PAOLO: Cenni introduttivi 4 (ultima parte)

di Cinzia RANDAZZO           

Per quanto attiene alla litigiosità presente nella comunità, da cui il ricorso all’autorità pagana anziché alla religiosa, Paolo invita alla riconciliazione nell’ambito della stessa convivenza comunitaria cristiana. Giudici pagani non possono, non avendone le basi morali, tanto per intendersi quelle dell’amore, pronunciare giudizi capaci di garantire la serenità e la pace, quella vera, che può solo, abitare nei cuori ed esaltare l’unione umana e cristiana nella convivenza sotto una stessa fede in Cristo (1Cor 6,4-6).

Qui Paolo rivela ancora una volta la sua fede in Cristo nel quale si possono risolvere completamente in positivo tutte le questioni che interessano l’uomo nelle sue dimensioni umane e trascendentali, fisiche e spirituali, singole e sociali. E’ in fondo un ottimismo psicologico che in Paolo è presente e costante perché parte dal suo credo in Cristo Risorto, via dell’umana salvezza. Concordanza di motivi con la prima lettera si trova anche nella seconda, sempre alla comunità di Corinto, i cui problemi in negativo non appaiono risolti. La prima, giunta a destinazione nell’anno 56, sembra che non abbia avuto gli esiti sperati da Paolo, tanto da costringerlo a ritornare sugli argomenti già trattati, sia pure con toni più distensivi: da Timoteo aveva avuto notizie che gli attenuavano l’ansia e la sofferenza per quanto sapeva della comunità di Corinto, anche per diretta esperienza.

In precedenza si era reso conto, “con tristezza” (2Cor 2,1), mediante una rapida visita alla comunità, che in Corinto poco o nulla era cambiato. Siamo sempre nell’ambito del rimprovero e dell’ammonizione.

La seconda lettera è scritta fra l’estate e l’autunno del 57, trovandosi Paolo nella Macedonia. Tra l’altro Paolo afferma di essere disposto a non perdonare più e ad agire severamente ove la comunità non intraprenda un radicale esame di coscienza per approdare ad un profondo e deciso cambiamento di condotta e di prospettiva (2Cor 13,2.5.10).

Questo per quanto riguarda la comunità di Corinto. Il tema del rimprovero lo troviamo rivolto ai Galati, popoli della Galazia, regione dell’Asia minore centrale, elevata a provincia romana nel 25 a.C. dall’imperatore Augusto. Provincia che comprendeva la Galazia vera e propria, abitata dai Galati, e le regioni più a sud della Frigia, della Licaonia, della Pisidia, ecc. così chiamate in relazione ai nomi delle popolazioni che vi abitavano. Si tratta di una regione, la Galazia, in cui nel III secolo a.C., si erano insediati i Celti o Galli (Galati), ivi calati dal Nord-Est dell’Europa. Popolo, al tempo di Paolo, montanaro, sedentarizzato in questa regione costituita territorialmente da un altopiano montuoso, buono per sua natura, ma proverbialmente noto per leggerezza e volubilità di animo; difetti ereditati dagli antenati Galli.[1] Paolo entrò ed evangelizzò la “vera Galazia” nel secondo viaggio missionario, ivi accolto con tanta affettuosità. Lasciata la Galazia per continuare la sua azione missionaria, Paolo, conoscendo i difetti dei Galati sopraccennati, buoni ma volubili e leggeri, certamente ingenui e facile preda di altri predicatori, non escluso i giudaizzanti, resterà sempre nel timore di eventuali defezioni dalla vera dottrina da lui predicata. E non aveva tutti i torti, poiché notizie gli giungevano circa i cedimenti agli assalti giudaizzanti della comunità galata ed il profilarsi di una qualunque setta giudaica superficialmente rivestita di cristianesimo. E Paolo, forse da Corinto e dalla Macedonia dove si trovava, scrive la lettera in argomento che è tutta un grido di dolore e di amore. L’apostolo infatti apostrofa di stoltezza quei Galati che hanno deviato da quel Gesù crocifisso da lui predicato. Chiede appassionatamente di conoscere i motivi della loro deviazione, ivi usando una espressione letterale, sarcastica e ansiosa nel medesimo tempo, rilevante in lui sentimenti di dolore, ma anche di sottesa speranza per una risposta positiva sul valore della sua predicazione e sulla osservanza della legge che, isolata dal contesto della carità, rende inattiva l’opera dello Spirito Santo (Gal 3,1-5).

Il motivo della gioia è chiaramente espresso da Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi. Ben informato dal discepolo Timoteo, era venuto a sapere che i fratelli della comunità di Tessalonica, da lui fondata forse intorno alla metà dell’anno 51, durante il secondo viaggio missionario, si mantenevano fervorosi e saldi nella fede, sebbene nella loro condotta fossero ancora presenti tracce dei loro antichi costumi pagani, specialmente riguardo alla castità. Ciò oltre alla presenza di una crisi dottrinale sulla “parusia”, ritenuta imminente, prossima, con tutte quelle conseguenze che potevano sorgere da una simile interpretazione: essendo vicina la discesa del Signore e la instaurazione del suo Regno, nell’attesa che si sarebbe consumata di lì a poco, valeva o no il darsi da fare nelle cose terrene? …lavorare?. Su questo Paolo dà ampia risposta (1Ts 4,13-18; 5,1-11; 2Ts 2,1-12; 3,1-15) riportando la questione nel suo alveo temporale e sollecitando, al posto di una fede passiva, una fede attiva spiritualmente e materialmente. Celebre la frase: “Chi non vuol lavorare neppure mangi” (2Ts 3,10b). Qui appare un Paolo concreto nella fede, con lo sguardo, certo, e il cuore fissi in Cristo, volti, come si dice eufemisticamente, verso il cielo, ma con i piedi, praticamente e positivamente, radicati sulla terra.

 Tornando alla prima lettera ai Tessalonicesi specificatamente, come dianzi abbiamo scelto, per quanto attiene al motivo della gioia, Paolo esprime compiacimento per quanto di buono gli è stato riferito, soprattutto per la fedeltà conservata al vangelo (1Ts 1,6-8), riconosce la debolezza della Parola in sé, ai fini della sua diffusione, se non è vivificata e potenziata dall’Azione dello Spirito Santo, senza il quale, Egli e lo stesso suo discepolo Silvano, non avrebbero avuto il coraggio e la forza di predicare Cristo in Tessalonica, e ivi dar vita ad una comunità fraterna, unita nella fede (1Ts 1,5). E’ nell’abbandono fiducioso e pacato nello Spirito Santo che Paolo trova quella serenità che lo rende felice: felice di una gioia vissuta e frutto di conquista, di superamento e di vittoria sperimentate, nel corso della sua missione apostolica, su difficoltà, tribolazioni e sconforti. L’esperienza religiosa dell’apostolo è, appunto testimoniata, dalla gioia di possedere una fede viva e operante, spesa, tra l’altro, per il bene della comunità. E’ la gratitudine a Dio che lo muove e lo esalta ( 1Ts 3,9-10). Riscontro di questa gioia interiore dell’apostolo è la conseguenza del   comportamento dei fratelli di Tessalonica, che alla Parola loro portata dallo stesso Paolo hanno corrisposto con accoglienza e fedeltà, soffrendo anche in quanto imitatori delle chiese di Dio in Gesù Cristo che sono nella Giudea, e come queste chiese soggette alla persecuzione settaria del giudaismo ufficiale (1Ts 2,13-14.19-20). Il modo con cui Paolo vive questa gioia è il riflesso della consolazione nel prendere atto che i fratelli Tessalonicesi sono rimasti fedeli e saldi in Cristo Signore. Da ciò il desiderio, in lui, di rinvigorirne la fede, con la sua stessa presenza che, speranzoso, letterariamente anticipa (1Ts 3,8-10). E’ questa gioia da lui considerata condizione necessaria alla vita comunitaria e cristiana, e quanto ne può favorire e costituirne l’acquisizione lo rende felice. Fondamentale è l’ascolto, umile e sottomesso, della Parola di Dio, da lui, altrettanto umile sottomessa, ascoltata, fatta sua e predicata. E’ una gioiosità che, attraverso la fede in Cristo, lo Spirito Santo promuove ed esalta e che in lui trabocca, sollecitandolo a spronare i fratelli nella perseveranza e a vivere modellandosi negli stessi sentimenti del Signore Gesù (Fil 2,2-5).      

La lettera ai Filippesi fu scritta da Paolo probabilmente verso la metà dell’anno 63, quando la sua detenzione romana stava per finire. La comunità di Filippi era stata da lui fondata, dopo lo sbarco in Macedonia, durante il secondo viaggio missionario, e rimase, sempre al suo cuore particolarmente cara, come anche fedelissima alla sua predicazione. Comunità che gli fu molto vicina nel corso della prigionia romana. Venuta a conoscenza, infatti, di questa detenzione, mandò a Roma uno dei suoi membri più autorevoli, Epafrodito (Fil 2,25-30), affinché l’apostolo fosse assistito e soccorso nei suoi bisogni. A proposito è da dire che Paolo, contrariamente alla sua fiera intransigenza di non accettare soccorsi materiali dai suoi fratelli evangelizzati, li accettò invece dai Filippesi e non solo nella circostanza della detenzione romana, ma anche prima (Atti 16,15; Fil 4,10-20).

Paolo gioisce nel sentirsi vivente in Cristo, tanto da affermare che morire al mondo per lui sarebbe un guadagno (Fil 1,21). Tuttavia, stretto nella duplice morsa della scelta tra il morire, appunto al mondo, onde vivere interamente nel suo Signore Gesù, o vivere nel mondo, avverte un profondo imbarazzo, poiché anche la seconda ipotesi di scelta gli sarebbe sgradita, poiché se la divina volontà gli concedesse di vivere altro tempo nel mondo, non si tirerebbe indietro: ciò data la convinzione non disgiunta dalla certezza di trovare nella comunità di Filippi, nella quale ha speranza di ritornare presto, nuovi spazi edificanti di conquista  per l’esercizio del suo apostolato. E’ convinto dell’esito favorevole e imminente del suo processo romano (Fil 1,21-26).

Paolo, si può dire, vive la sua gioia personale nella gioia degli altri, dei suoi neofiti: gioia che si pasce di Cristo, si dilata e si esalta in Cristo. Di questo sentimento, individuale e collettivo insieme, ne riconosce l’aspetto univoco e donativo da parte di Dio. E’ gioia nel Signore, comunque promossa e guidata dallo Spirito Santo, e, questo, non solo per quanto attiene a se stesso e alla comunità come tale, ma anche quando è il frutto del rifiorire di affettuosi sentimenti espressi variamente verso di lui dai Filippesi (Fil 4,10-11). Concludendo è da dire che, psicologicamente parlando, il rimprovero in Paolo, oltre a costituire un importante aspetto della sua personalità è anche, si potrebbe dire soprattutto, strumento  umano, paterno se si vuole e didattico, espresso, per riportare, quando e se necessario, le comunità da lui fondate sulla strada indicata con la sua predicazione, cioè per rientrare nell’alveo dei comandamenti di Cristo abbandonato a causa del peccato e così riprendere la via della salvezza.

Per quanto riguarda il sentimento della gioia, così come risulta dai testi via via esaminati o citati come riferimento, è sì, anch’esso strumento umano, paterno e didattico, che, però, non ha per oggetto promuovente l’ambiguità di una situazione di pericolo per la fede, non riguardando il peccato, ma uno stato di fedeltà alla predicazione dell’apostolo. La gioia è quindi l’espressione di un sentimento, un mezzo efficace per esaltare e rafforzare uno stato collettivo, comunitario e perché no anche dei singoli fratelli che compongono le chiese fondate da Paolo: stato di coerenza cristiana materiale, sociale, divinamente dallo Spirito Santo ispirata.

E ora, giunti alla conclusione, lasciamo alla viva parola di Paolo, la chiusura del presente elaborato. Si tratta di un testo conosciutissimo nel quale, si può dire, viene sintetizzata la sua complessa personalità, fatta di corde psicologiche sensibili all’amore per gli altri, vissuto in  Cristo e per Cristo, con passione, sofferenza, pazienza ed anche, come si è già visto, di gioia, di apostolato coraggioso e coerente alla fede praticata. Così Paolo:

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle parole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziare il vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta  solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione (2Tm 4,1-8).

Apostolo appassionato, amante di Cristo e allo stesso tempo, in questo testo testamentario, anche profeta!…ogni commento è superfluo!  


[1]              CESARE, De bello gallico II,1; III,10; IV,5.