
Il cantautore milanese GIANGILBERTO MONTI ha appena pubblicato il suo nuovo album “Opinioni da Clown” (Egea Music/ed. Warner Chappell).
L’album, che riassume trent’anni di attività dell’artista tra cantautorato e comicità, è stato arrangiato dal torinese Bati Bertolio ed è composto da 13 brani inediti (alcuni dei quali scritti per l’occasione e altri, legati ad esperienze e collaborazioni artistiche, composti in passato e mai pubblicati fino ad ora) tra cui un un brano di DARIO FO e Fiorenzo Carpi tratto da L’opera dello sghignazzo, riadattato in forma canzone da Monti e ribattezzato con il titolo “Alla fine della festa”.
“Tra le tante collaborazioni del disco ci sono Mauro Pagani, Rocco Tanica e il bluesman piacentino Ubi Molinari, oltre le presenze di alcuni comici noti tra cui Nino Formicola, Raul Cremona e Giovanni Storti.Scrittore e chansonnier, Giangilberto Monti esordisce a metà degli anni Settanta con brani spiazzanti e provocatori e sperimenta sul palcoscenico, spaziando dalle ballad al jazz-pop e contaminando stili e vocalità, pubblicando una dozzina di album.
INTERVISTA
30 anni di attività sono molti come è riuscito a riassumerli in 13 canzoni?
“Faticosamente, perchè prima di incidere questo album ci ho pensato molto e poi ho attuato una selezione dei momenti per me più significativi in termini di ricordi personali e collaborazioni artistiche. Sicuramente manca ancora qualcosa… o qualcuno.”
La comicità (intelligente aggiungo) è uno dei suoi filoni conduttori. Com’è la comicità degli anni ’80 e quella odierna, quali sono le differenze?
“Negli anni Ottanta cambia totalmente il rapporto con il pubblico televisivo, si accorciano i tempi di azione comica e quindi di reazione del pubblico. Lo stupidario da piccolo schermo si forma proprio grazie all’avanspettacolo imperante e alla battuta facile e per lungo tempo si assiste a una sorta di scontro tra tv pubblica – dove si tenta ancora un recupero dei tempi più teatrali – ed emittenti private, dove la necessità di sopravvivere sulla raccolta pubblicitaria si gioca sulla velocità e la semplicità dei contenuti. Questo genera un solco tra ascolto generalista e trasmissioni di nicchia, accentuando le differenze tra “comico di massa” (solitamente un battutista ad effetto, assetato di tormentoni) e “comico da salotto” (che strizza l’occhio a un pubblico iperpreparato e snobbino). Purtroppo per entrambi, la tv stringe i tempi e massacra i fantasisti. Negli anni Novanta la lotta tra queste due anime è feroce, fino al punto che si definisce il primo “di destra” e il secondo “di sinistra”, dimenticando che una cosa è l’avanspettacolo o l’intrattenimento scanzonato e altro è il cabaret, caratterizzato da una satira graffiante e non sottomessa. E’ così che nel tempo i comici legati alle origini del vero cabaret abbandonano le trasmissioni di massa, salvo rare eccezioni, e rientrano nei teatri. Oggi il livello generale è infimo (vedi l’ultimo Sanremo) e chi rimane legato allo sbeffeggio e alla trasgressione resiste o perchè ha uno spazio tutto suo (vedi Crozza) o perchè si ancora alla promozione di altro dalla tv (come un film o un recital teatrale), Ma ovviamente questa è solo la mia opinione… ”
Il clown, ride esteriormente ma piange interiormente. Concorda?
“In effetti è la radice di ogni comico: la contaminazione tra sogno e quotidianità. Lo sbeffeggio e la risata sono da sempre una reazione all’ ordinarietà… canta e ridi che ti passa..”
Intervista a cura di Davide Falco



