno la vita. Progetti e speranze prendono sempre più forza, consistenza, la felicità è in ogni battito di ciglia fino a quando Martina, tornata a Genova, si rende irreperibile.

Con questo film D’Alatri affronta le insoddisfazioni e le incertezze delle giovani generazioni. L’incapacità di essere felici, di vivere con serenità la vita. Non un semplice film sui sentimenti dell’amore ma su quel contorno che accompagna e spesso mina le storie d’amore, anche le più belle.

La diversa cultura, l’ambiente sociale di provenienza, la precarietà del lavoro accolgono con una corona di spine Martina e Salvatore. Il contesto spaventa come e più dell’amore. Il futuro assume toni scuri, spaventosi perché si percepisce che la favola durerà il tempo di un estate, come se ci fosse un fardello troppo pesante da trasportare. La stagionalità dell’amore e del lavoro si fondono insieme, come i rovi attorno ad una rosa. Una generazione senza punti di riferimento, un lavoro che non offre loro alcuna sicurezza per il futuro.

Dibattito finale vivace dal quale emerge che le intenzioni del regista non sempre sono messe a fuoco, in questo film dalle buone intenzioni. L’aspetto della precarietà del lavoro sembra viaggiare parallelo alla storia d’amore tra i due protagonisti. Manca un respiro comune dal quale attingere verità. Molte le riprese di Ventotene dall’alto quasi a sottolineare una libertà desiderata ma incapace di realizzarsi. Nel finale però quel senso di libertà che l’isola non è in grado di offrire passa in mano a Martina che tornata a Genova piange il perduto amore. Proseguirà i suoi studi, da lì a poco, in Spagna. Ma la vera libertà sta nel viaggiare da soli? Il regista sembra dirci che la libertà la si può trovare anche negli occhi di chi sa guardarti dentro. Quella libertà che si prova quando si è capaci di vivere a fondo un sentimento profondo, senza temerlo. Anche questo rende liberi.

 

 

 

La nostra vita

Regia di Daniele Lucchetti

Con Elio Germano, Raul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi e Giorgio Colangeli – Drammatico, ITALIA 2010

Elisa Zini – Apprezzato al Festival di Cannes 2010 l’ultimo film del regista Daniele Lucchetti: Elio Germano si porta a casa il premio come Migliore attore protagonista. Lucchetti affronta un tema attuale, reale, non facile da realizzare. Claudio (Elio Germano) è un trentenne, operaio edile della periferia romana. Sposato con Elena (Isabella Ragonese) di cui è ancora perdutamente innamorato, padre di due figli e in attesa del terzo. Una vita familiare consolidata,  piena di complicità e armonia. Un evento inaspettato sconvolge la vita di Claudio. La nascita del terzo figlio, tanto atteso, si trasforma in tragedia: Elena muore, in seguito a complicazioni durante il parto, dando alla luce il piccolo Vasco. Claudio è solo con tre figli da crescere. La sua disperazione si trasforma nella voglia di dare ai figli tutto ciò che materialmente gli è possibile: cerca così di compensare il vuoto lasciato dalla madre. Senza accorgersene si ritroverà coinvolto in affari poco leciti. Pur di garantirsi un appalto, che per la prima volta lo renderà imprenditore, Claudio ricatta il suo datore di lavoro e si cimenta in un progetto più grande di lui, con tempi da rispettare e soldi promessi che non arrivano. Il protagonista capirà, a proprie spese, che il denaro facile ha un caro prezzo. Trovandosi in difficoltà dovrà chiedere aiuto alle persone che ancora gli vogliono bene: la sorella Liliana (Stefania Montorsi), il fratello Piero (Raul Bova) e il pusher vicino di casa (Luca Zingaretti).

In questo film Lucchetti si  cimenta con una realtà di vita quotidiana, dei nostri giorni. La osserva con attenzione, decide di raccontarla e poi di metterla in scena. Pochi registi sanno emozionare trattando temi simili. Sicuramente ne è all’altezza Ken Loach: ineguagliabile l’eleganza e la poesia che il regista sa trasferire in Riff Raff e in Piovono Pietre. Non è facile emozionare ma Lucchetti, in questo film, ci prova. Non sempre ci riesce. Commuove con una canzone di Vasco Rossi urlata da Claudio durante il funerale dell’amata Elena. Moltissimi primi piani e molte sequenze a rincorrere il  corpo, mezzo busto, di Claudio, quasi a seguirlo nel suo percorso, nella sua evoluzione, nella sua fisicità, nella fatica del respiro che diventa affannato senza l’amata moglie accanto. E Daniele Lucchetti trasmette al pubblico questa precarietà che si fonde anche con  le difficoltà nel mondo del lavoro, sempre più individuale, competitivo. Lavoro in nero capace di mettere lavoratori contro altri lavoratori. Un sottoproletariato che colpisce al cuore.

Nel dibattito finale il pubblico manifesta il suo assenso: un film riuscito, piacevole, da vedere. “Qual è la relazione tra moralità e bisogno?”.  I molti spettatori, guidati dal critico cinematografico, hanno cercato di dare a questa e ad altre domande, una possibile spiegazione. Claudio è spinto dal bisogno a compiere azioni non sempre difendibili. Fino a che punto si può accettare un compromesso? Un po’ semplice, forse, il finale a lieto fine dove Claudio, grazie all’aiuto della sua famiglia, riesce ad uscire dal vortice che lo stava imprigionando. Ne esce con dignità e purezza, ripagando tutti quelli che lo hanno aiutato. Un valore che, ci dice molto bene il regista, vale molto più delle “cose” materiali, molto più del denaro. Dignità che potrà “regalare” ai suoi figli. Indovinata la scelta della colonna sonora: due canzoni di Vasco Rossi che scaldano il cuore.