“Quello che non sappiamo”

Il-Romanzo--Di-Annarita-Briganti-
Il-Romanzo–Di-Annarita-Briganti-

Il terzo romanzo di Annarita Briganti “Quello che non sappiamo” (Cairo) è in libreria: un romanzo-chat, un amore al tempo della mail, tra nevrosi e nuove tecnologie

Due persone non s’incontrano mai per caso, soprattutto se sono due anime destinate a unirsi.

Un giorno Ginger riceve un’email da Paulo. I due non si conoscono o, almeno, lei crede che non si conoscano. Nasce una relazione virtuale. Iniziano a scriversi email nelle quali si raccontano la loro vita, le loro giornate e, attraverso le parole, il loro legame in poco tempo si rafforza sempre più.

Ma c’è dell’altro, non tutto è come sembra: Paulo conosce un segreto della vita di Ginger e deve consegnarle una cosa molto importante.
Quello che non sappiamo si può leggere come una lunga chat, è un romanzo-chat, un colpo di fulmine virtuale.

Un amore al tempo della mail, tra nevrosi e nuove tecnologie. Ma il mistero che nasconde renderà i protagonisti più forti e la storia sorprendente.

Ambientato tra Italia e Germania – a Roma, Milano, Bologna, Berlino – ma c’è anche la Cina, il romanzo parla del mondo di oggi e di domani, di donne e di uomini, di amore e di sesso sul web, di amore e di sesso nella realtà, di rete, di social, di crisi economica, di famiglie, di razzismo, di verità, d’identità, di libri e di librai, di musica, di musei, di perdono, di rinascita, di spezie, di cocktail, di sogni e di speranze.

Un libro per tutti quelli che credono nel potere della scrittura e delle relazioni. Reali o virtuali.

L’AUTRICE
Annarita Briganti è giornalista culturale di Repubblica e Donna Moderna e scrittrice. Quello che non sappiamo è il suo terzo romanzo, dopo Non chiedermi come sei nata (Cairo, 2014, vincitore del Premio Comoinrosa, rappresentato a teatro con il suo adattamento) e L’amore è una favola (Cairo, 2015).
Ha partecipato alle raccolte di racconti Un bacio in bocca (Longanesi, 2016) e Il bicchiere mezzo pieno (Piemme, 2018). Scrive per il teatro. Ha studiato alla Scuola Holden di Torino, dove è stata anche docente. Insegna scrittura creativa in giro per l’Italia. Scrive di libri. Presenta libri. Si occupa di qualsiasi cosa abbia a che fare con i libri. Crede che i libri salveranno il mondo e nell’amore, nonostante tutto. Se non sta scrivendo, la trovate sui social.

“Nonnasballo” di Mirko Zullo

nonnasballo,copertina libro
nonnasballo,copertina libro

«Nonnasballo, settantacinque anni e una collezione di scarpe e smalti con necessità annua di censimento, è senza dubbio la nonna più bellissima che si possa desiderare, e lo so che “più bellissima” non si dovrebbe dire, ma di lei si può dire ogni cosa. Specie ciò che non si può.».

Michelle ha poco più di vent’anni, non riesce a guardarsi nuda allo specchio e non ha mai avuto una storia d’amore. Vive in un piccolo paese di provincia e ha rinunciato all’università per aiutare la madre nella trattoria di famiglia. Ha una nonna, “la Milvia” – come la chiamano in paese –, che è sempre stata “una di quelle che difficilmente tenevi ferme” e che più di ogni altra cosa ama ballare.

Per questo Michelle l’ha soprannominata Nonnasballo. Una nonna chiassosa, irruente, a volte scurrile, sempre straordinaria. Impossibile non volerle bene.
È lei, la nonna, ad averla cresciuta quando il padre se n’è andato da un giorno all’altro senza un’apparente spiegazione.

Una fuga che nasconde un doloroso segreto che Michelle, per la vergogna, non è mai riuscita a confidare a nessuno.

Poi un giorno, Nonnasballo inizia a non essere più la stessa. E la diagnosi del neurologo è una sentenza: Alzheimer.
Per Michelle è il dramma, si sente sola e abbandonata.

Nonnasballo non potrà più essere il suo punto di riferimento, forte e coraggiosa, fonte inesauribile di consigli. I ruoli si sono invertiti: ora è nonna la sua bambina, tocca a lei starle vicino come una mamma.
Una storia che, con delicatezza e ironia, affronta il tema della malattia e dei rapporti famigliari.

L’AUTORE
Mirko Zullo, nato a Verbania, vive e lavora a Milano. Laureato in Filosofia, è scrittore, regista, autore e produttore televisivo. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e narrativa breve. Nonnasballo ha vinto il Premio Zanibelli 2017 per la narrativa inedita.

Settimanale “F” – nuovo numero in edicola

cover F 10
cover F 10settimanale f,

Nel numero di F – il settimanale femminile di Cairo Editore diretto da Marisa Deimichei – in edicola domani 7 marzo, l’intervista a Cristiana Capotondi, 37 anni, protagonista del nuovo film di Marco Tullio Giordana Nome di Donna, dove interpreta una donna che denuncia il capo per molestie.

L’attrice anche nella vita esorta a denunciare qualsiasi forma di discriminazione ai danni dell’universo femminile. «Se una persona ha subito degli abusi, deve dirlo, anche all’interno del suo ambiente professionale, condividendo con le altre donne quello che ha vissuto».

Nel film alcune donne accettano le avances del capo per tornaconto personale. Non siamo tutte uguali? «Non giudico moralmente chi, per scelta personale, decide di utilizzare il corpo per ottenere facilitazioni professionali. Però vedo una sorta di concorrenza sleale. E poi faccio l’attrice, ma chi è medico, chi entra in sala operatoria? Io vorrei che una donna arrivasse lì perché è brava a sistemarti la mano, perché è la migliore scelta, non la più carina».

Lei ha difeso il regista Fausto Brizzi, con cui ha lavorato, accusato da una serie di attrici di averle molestate durante i provini. «Io non ho difeso Brizzi, ho solo parlato della mia personale esperienza con lui. Non posso sapere cosa sia capitato a quelle ragazze che hanno parlato in tv, ma so per certo che bisogna stare attenti ai processi mediatici […] L’opinione pubblica ha un peso pazzesco in queste vicende e se si cede a certe dinamiche si rischia di perdere di vista il processo culturale che va innescato».

Cosa dobbiamo fare perché questa battaglia culturale sia efficace? «Non deve diventare una battaglia di genere. È un percorso che dobbiamo compiere insieme agli uomini perché ci sono tanti di loro che rispettano le donne e non si sentono rappresentati dal mostro molestatore».

Inoltre, in occasione della Festa della Donna, il settimanale F dedica uno speciale di 27 pagine alle interviste con sette donne belle e forti, come Bebe Vio, Malika Ayane, Marica Branchesi, Paola Turci, Lorella Zanardo, Liv Ullmann e Liliana Segre.

Noemi al settimanale F: “Dopo Sanremo sogno un figlio”

Cover F
Cover F

La 68^ edizione del Festival di Sanremo inizierà tra poche ore e per l’occasione F – il settimanale femminile di Cairo Editore diretto da Marisa Deimichei – in edicola domani, ha intervistato Noemi, per la quinta volta sul palco dell’Ariston.

La cantante romana, 36 anni, fidanzata da dieci con il musicista Gabriele Greco, racconta della sua vita sentimentale, della sua infanzia e dei suoi sogni rimasti, per il momento, nel cassetto. Primo su tutti, il progetto di un bambino.

Cosa cambierebbe nella sua vita? «Vorrei avere un figlio».

L’amore si consuma o cresce negli anni? «Si consuma se non si è capaci di rinunciare a qualcosa in nome della coppia, ma non si esaurisce. Credo nell’equazione dell’amore di Paul Dirac: il fisico quantistico sostiene che anche se la vita ci separa, non ci allontaneremo mai dalle persone con le quali abbiamo condiviso momenti importanti. Concetti che hanno ispirato “Non smettere mai di cercarmi”, il brano di Sanremo».

Come descriverebbe il suo compagno? «Ha una grande pazienza anche se, come me, non è un tipo semplice! Insieme siamo ergonomici: quando andiamo a letto dormiamo abbracciati. È il momento più bello».

Nella decisione di diventare madre spesso conta che tipo di educazione si è ricevuto e la famiglia d’origine. «Sono cresciuta in una famiglia flower power. Avrei voluto che mi insegnassero a essere più ordinata e precisa.

Uno dei ricordi più terribili della mia infanzia, per esempio, è una vacanza in Sardegna dell’89: mia madre sbagliò la data del ritorno: erano altri tempi e rientrare a casa in aereo fu un’odissea».

Pensa che la sua infanzia sia stata più o meno felice rispetto alla media? «Forse un po’ meno felice, perché sono cresciuta con un codice di comportamento e una scala di valori diversa dagli altri bambini. Io vivevo più allo “stato brado”, mi sentivo poco integrata e avevo pochi amici».

Ha un buon rapporto con sua madre? «Ottimo, mi ha avuta a 20 anni, siamo come sorelle. Anche se con lei non ho mai vinto un gioco: vuole sempre arrivare per prima, lo considera importante».

Il settimanale F è disponibile anche in versione iPad e iPhone, nell’edicola di iTunes Store.

“Ma forse un dio” di Alberto Cavanna

ma forse un dio
ma forse un dio

Le loro vite si sono intrecciate con il fascismo, la guerra e infine con l’Operazione Exodus, che vede la città ligure, nuova Porta di Sion, al centro della migrazione clandestina degli ebrei d’Europa verso la Terra Promessa.

Una potente storia di riscatto, d’amore e di speranza.

1933, XI anno dell’Era Fascista.
Ettore Sbarra, figlio di contadini analfabeti della Lunigiana, è un Balilla.
Anna Della Seta, figlia di ebrei emiliani tra¬sferiti a La Spezia per lavorare alle fabbriche d’ar¬mi, una Piccola Italiana.

Quello in cui crescono i due ragazzi è il Paese del consenso, dell’opprimente indottrinamento, del¬la retorica roboante, delle leggi razziali e della corsa folle verso il conflitto. Quando scoppia la guerra, Et¬tore si arruola con entusiasmo nella Milizia e parte volontario, mentre Anna vive la dura lotta contro la perdita di dignità della sua gente, tra i bombarda¬menti e la discriminazione che giorno dopo giorno si stringe come un cappio attorno ai suoi cari.

I loro destini si sfiorano un istante dopo l’8 set¬tembre, ma vengono scaraventati lontano dal preci¬pitare degli eventi: la guerra per Ettore, che entra nella Decima Mas, e la deportazione ad Auschwitz per Anna.

Le loro vite si toccano di nuovo nel ’46, nel porto di La Spezia, quando l’Apocalisse è ormai compiuta, entrambi in attesa di andare lontano, inseguiti da un passato da dimenticare.
Exodus, come l’Esodo biblico, è il nome dell’operazione che porterà verso un nuovo inizio gli scampati alla furia nazista.

La città ligure, pas¬sata alla Storia come la Porta di Sion, è il suo centro nevralgico. Sono tante le navi che partiranno alla volta della Terra Promessa. Ed è una sorta di giudizio universale, per chi sale e chi rimane a terra, ciascuno con i propri fantasmi e i gesti compiuti da perdonarsi. Perché il Male, per quanto grande, può essere attra¬versato, lasciato alle spalle. Come il mare.

L’AUTORE
Alberto Cavanna è scrittore, saggista, traduttore, disegnatore e illustratore. Operaio, impiegato e dirigente, ha lasciato i cantieri navali per dedi¬carsi esclusivamente all’attività artistica. Il suo romanzo d’esordio Bacicio do Tin (Mursia, 2003) si è classificato secondo al Premio Bancarella 2004. Recentemente ha pubblicato il saggio stori¬co L’ultimo viaggio dell’imperatore – Napoleone tra Waterloo e Sant’Elena (Mondadori, 2014) e il ro¬manzo Il dolore del mare (Nutrimenti, 2015), can¬didato al Premio Strega 2015. Nel 2016, per Cairo, è uscito La nave delle anime perdute, finalista al Premio Bancarella. Vive e lavora nel piccolo pae¬se di Polverara (comune di Riccò del Golfo della Spezia), nella bassa Val di Vara.