“Never Trust a Woman”

Il brano di Anansi “Never Trust A Woman” è nella colonna sonora del film Poker Generation, la prima pellicola italiana sull’universo sociale ed economico del texas holdem (il cosiddetto poker texano) diventato un cult negli ultimi anni, nelle sale cinematografiche a partire dal 13 aprile, un film che solo in Italia rappresenta la passione di circa quattro milioni di persone.

L’anno scorso alcuni ricercatori olandesi hanno cercato di capire cosa mai portasse gli uomini a compiere atti poco assennati in presenza di una bella donna e hanno scoperto che per gli uomini bastano 7 minuti passati in compagnia di una donna attraente per subire una diminuzione delle proprie facoltà intellettive. In sostanza, in compagnia di una donna avvenente, il cervello di un uomo va in tilt. Anche se si tratta di un esperto giocatore di poker.

Così il brano di Anansi “Never Trust A Woman” è stato inserito  nel film “Poker Generation” a pochi giorni dalla chiusura del film, dopo che il regista Gianluca Mingotto ha avuto occasione di ascoltare alcuni provini che Stefano Bannò, in arte Anansi, stava realizzando per il suo nuovo album”

Anansi si è fatto notare nel festival di Sanremo 2011, la scorsa estate  ha aperto le date di Milano e Roma di Ben Harper e Robert Plant insieme agli amici The bastard sons of Dioniso, ha ottenuto successi di pubblica e critica con il suo “Tornasole Tour” in Italia e in Brasile. Al centro di questo tour  ci sono state  le canzoni del suo album “Tornasole” (pubblicato a febbraio 2011 da Atlantic/Warner Music), tra cui “il sole dentro” presentata al Festival di Sanremo 2011 e “la Realtà”,il  singolo scritto insieme a Frankie Hi –Nrg.

Arisa a Vanity Fair «”Mi piaci così come sei” è una bugia»

Al suo debutto a Sanremo, c’era un uomo che le diceva: «Sei bella sempre». Un giorno, ha smesso di fidarsi di lui e ha imparato a volersi bene.
Rosalba Pippa, in arte Arisa – a cui Vanity Fair dedica la copertina in edicola dal 14 marzo – ti guarda come dire: hai capito, no? Con gli occhi scuri, la frangia che li copre un po’, le mani bellissime che anche loro dicono: hai capito, no? Per capire bastava guardarla solo qualche minuto prima che si sedesse sul divano, quando era davanti all’obiettivo del fotografo, spogliata come mai avrebbe immaginato di spogliarsi, con sempre e solo l’ansia che non uscissero le tette. Arisa come tutti la pensavamo – buffa, stramba, rigida nei gonnelloni – ha lasciato il posto a una ragazza meno colorata, meno esagerata, meno infelice. Che a Sanremo ha cantato della fine del suo amore con Giuseppe Anastasi. La notte, questo il titolo – l’album si chiama Amami –, è da settimane il brano più scaricato su iTunes, anche se al Festival è arrivata seconda. E comunque non importa: «Quello che conta è che mi sono rivista e non ho cambiato canale». Perché prima lo faceva davvero? Si guardava e cambiava canale?«Sì, spesso. Non mi piaceva quello che vedevo». Come era nata la Arisa di prima? «Da un paio di occhiali comprati per 214 euro, che erano, e sono, tanti soldi». Quando è iniziato il cambiamento?  «Dopo Malamorenò ho avuto il disgusto un po’ di tutto. Mi vedevo brutta, grassa, la mia storia stava finendo. Ho iniziato a tagliarmi i capelli, sempre più corti, e a dimagrire. Prima pesavo 72 chili, mangiavo solo pasta, pane, pizza. Sempre applicando la legge dell’attrazione, penso intensamente che quello che sto mangiando non mi farà ingrassare». È più bella la vita da magra? «Da magra ti stanno bene anche le cose che costano niente, ti entrano anche i maglioni stretti e infeltriti. Però gli uomini adesso mi guardano in certi modi, e io non so che cosa vogliono». Beh, che cosa pensa che possano volere? «Scoparmi, lo so, ma io non voglio. Io per fare l’amore ho bisogno di tempo: mi devo abituare all’odore. Una botta e via mi è successo, ma sono state cose tristi. Non solo dopo, anche durante». Nel privato aveva complessi? «No, perché pensavo che, se piacevo a Giuseppe, allora andava bene. Il mondo è pieno di uomini che ti dicono “mi vai bene così come sei” solo per non sentire che ti lagni. Ma non è vero: se sei grassa, a disagio con te, non ti piaci e non piaci a lui. “Sei bella sempre” è una bugia».

EUGENIO FINARDI Presenta il suo triplo cd “sessanta”

Sulla scia dei consensi raccolti all’ultimo Festival di Sanremo con il brano “E tu lo chiami Dio”, EUGENIO FINARDI presenta, nelle principali Feltrinelli d’Italia, il suo triplo cd “sessanta”: l’antologia che raccoglie i brani più rappresentativi della carriera del cantautore “ribelle”.

Questo il calendario delle presentazioni(ore 18) nelle principali Feltrinelli d’Italia: il 2 marzo a MILANO (piazza Piemonte); il 6 marzo a MESTRE – VE (piazza XXVII Ottobre, 1); il 7 marzo a GENOVA(via Ceccardi 14);l’8 marzo a TORINO (Stazione Porta Nuova); il 12 marzo a VERONA via Quattro Spade); il 13 marzo a BOLOGNA (piazza Ravegnana); il 14 marzo a FIRENZE (via dei Cerretani); il 15 marzo a ROMA (via Appia Nuova 427); il 16 marzo a NAPOLI (piazza dei Martiri).

Alla realizzazione di “sessanta” hanno collaborato firme prestigiose del mondo musicale, tra cui Max Casacci dei Subsonica (che ha rielaborato a modo suo il brano “Nuovo Umanesimo”) e i maestri Carlo Boccadoro e Filippo Del Corno.

Questa la tracklist: CD1 “Nuovo Umanesimo (il seme)” (INEDITO); “Mayday”; “F104”; “Valeria Come Stai?”; “Le Ragazze Di Osaka”; “Giai Phong”; “Trappole”; “Saluteremo il Sig. Padrone”; “Se Solo Avessi”; “Quasar”; “Mojo Philtre” – CD2 “Maya” (INEDITO); “Oggi Ho Imparato A Volare”; “La Canzone Dell’Acqua”; “Non Diventare Grande Mai”; “Patrizia”; “Uno Di Noi”; “Dolce Italia”; “Laura Degli Specchi”; “Estrellita”; “Why?” (INEDITO); “Passerà” (INEDITO – radio edit)CD3 “E Tu Lo Chiami Dio”(INEDITO); “La Forza Dell’Amore”; “Non è Nel Cuore”; “Un Uomo”; “Soweto”; “La Radio”; “Extraterrestre”; “Musica Ribelle”; “Amore Diverso”; “Nuovo Umanesimo” (versione Casacci); “Passerà” (versione estesa).

Eugenio Finardi è tornato sul palco del Festival di Sanremo dopo anni intensi e pieni di nuove esperienze musicali: dal Fado al Blues, dalla Musica Sacra al Teatro di prosa fino al progetto di Classica Contemporanea “Il Cantante Al Microfono”, vincitore del Premio Tenco nel 2008, realizzato con il prestigioso ensemble Sentieri selvaggi. Nel 2010 ha debuttato al Teatro alla Scala di Milano insieme all’ensemble Entr’acte che lo invita ad interpretare la voce narrante ne “La Storia del Piccolo Sarto” di Tibor Harsany (serata di grande successo replicata l’anno successivo). Nel gennaio 2011 è uscito “SPOSTARE L’ORIZZONTE. Come sopravvivere a quarant’anni di vita rock”, il primo libro del cantautore (edito da Rizzoli), scritto con Antonio G. D’Errico. Viene poi invitato ad aprire il Concertone del 1°Maggio sulle note, versione Rock, dell’Inno di Mameli. Il 7 dicembre 2011 la città di Milano conferisce a Finardi l’AMBROGINO D’ORO, una prestigiosa onorificenza per il cantautore meneghino di origini italo-americane che giunge a conferma di una carriera che ha messo la musica e l’arte al centro della propria vita senza mai dimenticare l’impegno civile nel sociale e nella solidarietà.

 

www.eugeniofinardi.it

NOEMI A VANITY FAIR SUGLI ATTACCHI DI PANICO A SANREMO:

Noemi

«Di colpo, ho sentito come fermarsi il battito, sotto il seno. Mi mancava il respiro. Ho iniziato a vedere appannato, i rumori intorno sono scomparsi. Un sudore freddo. La paura di morire».  Noemi racconta così a Vanity Fair – che le dedica la copertina del numero in edicola il 22 febbraio – gli attacchi di panico di cui ha cominciato improvvisamente a soffrire domenica 12 febbraio, due giorni dall’inizio di Sanremo, quando era attesa all’Ariston per provare Sono solo parole, la canzone scritta da Fabrizio Moro per raccontare il momento in cui svanisce tutto, in un amore, fuorché l’amore. Alla fine è andata bene, un terzo posto, dietro Emma e Arisa. «Viste le premesse vale come una vittoria». 

 Che cosa le è successo? «Troppo stress, devo avere avuto un crollo. Colpa forse di questo senso della passione che ho, per cui chiedo al mio corpo, e alla testa, di non staccare mai, di seguire tutto. Ci rido, ma è stato devastante».

 È così faticoso prepararsi al Festival? «È da Capodanno che non mi fermo. È stata una meravigliosa corsa da togliere il fiato. Infine a Sanremo, dove non puoi non pensare che in tre minuti ti stai giocando tutto».

Che cosa si è sentita? «Ero in camera con mia sorella Arianna e Daniela, il mio ufficio stampa: “Ragazze, non mi batte più il cuore”. Mi stendo a letto. Chiamiamo la guardia medica».

Che le ha detto? «Non vorrà fare come Whitney Houston».

Le hanno dato dei farmaci? «Il Valium, ma io le medicine finché posso le tengo lontane». Che cosa le stava accadendo, intanto? «Mi si era aperta – nel buio, perché faticavo a mettere a fuoco con gli occhi – una voragine, un timore definitivo, un senso di vuoto. Ero in una nuvola di ovatta, come scollata dalla realtà, leggera, sospesa. Hai un sentore di morte». Di che cosa ha avuto più paura? «Di non esserci più. Di diventare cieca. Di impazzire».

E sul palco, come va? «Mi annunciano, entro in scena, ho la vista bassa, disturbata. Il trucco negli occhi mi offusca anche una lente a contatto. Parevo E.T., nella scena di “Telefono, casa”. Nelle pagelle dei giornali leggo: “Noemi poteva dare di più”. “Se sapeste”, ho pensato. Mi veniva  da ridere». Come si è curata? «Zuccheri. Banane, kiwi, frullati, albicocche secche. Piano piano è andata meglio. Dietro le quinte mi dicevo: “Stai bene, concentrati, la canzone è giusta, il modo di cantarla lo si trova”».

Quando è tornata a divertirsi davvero? «La terza sera, quella dei duetti internazionali: anche se volevo l’autografo di Brian May e non sono riuscita».

Sicura non c’entri col suo malore la dieta per Sanremo? «Era una dieta graduale, non stavo a stecchetto. Senza glutine, certo. Ma per il resto c’erano carne bianca, pesce, verdure. Tisane. E un giorno libero a settimana».

Da quanto la faceva? «Da novembre». E perché?  «Dopo il 2010, per i troppi impegni, ho smesso di fare sport. Prima nuotavo, correvo. Da golosa, ho iniziato a fare la fisarmonica. Ingrassavo, dimagrivo. Mi guardavo allo specchio e non mi sentivo bene per come mi vedevo». Quanto ha perso? «Quattro chili. Ma sono i centimetri quelli che contano. Ne ho tolti dieci solo sulla pancia. Che soddisfazione».

Non le piace il suo corpo? «Ci ho fatto la pace. Non ho le tette di Emma, infatti da ragazzina mi compravo una pomata che prometteva miracoli. Adesso sono felice del mio seno, perché non calerà mai stile orecchie di cocker».

Alex Britti

Festival Villa Arconati, 21 giugno - 21 luglio 2011

Villa Arconati, 18 luglio 2011, di Elisa Zini L’attesa per il concerto di Alex Britti è allietata dalla bella voce di Vusi Mahlasela Ka Zwane. In Sudafrica a 44 anni è gia considerato un’istituzione. Per i suoi testi contro l’emarginazione, le ingiustizie e le discriminazioni è stato ribattezzato il Bob Dylan del movimento antiapartheid. Poeta, musicista e cantante miscela sapientemente folk, jazz africano e mbube, parola africana per indicare la musica a-cappella. I racconti di Mahlasela parlano di lotte e speranze del suo Paese che, nonostante le difficoltà, non ha mai abbandonato.

Le luci si spengono, il palco è buio, i tecnici preparano gli strumenti per la nuova band. Applauditissimo entra Alex Britti accompagnato dai suoi musicisti ed è subito gran musica: preziose doti nelle mani di Alex che pizzica le corde della sua chitarra con la leggerezza di un amante. A chi gli chiede se preferisce definirsi un musicista blues, jazz o pop Alex risponde: “Chi sono io? Io sono Alex e suono la mia musica”.

Britti affonda le sue radici musicali nell’amato blues. All’età di otto anni i suoni metallici, stridenti, nostalgici della chitarra acustica lo affascinano e a diciassette anni fonda il suo primo gruppo blues. Inizia così a lavorare nei locali romani portando presto il suo blues in giro per l’Italia. Grande passione e straordinaria tecnica sono doti che non passano inosservate: Britti viene avvicinato da bluesman del calibro di Buddy Miles e Billy Preston, fino a partecipare alla tournèe europea con Rosa King nel 1990. Alex decide di prendere parte alla manifestazione del 1° maggio a Roma, la sua città: sarà sul palco nel 1994 e nel 1995. E’ questo il periodo in cui Alex sente il bisogno di allargare i suoi orizzonti. Compone due colonne sonore da film per “Uomini senza donne” di A. Gassman e G. Tognazzi, e “Stressati” di G. Tognazzi. Nasce la voglia di portare la sua musica in forma di canzone e ha inizio la ricerca di una casa discografica. L’Universal Music nel 1996 pubblica, in successione, due singoli: “Quello che voglio” e “Solo una volta (o tutta la vita)”. Grande e immediato il successo di pubblico: alla fine dell’estate ’98 entra in classifica, rimanendoci per molte settimane, diventando l’evento musicale italiano dell’anno. Il 23 ottobre esce l’attesissimo album “It.pop” che conferma l’efficacia commerciale della proposta di Britti. Nel 1999 Alex vince Sanremo, categoria nuove proposte, con il brano “Oggi sono io” mettendo d’accordo critica e pubblico.

In “Qual è il mio nome” Alex ripropone canzoni tratte dall’intero repertorio (5 gli album incisi) divertendosi in nuovi e suggestivi arrangiamenti. Il grande virtuosismo di Alex Britti emerge, dirompente, nei concerti dal vivo che mostrano le sue rare doti. Un amore per la sua chitarra che trasuda dal palco e arriva diretto allo spettatore. Accordi, note, scale, tutto si muove, scorre, piange, emoziona. La tradizione blues è sempre presente e avvolge Alex per l’intero concerto di Villa Arconati. Britti presenta al pubblico una vera chitarra di metallo e con lei offre una musica dai suoni densi, graffianti, ascoltata in rispettoso silenzio e apprezzata dal pubblico che non smette più di applaudire e ringraziare: giovani e meno giovani in piedi a ringraziare Alex per la bella e allegra serata, che lascia tutti appagati. Con lui sul palco Stefano Sastro all’organo, fender rhodes e piano acustico, Andy Bartolucci alla batteria, Matteo Pezzolet al basso, Gianluca Scorziello alle percussioni e Alice Pelle alle tastiere.