Uomo libero, amerai sempre il mare 1

di Stefany Sanzone –  Già dai tempi antichi, gli uomini si servivano di zattere, di barche e di navi per pescare, combatte, spostarsi sui corsi d’acqua, sui laghi, sui mari e sugli oceani del mondo intero.

Lo studio dello sviluppo, della concezione e della costruzione delle navi è anche la testimonianza della misura in cui questa evoluzione ha migliorato le condizioni della vita a bordo.

Del periodo medievale, la ricostruzione degli interni delle navi deve essere considerata ipotetica, per mancanza di progetti o raffigurazioni d’epoca.

Sarà il recupero dell’unità da guerra Wasa, affondata nel 1628, a contribuire ad approfondire le conoscenze in materia di costruzione navale, di equipaggiamento e di economia domestica all’inizio del XVII secolo.

Ci sono testimonianze anche riguardo il regolamento interno di quelle navi che dopo la scoperta del nuovo mondo partirono alla ricerca di tesori, di materie prime, di uomini da portare in Europa.

Sulle navi dei “Fratelli della Costa”  (compagnia fondata nel 1620 da uomini di mare, filibustieri e bucanieri), ad esempio, prima di ogni spedizione il capitano leggeva la Charte-partie (la carta con le leggi di bordo) e gli uomini giuravano obbedienza assoluta davanti a un crocifisso e ad un bicchiere di rum, tanto indispensabile da essere definito l’ “ammazzadiavolo”. Ogni pirata poteva portare con se provviste di liquori, maiali e tartarughe salate per i due pasti giornalieri.

Erano leggi crudeli quelle che vigevano a bordo; durante le imprese di pirateria nel Mar dei Caraibi, i Fratelli della Costa punivano i loro compagni che avessero portato a bordo donne e bambini con la morte. Le diverse controversie andavano risolte a terra con un duello di pistole o sciabole.

Per l’insubordinazione più grave i più fortunati venivano abbandonati insieme ad una borraccia, della polvere da sparo e un’arma da fuoco su un’isola deserta, quelli meno, venivano legati a una cima che dal parapetto su un lato della nave raggiungeva l’altro lato passando sotto la chiglia (parte dell’ossatura della nave). Il colpevole doveva resistere in apnea all’immersione forzata, tirato dagli altri marinai, strisciando lungo la carena (parte immersa della nave), coperta di chiodi per completare la punizione.

Neanche il capitano poteva sottrarsi alla giustizia: ciascun membro lo pungeva sulle natiche, la schiena e le spalle con l’ago solitamente usato per cucire le vele, poi veniva messo dentro un barile pieno di scarafaggi e veniva lasciato lì alla merce degli insetti.