29 vittorie e 39 sconfitte: è questo il desolante bottino dei Los Angeles Lakers quando ormai mancano poco più di 10 partite al termine della regular season, aggravatosi anche dopo la pausa dell’All Star Game. Era questo il momento in cui coach Vogel si aspettava una reazione dei suoi, quando le vere contenders cominciano a fare sul serio scaldando i motori in vista dei playoff.
Non è accaduto: nelle ultime 10 partite sono arrivate appena due vittorie, entrambe in casa contro i rimaneggiatissimi Warriors e contro Washington, in caduta libera. Ed è emblematico che per le due vittorie siano stati necessari 56 e 50 punti dell’eterno LeBron James.
Oggi i Lakers sono relegati al nono posto ad ovest, lontanissimi non solo dal sesto posto che consentirebbe di accedere direttamente ai playoff (12 vittorie in meno dei Nuggets) ma anche dall’ottavo posto dei Clippers.
Insomma, LeBron e compagni sono destinati al play-in che sarà conquistato per oggettiva mancanza di avversarie, anche se il margine su New Orleans, Portland, San Antonio e Sacramento non è rassicurante. Il nono posto consentirà di giocare il primo turno del play-in in casa contro la decima e in caso di vittoria ci sarà la trasferta in casa della perdente tra settima e ottava (ad oggi Minnesota e Clippers).
E anche in caso di miracolosa doppia vittoria, i Lakers entrerebbero ai playoff da ottavi, incrociando quindi subito i Phoenix Suns. Il pronostico dei migliori bookmakers e casino senza deposito sarebbe inevitabilmente chiuso.
I problemi
Cosa ha portato al fallimento totale? Le ragioni, come spesso accade in questi casi, sono molteplici. Di certo hanno giocato una parte importante i tanti infortuni che hanno privato a coach Vogel di normalizzare le rotazioni e di rendere solido il sistema difensivo, alla base del titolo vinto nella bolla di Miami poco meno di due anni fa (i Lakers oggi sono 17esimi nella lega per efficienza difensiva, addirittura 25esimi dopo l’All Star Game). Basti pensare LeBron ha saltato 18 partite, Anthony Davis addirittura 31 su 68. Ma anche le assenze di Horton-Tucker, Ariza e Nunn (mai in campo) hanno pesato.
Insomma, è questo l’alibi principale ma poi c’è da trovare qualche capro espiatorio e il nome preferito dai tifosi gialloviola è Russell Westbrook: ci si aspettava tanto dal trio Westbrook-James-Davis, la realtà è che “Russ” non si è mai integrato e fa fatica soprattutto in attacco dove soffre la presenza di LeBron che, proprio come lui, ama avere la palla in mano. Le cifre, d’altronde, parlano chiaro: 18 punti di media, il suo peggior ruolino di marcia dal 2009-10, 7.5 rimbalzi e 7.1 assist.
A rendere il suo primo (e ultimo?) anno ai Lakers un fallimento ci hanno poi pensato le incomprensioni con Vogel, altro imputato nel fallimento dei gialloviola. A gennaio era praticamente stato esonerato, poi dopo le problematiche legate al Covid la proprietà ha deciso di chiudere la stagione con lui visto che un cambio, a quel punto, sarebbe stato inutile. Ma il suo rapporto con Westbrook e l’incapacità di dare un’identità precisa alla squadra pesano nella sua valutazione finale. Lontani i tempi quando con Pelinka, LeBron e Rich Paul gestiva le sorti della squadra.
Il futuro
Non è detto che il futuro immediato possa riservare più soddisfazioni. Palinka, a febbraio, non è riuscito a chiudere uno straccio di trade per una semplice ragione: i Lakers non hanno asset da offrire e non vale neppure qualche provocazione che suggerisce di cedere LeBron, il migliore dei suoi a 37 anni e vero leader nello spogliatoio. Certo, si potrebbe cedere Westbrook, ma il valore dell’ex Thunder è ai minimi storici e il suo stipendio altissimo.
Altri articoli di sport su Dietro la Notizia



