La cascina La Barbatella: degustazione vini nel Monferrato

Elisa Zini – A Nizza Monferrato, sopra un’altura circondata da vigneti, sorge la cascina La Barbatella. Con i suoi 4,5 ettari di vigneto, posizionato nella migliore esposizione collinare, dove sole, ombra e fertilità regnano in armonia, ci si trova nel luogo adatto per la produzione di vini di altissima qualità, ricchi di tradizione e cultura. Acquistata nei primi anni ottanta dalla famiglia Sonvico, passione, saggezza e impegno hanno permesso alla straordinaria fecondità dei terreni di dar vita a veri e propri nettari d’uva. L’azienda trasforma direttamente l’uva coltivata nei propri vigneti miscelando opportunamente colori, profumi e aromi, arricchendo nel tempo, con nuove varietà di vigne, la propria produzione.

Grazie a tale arte sono stati prodotti vini insigniti di prestigiosi premi, nazionali ed internazionali: l’azienda è stata premiata per ben 18 volte con i “Tre bicchieri rossi”, ambito riconoscimento assegnato dalla guida “Vini d’Italia” edita dal Gambero Rosso, in collaborazione con Slow Food. Sempre citata nelle migliori Guide nazionali ed estere, la cascina La Barbatella produce il celebre Monferrato rosso “Sonvico”, citato tra i migliori vini d’Italia dal 1988 ad oggi. A metà anno 2010 La Barbatella è stata rilevata dalla famiglia Perego. Lorenzo e Cinzia, marito e moglie, hanno l’onore di perpetuare l’eredità lasciata dall’eccelso lavoro di Angelo Sonvico condividendo l’amore per la cultura e le tradizioni del territorio astigiano. Due gli enologi di riferimento in cascina: Giuliano Noè, a cui si deve l’invenzione del pregiato vino Noè (prodotto dalla vinificazione di uve Cortese e Sauvignon Blanc), e Beppe Rattazzo. Il loro rigore, che nulla lascia al caso, fa di questa Azienda un piccolo gioiello. Tra i vini pluripremiati si ricordano “La vigna dell’Angelo” (Barbera d’Asti DOC Superiore Nizza) e il “Sonvico” (Monferrato rosso DOC, ottenuto da uve Barbera e Cabernet Sauvignon). 

La giovane famiglia Perego da sempre amante dell’arte nelle sue diverse forme (Cinzia è laureata in Lettere – Storia dell’Arte e Lorenzo è uno scultore e un pittore) ha un sogno: unire la passione e l’amore per l’arte (pittura, musica, teatro…) con la cultura del vino e del gusto. “Per questo motivo la cascina “La Barbatella” rappresenta per noi il luogo ideale per far convivere in armonia tutto questo” spiegano Lorenzo e Cinzia, “Ci piacerebbe che il gusto per il bello abbracciasse la musica, il teatro e il buon cibo in un connubio che mostri le nostre personalità perché è così che vogliamo vivere. Nella storia il vino è sempre stato un simbolo di condivisione, di unione, di incontri, un modo per stare insieme in armonia e non vorremmo perdere tale tradizione”.

Cinzia racconta: “Mio marito Lorenzo, ad esempio, ha ideato l’etichetta di un vino, il Mystere, usando un bozzetto di un suo quadro che raffigura le vigne d’inverno. E poi ogni fine settimana, su prenotazione, apriamo la cascina a degustazioni gratuite di vino per tutti gli interessati e insieme facciamo assaggiare anche i formaggi tipici del Monferrato”.  

Il 9 luglio 2011 alla cascina La Barbatella si è tenuta una degustazione di vini e formaggi in una splendida cornice estiva, insieme a musica jazz suonata dal vivo, in giardino. A seguire il debutto nazionale dello spettacolo teatrale “W l’Italia.it… Noi non sapevamo” di Egidia Bruno, voluto e sovvenzionato dalla famiglia Perego: uno spettacolo sulla “questione meridionale” e su quella unità d’Italia che ha cambiato la storia di ognuno di noi. La rappresentazione si è tenuta nel sontuoso cortile di Palazzo Crova, sede di una prestigiosa enoteca.

Se volete passare un fine settimana nella splendida cornice del Monferrato degustando un’ottima varietà di vini (bianco e rosso) potete prenotarvi presso la cascina La Barbatella: ci saranno Lorenzo e Cinzia Perego  ad accogliere tutti in un clima davvero familiare e di qualità, all’insegna del buon vino e delle dolci tradizioni enogastronomiche.

 

www.labarbatella.com

Prenotazioni: cascina@labarbatella.com

Tel. 0141701434 Fax. 0141721550

Strada Annunziata 55 Nizza Monferrato (Asti)

 

Dapartures

Regia di Yojiro Takita

Con Masahiro Motoki, Ryoko Hirosue, Tsutomu Yamazaki, Kazuko Yoshiyuki, Takashi Sasano

Drammatico, GIAPPONE 2008

Elisa Zini – Daigo (Motoki Masahiro) suona il violoncello in una prestigiosa orchestra di Tokyo. L’inaspettato scioglimento dell’ orchestra, complice un pubblico sempre più esiguo, lascia Daigo senza lavoro.  Decide così di rientrare al paese  natale, in campagna, alle porte di Yamagata, insieme alla moglie Mika (Hirosue Ryoko). Daigo vende il suo amato violoncello con il desiderio di ricominciare una nuova vita. Alla  ricerca di un  lavoro Daigo risponde ad un annuncio: Departures, “partenze”. Crede cerchino qualcuno per lavorare in un’ agenzia di viaggio e si accorge che il viaggio è nell’aldilà. Il becchino, Sasaki (Yamazaki Tsutomu) è alla ricerca di un aiutante ma sa che non è facile trovare qualcuno disposto a lavorare con lui. Daigo, per necessità, accetta ma la moglie Mika, una volta scoperto il nuovo lavoro del marito, scappa di casa e promette di tornare solo se Daigo cambierà  occupazione. Anche gli abitanti del paese cominciano ad evitarlo per il suo lavoro. L’esperienza della morte cambierà Daigo più di quanto avesse mai potuto immaginare.

Vincitore dell’Oscar come miglior film straniero all’Academy Award, Departures è un film raffinato e profondo che lascia incantati: una commovente celebrazione della vita attraverso il rispetto per la morte. Una storia delicata che riflette sulla morte con coraggio e consapevolezza, riprendendo le tradizioni nipponiche e riportandole con  dolcezza nella civiltà moderna. Il rito della deposizione – la cura del nokanshi – è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l’estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre. Il capo Sasaki, interpretato con grande intensità dal raffinato attore Yamazaki Tsutomu, scardina la visione macabra e cupa che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa e intrisa di tradizioni. Un composto e rispettoso silenzio che dice molto più di tante parole.

London river

Regia di Rachid Bouchareb

Con B. Blethyn, S. Kouyatè, R. Zem, B. Blancan, S. Bouajila

Commedia: ALGERIA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA  2010

Elisa Zini“London River” è una delicatissima storia raccontata dal bravo regista Rachid Bouchareb. Due vite, due esistenze, si incontrano nella frenetica città di Londra. Il musulmano Ousmane e la signora Sommers, cristiana protestante, sono entrambi alla ricerca dei loro figli che dopo gli attentati del 7 luglio 2005 sembrano scomparsi. In quel terribile mattino, poco prima delle nove, scoppia la prima di quattro bombe che metteranno in ginocchio la città: 56 morti e 700 feriti.

Le vite e i destini di Ousmane e della signora Sommers si intrecceranno inevitabilmente. Una foto scattata in una moschea ritrae i due figli insieme ma questo per la signora Sommers è inaccettabile. Ousmane, vive in Francia e non vede più suo figlio dall’età di cinque anni; la signora Sommers, risiede in un’isola della Manica e crede di conoscere bene la propria figlia. Presto si renderà conto di non conoscerla affatto. Una disperata, affannosa ricerca coinvolge i due genitori nella speranza che i figli non siano vittime degli attentati.

Un film poetico, fatto di sguardi, respiri, lunghe camminate che si portano dentro due mondi: quello insulare, tranquillo, rassicurante, della signora Sommers e l’Africa, continente che Ousmane ha dovuto lasciare in cerca di lavoro, spinto dagli eventi, in Europa. Eccezionale l’interpretazione del protagonista maschile, Kouyatè: ogni sguardo parla più di molte parole e racconta dell’Africa, dei profumi dell’amata terra lasciata, di una moglie lontana, di un figlio cresciuto solo. Bravissima Brenda Blethyn, famosa per aver interpretato la brillante commedia “L’erba di Grace” e voluta a tal punto dal regista da rimandare le riprese del film di un anno pur di averla come protagonista femminile in questo ruolo.

Finale graffiante, non urlato, vero. Un film dedicato a tutti coloro che amano il cinema, capace, attraverso le immagini, di trasmettere colori, profumi, emozioni con eleganza, raffinatezza e poesia.

 

 

Il Profeta

Regia di Jacques Audiard

Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi

Drammatico – Francia, Italia – 2009

Elisa Zini Vincitore a Cannes del Gran Prix du Jury (Gran Premio della Giuria) e già premiato con 9 César, Il Profeta conquista anche il pubblico italiano. Il nuovo film di Jacques Audiard, interpretato magistralmente dall’esordiente e pluripremiato Tahar Rahim (Malik El Djebena), ha scandalizzato la Francia facendo molto discutere.

Malik El Djebena è un ragazzo di diciannove anni ed è analfabeta. Si ritrova a dover scontare sei anni di carcere per aver sparato a un poliziotto. Malik è un ragazzo mite, dall’ animo tranquillo. Fragile, solo, insicuro, senza genitori, allevato in orfanotrofio, non ha nulla con sè quando entra in prigione: vecchi vestiti buoni solo per fare stracci, una banconota ripiegata e ben nascosta, un paio di scarpe da ginnastica che gli saranno rubate dai compagni di prigionia nel giro di pochi minuti.                  La vita in prigione è violenta, cruda, corrotta: Malik deve imparare a sopravvivere se non vuol morire. Così il giovane, grazie alle capacità di adattamento, alla sua intelligenza e al suo coraggio, riuscirà ad entrare sotto la protezione di alcuni detenuti Corsi, tra cui spicca l’ergastolano César. Studia Malik, impara a scrivere e a parlare lingue diverse dalla sua. L’amicizia con un insegnante nord africano lo riavvicina in parte alla sua cultura d’origine: un respiro dalla stessa terra, un bisogno di appartenenza, forte tra le sbarre grigie di un carcere. La prigione diventa un microcosmo di rapporti di potere, dove solo il più forte può sopravvivere. Un gioco di forza a cui tutti devono sottostare. Malik, suo malgrado, capirà quali sono i meccanismi che regolano la vita dietro le sbarre e lentamente riuscirà a costruirsi la propria credibilità. Al termine della sua reclusione Malik è diventato un uomo temuto e rispettato, con un giro d’affari sporchi da gestire.

Il carcere come specchio della società. Metafora efficace, quella del regista Audiard, che analizza la trasformazione del giovane Malik, da vittima a criminale, a causa di una collettività incapace di sentire e rispondere al suo richiamo di aiuto. Malik entra in prigione a 19 anni senza famiglia, affetti, praticamente analfabeta e ne uscirà sei anni dopo colto, poliglotta, ricco e soprattutto potente. Il carcere educa con regole non scritte. La vita in prigione non è altro che un insieme di relazioni forzate, costrette, che sfociano in violenza: quella violenza che si ritrova anche fuori nella società moderna, tra gli uomini “per bene”: stessi meccanismi, stesse dinamiche, stessa violenza. Le diverse etnie all’interno del carcere fanno da sfondo al conflitto, ma non ne sono la causa scatenante. Il potere e il denaro vincono sopra a tutto, dominando le relazioni. Cinica visione per un film francese curato, attento, forse dallo sguardo troppo rassegnato.

Sul mare

 

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Regia di Alessandro D’Alatri

Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla, Raffaele Vassallo, Kevin Notsa Mao, Silvio Semioli, Mino Manni, Anna Ferzetti, Barbara Stellato, Adriana Marega

Commedia, ITALIA 2010 

Elisa Zini – Sul mare è il settimo film del regista Alessandro D’Alatri. Riprese in digitale, autoprodotto e a basso costo (circa 700mila euro), interamente girato a Ventotene. Un viaggio in una meravigliosa isola del mediterraneo: fondali, scogliere, mare cristallino fanno da sfondo alla gente che vive, abita e lavora in quei luoghi.

Il film, tratto dal libro In bilico sul mare di Anna Pavignano, racconta la storia di un giovane ventenne, Salvatore, (Dario Castiglio) insoddisfatto della sua vita, che ama il mare e a Ventotene si ritrova a vivere una vita con un lato invernale e uno estivo: in inverno operaio, in nero, in un cantiere edile sulla terraferma e con l’arrivo dell’estate marinaio per i turisti in villeggiatura che vogliono visitare l’isola. Una piccola barca che diventa opportunità di lavoro, quello più desiderato. Un giorno conosce Martina (Martina Codecasa), una turista di Genova, borghese, venuta sull’isola per fare immersioni. Tra i due nasce da subito un forte sentimento: i due si innamorano e vivono una complicità profonda mai provato prima. La passione di Salvatore per Martina è totale, profonda, vera e diventa tutta la sua vita. Per la prima volta Salvatore respira una libertà mai provata e Ventotene non è più così angusta, fuori dal mondo. L’amore fa nascere nel giovane la voglia di assaporare a pieno la vita. Progetti e speranze prendono sempre più forza, consistenza, la felicità è in ogni battito di ciglia fino a quando Martina, tornata a Genova, si rende irreperibile.

Con questo film D’Alatri affronta le insoddisfazioni e le incertezze delle giovani generazioni. L’incapacità di essere felici, di vivere con serenità la vita. Non un semplice film sui sentimenti dell’amore ma su quel contorno che accompagna e spesso mina le storie d’amore, anche le più belle.

La diversa cultura, l’ambiente sociale di provenienza, la precarietà del lavoro accolgono con una corona di spine Martina e Salvatore. Il contesto spaventa come e più dell’amore. Il futuro assume toni scuri, spaventosi perché si percepisce che la favola durerà il tempo di un estate, come se ci fosse un fardello troppo pesante da trasportare. La stagionalità dell’amore e del lavoro si fondono insieme, come i rovi attorno ad una rosa. Una generazione senza punti di riferimento, un lavoro che non offre loro alcuna sicurezza per il futuro.

Dibattito finale vivace dal quale emerge che le intenzioni del regista non sempre sono messe a fuoco, in questo film dalle buone intenzioni. L’aspetto della precarietà del lavoro sembra viaggiare parallelo alla storia d’amore tra i due protagonisti. Manca un respiro comune dal quale attingere verità. Molte le riprese di Ventotene dall’alto quasi a sottolineare una libertà desiderata ma incapace di realizzarsi. Nel finale però quel senso di libertà che l’isola non è in grado di offrire passa in mano a Martina che tornata a Genova piange il perduto amore. Proseguirà i suoi studi, da lì a poco, in Spagna. Ma la vera libertà sta nel viaggiare da soli? Il regista sembra dirci che la libertà la si può trovare anche negli occhi di chi sa guardarti dentro. Quella libertà che si prova quando si è capaci di vivere a fondo un sentimento profondo, senza temerlo. Anche questo rende liberi.