Paolo: Cenni introduttivi 3

San Paolo

di Cinzia Randazzo         

Le lettere e gli Atti  degli Apostoli ci presentano in Paolo un uomo dalla personalità complessa e impressionante. Un vero gigante. Un’anima dall’amore infuocato, appassionata, consacrata ad un ideale essenzialmente religioso. Per Paolo Dio è tutto ed Egli lo serve con lealtà assoluta, senza riserve, prima perseguitando coloro che il giudaismo contemporaneo ed ufficiale considerava eretici (1Tm 1,13; At 24,5.14) e poi predicando quel Cristo che gli si era rivelato sulla via di Damasco.

Paolo brucia di amore: Cristo risorto è il supporto, la spinta, la forza della sua azione missionaria. È questa la costante con la quale deve fare i conti ogni umana volontà e intelligenza che si ponga la problematica e l’interpretazione corretta dei suoi comportamenti verso le comunità primitive cristiane da lui fondate, così come possono rivelarsi dalla lettura delle sue lettere alle comunità stesse inviate e agli uomini di sua fiducia per attendere la loro organizzazione e il buon funzionamento, in conformità a quanto da lui predicato e raccomandato.

Comportamenti propri di una maturità e sensibilità intellettuale, religiosamente guidata e indici di uno stato psicologico concreto ed irreversibile; un tutto che si traduce nell’impatto con le varie realtà che Paolo incontra nella sua azione missionaria, in una molteplice gamma di espressioni del sentire umano, proprie dell’apostolo: gioia, rabbia, rimprovero, apprezzamento, incoraggiamento e così via. Espressioni mosse sempre dal fine positivo, in quanto ispirate costantemente dall’Amore, con la A maiuscola, totale e totalizzante, in Cristo e per Cristo, per tutto e per tutti, fuorché per il male e per il peccato.

In un mondo quale quello da evangelizzare, dominato e moralmente tarato dal paganesimo, dalla idolatria e spesso anche dall’indifferentismo morale e religioso, Paolo annuncia Cristo Risorto, verità unica, cosmica, universale e sostanziale. Verità che trascende le cose grandi e piccole della storia umana, ma che invece, e allo stesso tempo, guida e orienta, provocando in esse i tre valori fondamentali, vere pietre miliari sulla via della salvezza: la fede, la speranza e la carità, che, appunto, nel Cristo Risorto si legittimano ed assumono, definendosi, un senso escatologico: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1Cor 13,13). Precedentemente Paolo aveva affermato che “la carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà” (1 Cor 13,8).

Le modalità psicologiche di Paolo sono chiaramente rilevabili dalla letteratura che Egli promuove e rivolge alle comunità che via via fonda nel corso dei suoi tre viaggi missionari e durante la sua detenzione romana. Le comunità di Corinto, della Galazia, di Tessalonica, di Efeso ne saranno le destinatarie, come destinatari saranno anche i fedeli Timoteo e Filomene, dallo stesso Paolo incaricati per il buon funzionamento delle proprie comunità, affinché niente ne venga a turbare la pace ed il cammino formativo e progressivo per l’acquisizione totale di Cristo risorto e Signore.

Destinataria sarà anche la comunità romana, non fondata da Paolo, ma che l’apostolo ardentemente desidera visitare: desiderio che sarà soddisfatto grazie alla detenzione romana a conclusione del quarto viaggio, oltre ai tre missionari, che lo condurrà, appunto, a Roma per essere sottoposto al “Giudizio di Cesare”, in quanto cittadino romano, al quale si era appellato nella circostanza del processo promosso contro di lui dalle autorità giudaiche di Gerusalemme davanti al governatore Antonio Felice, procuratore della Giudea dal 52 al 59 o 60 d.C. (At 25,11-12).

Gli stati comportamentali dell’apostolo e i relativi sottofondi mentali e psicologici che li promuovono, variamente espressi nelle lettere, sono certamente coerenti con la sua personalità. Questi sono conseguenti ai particolari stati d’animo, religiosamente sentimentali, suscitati in lui sia dal desiderio di mantenere stretti i vincoli con le comunità fondate, di relazione con la fede missionariamente annunciata, e sia come paterna reazione alle notizie sullo stato comunitario, oggi si direbbe sociale, umano, morale e religioso, delle stesse comunità, riferitegli dai suoi collaboratori.

Nelle lettere appunto, che gli sono state attribuite, Paolo, si rivela aperto alla comprensione di tutte le vicissitudini, buone o cattive che siano, delle comunità fondate, esprimendosi con quella variatissima quanto spontanea e cristallina gamma di sentimenti; motivi di un cuore ansioso volto al bene, alla carità e all’amore. Sovente, a seconda delle circostanze, sono parole e frasi di rimprovero, di forte tensione morale, o di gioia. Lungi da lui ogni odiosa asprezza: è sempre l’apostolo di Cristo che possiede ed offre Cristo.

Il rimprovero non è, quindi, fine a se stesso. Paolo, allo stesso tempo, denuncia il male, rimprovera e ammonisce ed infine educa alla vita cristiana le comunità alle quali di volta in volta si rivolge. E, ove ciò si renda necessario, mette in gioco e insegna tutte le sue possibilità materiali, spirituali, morali e religiose, per riportare l’unità e la serenità di convivenza umana e cristiana, spesso messa in discussione.

Esemplare testo su questo argomento è la prima lettera ai Corinti che Paolo scrisse da Efeso, probabilmente nella primavera dell’anno 56. La comunità di Corinto era stata fondata da Paolo, si presume, nell’anno 51, durante il secondo viaggio missionario. Paolo ha ricevuto notizie poco rassicuranti su questa comunità di vario ordine.

E’ una comunità in cui manifeste si presentano carenze morali, cadute in relazioni che rasentano gli illeciti rapporti tra consanguinei, divisioni di indirizzi dottrinali con i vari capicorrenti, si direbbe oggi, che mettono in pregiudizio l’unità di convivenza e di fede, litigiosità e così via (1Cor 1,10-13.20-21; 3,1-4; 5,1-2; 6,4-6). Paolo esorta in nome di Gesù Cristo i fratelli di Corinto ad essere uniti, a non alimentare divisioni, affinché tutto ritorni in equilibrio unitario di pensiero e d’intenti. Via dalla comunità orientamenti divisi e individualmente guidati da precise personalità. Non si deve essere per questo o per quell’altro fratello, nemmeno per lui, Paolo: tutti devono essere di Cristo.

E’ un Paolo passionale che parla e anche soffre, vorrebbe il diverso e spinge per questo. L’orgoglio è presente nella comunità, manca o difetta la sapienza e, quindi, anche l’umiltà di riconoscere ciò che è piaciuto a Dio per salvare i credenti. La sapienza di questo mondo è la stoltezza. La comunità di Corinto, di fatto, così come a Paolo è stato riferito, si presenta cristianamente immatura, bisognosa di cure materne, e qui le espressioni letterarie di Paolo calcano un linguaggio simbolico, materno appunto, in parabola se si vuole. Egli ha potuto parlare ai fratelli Corinti come a dei neonati in Cristo ai quali ha dato il nutrimento (latte), idoneo alle loro capacità di apprensione e quindi per la loro crescita spirituale (1Cor 3,1-4).

E’ presente come si è detto anche carenza morale, superiore a quella riscontrabile tra i pagani, trattandosi di convivenze incestuose, delle quali, chi le pratica anche se ne vanta, piuttosto che affliggersene, e ciò senza che la comunità reagisca con la “scomunica”, con la messa a fuori della comunità stessa.

In Paolo non c’è qui la condanna netta del colpevole che egli, in Cristo, continua ad amare, ma l’affermazione che non può ritenersi cristiano colui che in questo modo si comporta, e allo stesso tempo, ove si voglia, anche la volontà di un provvedimento che, messo in atto comunitariamente, possa avere degli esiti positivi, cioè di riportare nell’alveo comunitario, appunto, quanti se ne sono praticamente allontanati: “Tutto è possibile a Dio” (