La crisi senza fine del lavoro autonomo

Consulenti del lavoro
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Crisi senza fine per il lavoro autonomo che, con la pandemia, registra un’ulteriore forte contrazione, in linea con l’andamento dell’ultimo decennio caratterizzato dal progressivo affievolirsi della propensione a mettersi in proprio degli italiani1. Secondo i recenti dati divulgati dall’Istat, su 841 mila posti di lavoro persi tra il secondo trimestre 2020 e lo stesso periodo dell’anno precedente, ben 219 mila hanno riguardato il lavoro in proprio, che ha visto passare il numero di occupati da 5,4 a 5,1 mln con un decremento del 4,1% .

Si tratta di un dato che fotografa un primo forte impatto dell’emergenza Covid-19, relativo ai mesi del lockdown e immediatamente successivi (in particolare giugno 2020); ma è presumibile che il bilancio sia destinato ad aggravarsi nei prossimi mesi, quando il protrarsi degli effetti della crisi, unitamente al peggioramento delle condizioni economiche di molti lavoratori autonomi, si faranno sentire maggiormente, incidendo sui già critici saldi occupazionali.

Se c’è, infatti, un fronte su cui la crisi ha fatto sentire in modo immediato i propri effetti è proprio quello dell’occupazione indipendente. Anche le misure adottate, pur ampie ed estese (hanno beneficiato del bonus autonomi 4,1 mln di lavoratori indipendenti, esclusi gli iscritti agli ordini professionali), non sono comunque riuscite ad arginare le difficoltà reddituali in cui tanti sono incorsi. Secondo l’indagine svolta dalla Banca d’Italia2 , i bilanci famigliari dei lavoratori autonomi sono quelli che hanno sofferto maggiormente con il blocco delle attività: il 79% circa ha registrato una diminuzione dei redditi tra aprile e maggio 2020 (contro una media del 50,8% degli italiani) e ben il 35,8% ha dichiarato che questa è stata superiore al 50%.

Il negativo bilancio dell’ultimo anno arriva, peraltro, come accennato, alla fine di un decennio caratterizzato da un forte ridimensionamento del lavoro autonomo in Italia. L’effetto della crisi del 2008, combinato con l’adozione di politiche volte a sostenere soprattutto il lavoro dipendente ha prodotto, tra 2010 e 2019 il progressivo assottigliamento della quota di lavoratori indipendenti, passati da 5,7 a 5,3 mln per un decremento del 6,7%; questo ha riguardato esclusivamente le fasce della popolazione più giovane, dove gli autonomi sono diminuiti del 30,7% tra gli under 30 e del 32,4% tra i 30-39enni.

Il mancato ricambio generazionale, riconducibile solo in minima parte a fattori demografici (diminuzione della popolazione giovanile), si è unito ad una progressiva erosione della propensione al mettersi in proprio: se nel 2010 il 25,3% degli occupati italiani svolgeva un lavoro indipendente, nel 2019 la percentuale si è attestata al 22,7%. Tra i giovanissimi questa quota è passata dal 17,6% al 13,6%, mentre tra i 30-39enni dal 23,5% al 20,5%

Si tratta di tendenze ulteriormente rafforzate nell’attuale congiuntura. La metà del calo occupazionale è, infatti, da attribuire alla fascia d’età tra i 30 e 39 anni che registra, tra secondo trimestre 2019 e 2020, 110 mila lavoratori in meno (su 219 mila), per una contrazione del 10,5%, contro il 2,4% della fascia 40-59 anni e il 2,2% degli over 60. Si tratta di un dato estremamente critico, perché riguarda proprio la fascia d’età in cui avviene il consolidamento e, in alcuni casi, l’avvio dell’attività in proprio e dove le difficoltà congiunturali, unitamente al carico di adempimenti burocratici e fiscali, rischiano di produrre maggiori criticità, fino a determinare l’abbandono della stessa iniziativa imprenditoriale. Il danno che ciò determina va ben oltre la perdita in termini occupazionali, causando il venir meno del sostrato di attività potenzialmente più vitali, destinate a supportare i processi di sostituzione e alimentazione del tessuto imprenditoriale negli anni a venire.

Anche le donne risultano mediamente più colpite, perdendo, tra un anno e l’altro, il 5,1% della base occupazionale autonoma, contro il 3,6% degli uomini. Un dato che, per questo segmento, risulta in controtendenza, visto che nel corso del decennio l’occupazione femminile autonoma aveva sostanzialmente tenuto. Ma tale tendenza s’inquadra in un fenomeno più generale di contrazione dell’occupazione femminile che risulta, stando ai primi dati, la più interessata dalla crisi. Guardando ai profili professionali che compongono l’articolato mondo dell’occupazione indipendente, le perdite maggiori, in termini assoluti, si registrano tra i piccoli imprenditori del commercio (71 mila addetti in meno, per una contrazione del 7,1%) ma anche nel mondo delle professioni intellettuali ad elevata qualificazione e di quelle tecniche, che perdono rispettivamente 31 mila (-3%) e 39 mila (-4%) lavoratori, per un totale di circa 70 mila professionisti. Cala anche il numero degli imprenditori a capo di aziende, con 58 mila figure in meno rispetto ad un anno fa, registrando una contrazione elevata, del 9,2%

Preoccupa, infine, che a registrare il calo più significativo siano soprattutto i lavoratori autonomi che hanno dipendenti, rispetto a chi lavora individualmente. I primi, pur rappresentando una componente minoritaria (a giugno 2019 erano 1,4 mln, pari a circa il 26% del totale degli autonomi), vedono scendere di oltre 67 mila il numero degli occupati, per una contrazione del 4,8%, particolarmente marcata tra le donne (-9,1% contro -3,3% degli uomini). Un dato che dovrebbe far ricordare il ruolo che il lavoro autonomo gioca nella salvaguardia e crescita dei livelli occupazionali anche con riferimento al lavoro dipendente.