Norden – Quinta parte –


Tra questi passi egli annovera il de Mensibus di Lido, dove viene testimoniato che “Livio nella storia universale  di Roma dice che egli è venerato colà come ignoto; conformemente a lui, Lucano dice che a Gerusalemme vi è il tempio di un Dio oscuro (…)”. Anche negli Excerpta ex Theodoto, Clemente Alessandrino impiega il termine  ἄγνωστος per designare Dio padre che si rivela agli uomini attraverso il figlio unigenito. Ecco perchè Norden riconosce che soprattutto gli gnostici parlano del Dio ignoto. Lo schema gnostico relativo a Dio padre come primo dio ignoto e al Figlio demiurgo come secondo dio viene ripreso dal medioplatonico Numenio di Apamea.

Ireneo, in particolar modo, pur avvalendosi del termine  ἄγνωστος, toglie il dualismo gnostico che vige tra il Dio primo e il dio secondo, denominato demiurgo, perché tra i due non esiste separazione, ma distinzione, in quanto la res, che sta alla base del loro essere, non è diversa, ma identica. Sussiste identità di natura tra il Padre, denominato ignoto, e il Figlio che ha la funzione di un demiurgo, in quanto intermediario nella creazione di tutto ciò che esiste. Ireneo spiega, prosegue il Norden, che Dio padre è il totalmente inconoscibile nella sua maestà, ma può essere conosciuto nella sua bontà tramite il Figlio (Contro le eresie 4,20,4) da coloro che egli ha glorificato. Nei numerosi inni di Proclo compare una lode al Dio ignoto che è impossibile conoscere. Dopo la presentazione della lista dei passi degli autori antichi, relativi al concetto del Dio ignoto, ne conseguono le indagini lessicali, dove Norden puntualizza che da Platone in poi frequenti sono le qualificazioni che caratterizzano la inconoscibilità di Dio, salvaguardandone la conoscenza razionale. Dalla indagine lessicale del termine nelle omelie pseudo-clementine e in Flavio Giuseppe Norden desume che la conoscenza di Dio è possibile ottenerla tramite la grazia e non con i mezzi intellettuali, grazia che è stata data da Dio a seguito di una presa di coscienza, da parte dell’uomo, della sua condizione peccatrice, in quanto propenso a ricevere la grazia di Dio.

Norden amplia il suo campo di indagine, svolgendo tale ricerca nella letteratura greca e latina. Egli afferma che l’uso delle seguenti espressioni verbali, ἄγνωστος θεός, γιγνώσκειν, ἐπιγιγνώσκειν, γνωρίζειν, sono documentate “al di fuori degli ambienti ebraici e cristiani, solo nell’epoca della teocrasia”. In ambito latino Norden giunge alla conclusione che l’espressione agnoscere deum compare, ripreso da fonti stoiche, in Cicerone, il quale attesta che solo all’uomo Dio ha dato il privilegio di conoscere Dio, perché conosce che egli ha avuto origine da lui (Tusc. I,70). Anche nel rituale celtico, che risale a Posidonio, viene affermato che solo ai druidi è dato di conoscere o di ignorare gli dei e le potenze del cielo.

In seguito Norden passa a documentare la conoscenza di Dio nelle religioni orientali e sincretistiche. Rispetto ai greci che attraverso la ragione arrivano alla conoscenza di Dio, gli orientali giungono alla conoscenza di Dio mediante la fede e la comunione con Dio (Corp. Herm. I,22). Il ricorso a Posidonio, in questa indagine lessicale, è significativo perché egli ha dato un grande impulso al processo di orientalizzazione sia della stoà che del platonismo in quanto incline alla mistica. Tale sostrato posidoniano si avverte nel Somnium Scipionis, al quale i platonici di lingua latina ne restarono profondamente attratti. Del resto anche Agostino confessa di essere stato attratto dai platonici di lingua latina e dall’Hortensio di Cicerone, ai quali deve la sua formazione culturale nel periodo precedente alla sua conversione. In particolar modo Virgilio con linguaggio misterico elogia quella felicità derivante dalla conoscenza degli dei, felicità uguagliata alla suprema beatitudine: “«Felice chi ha potuto conoscere la causa delle cose, e fortunato anche colui che ha conosciuto gli dei agresti» (Georg. II,490ss).

In seguito Norden si sofferma su un punto che ha forti legami con gli Excerpta Theodoto di Clemente alessandrino: il battesimo nell’intelletto, proprio del quarto trattato del Corpus Hermeticum, similmente si ritrova al cap.78 degli Excerpta, ove Clemente afferma che causa della liberazione non è solo il battesimo, ma anche la conoscenza: “non è solo il lavacro a liberarci, ma anche la conoscenza: chi siamo, che cosa siamo diventati”. Dopo essersi soffermato sul fatto che dall’iscrizione a dei ignoti si sia passati a quella del Dio ignoto, Norden nel terzo capitolo illustra dapprima il discorso dell’areopago come unità e poi la predicazione missionaria greca e giudaico-cristiana. Quanto al primo punto, cioè riguardo alla conoscenza di Dio presso i gentili, Norden sostiene che Paolo abbia parafrasato il testo della Sapienza di Salomone e, in ordine a ciò, li confronta come in una sinossi. Dal confronto dei passi si vede come Paolo, a differenza dell’autore del libro della Sapienza, respinga l’elemento filosofico greco e sottolinei il concetto dell’ira di Dio. Per quanto riguarda la propaganda missionaria Norden avanza l’ipotesi che chiunque facesse questo tipo di ufficio si sarebbe avvalso delle antiche forme solenni in auge nell’antichità; forme derivanti dai discorsi di rivelazione degli antichi teologi che erano apparentati a quelli degli ierofanti. A questo modo di predicazione proprio dei greci si affiancò quello della religione profetica, formando un tutt’uno che poi il cristianesimo prese in carico. La conoscenza di Dio, prosegue Norden, che è al centro nelle predicazioni missionarie cristiane e non, “vi penetrò, sia dal punto di vista concettuale che linguistico, dall’Oriente”.

Egli conclude la presente sezione della sua indagine soffermandosi sulla parola metanoia e sulla sua evoluzione storica.

Partendo dagli antichi teologi Norden si accorge che questi non impiegano la parola metanoia, mentre Socrate la usa di frequente per indicare un mutamento sul piano morale, anche se tale termine non è tanto gradito come quello di metameleia che ha un significato simile a quello di metanoia.  Nello stoicismo il termine è volto ad indicare l’abbandono di ogni pregiudizio “e in tal modo per prima cosa costui si troverà nei confronti di se stesso senza essere oggetto di critica, di rivalità, di cambiamento” Il termine simile ha un significato affine a quello della metanoia cristiana, venendo ad indicare un mutamento di pareri più in senso intellettuale che etico.

Dopo che in ambito romano Norden attesta che non vi è alcun termine che corrisponda al significato greco di μετάνοια e di μεταμέλεια, egli conduce delle ricerche storico-stilistiche sulla preghiera e sulle formule predicative sia in ambito ellenistico, giudaico che cristiano.

In ambito ellenistico egli inizia la sua ricerca partendo dall’ode oraziana a Messalla e dallo stile predicativo in seconda persona, puntualizzando che tale ode “trae origine dai moduli formali del sentimento religioso”, moduli che erano attestati anche nel mondo greco. Da ciò ne consegue per Norden che i romani siano debitori, quanto a tali genere di preghiere, del mondo ellenistico. Anche lo stile legislativo delle dodici tavole imita quello greco e le forme delle preghiere ricalcano quelle dell’antichità greca, dove emerge “una sorta di contratto tra il fedele che la lodava e la divinità che lo esaudiva”. Risponde a un impiego tradizionale ed universale del sentimento religioso anche onorare la divinità all’inizio della preghiera. Riguardo a ciò Norden dà delle testimonianze scientifiche in merito, ricollegandosi agli inni ad Ercole e a Bacco. Queste forme religiose vennero prese in prestito anche dai latini. In un passo di Ovidio risuonano tutti gli elementi dell’ode a Messalla: “la leggenda della nascita, le invocazioni (ἐπικλήσεις), le formule generalizzanti, la aretalogia: ecco, tutti questi elementi sono congiunti nello stesso ordine in cui li presenta Orazio”. Più precisamente tra i poeti latini ricorre la forma della preghiera italica in prosa poetica, il cui più grande esempio si trova in Apuleio, Met. 11,25.

Ritornando all’ode di Orazio a Messalla Norden giunge alla conclusione che nella composizione di questa opera il poeta sia ricorso alle forme della preghiera innica, con le quali egli ha rivestito il contenuto della sua opera. Tali invocazioni a Dio rimandano sempre a Dioniso, invocazione che viene tramandata nella Antologia Palatina (IX,524). Norden aggiunge che non sempre la lode a Dio avviene in seconda persona, perché esistono forme celebrative di lode in terza persona anche in epoca arcaica, anzi le due forme di lode talvolta si intrecciano. Nel preambolo delle “Opere e i giorni” di Esiodo si nota tale intreccio, come anche in Callimaco. Le stesse invocazioni nella lingua greca erano affiancate dalle perifrasi, costruite col participio e con le relative frasi.

Poi Norden passa a fare un’indagine delle forme della invocazione e della predicazione in ambito giudaico puntualizzando che, in riferimento alla presenza di elementi greci nella preghiera comunitaria cristiana, lo sviluppo storico derivi non tanto dall’ellenismo quanto piuttosto dall’ebraismo, il quale ne rappresenta il fattore costitutivo. Sebbene plurime forme di invocazioni a Dio si ritrovino nella lingua greca, i modelli di fondo sono di stampo semitico, per cui queste forme di invocazione a Dio non sono greche. Norden mostra che la formula «tu sei questo e quello» espresse, sotto forma di predicati, nelle forme di invocazione a Dio “abbiano a che fare con documenti che o sono tradotti dalle lingue orientali ovvero provengono dalla sfera dell’Ellenismo orientalizzato”. La lingua greca pertanto verrebbe a configurarsi solo come una sorta di rivestimento stilistico di tali predicati di origine semitica. Norden attesta, mediante la citazione del materiale, che la formula di invocazione nella seconda persona, rinvenuta sia nei papiri, nel Corpus Hermeticum che nell’inno gnostico, non è di origine greca. Anche la stessa espressione “tu sei il mio figlio diletto”, frequente nei vangeli, risponde al modo di esprimersi semitico. Pure gli stessi discorsi presenti nel vangelo di Giovanni vengono considerati da Norden come “prodotti di un movimento teosofico-gnostico-mistico”. Le medesime fonti dei sinottici sono ascrivibili a un materiale ben più antico dello stesso movimento cristiano che da queste si è poi originato.

Dopo Norden passa ad illustrare lo stile relativo e participiale della predicazione, facendo una sorta di differenziazione tra i predicati propriamente ellenici ed orientali. I primi si contraddistinguono dall’essere formati esclusivamente dai participi predicativi privi di articolo, mentre i secondi dai participi sostantivati, ossia con l’aggiunta dell’articolo.

Nel terzo paragrafo Norden, partendo dal fatto che la “letteratura del giudaismo non ha avuto origine autoctona, ma nella sua manifestazione più recente risale alla più remota antichità orientale”, afferma che il rituale ebraico derivi da quello antico babilonese. Alcune formule, che compaiono nelle preghiere orientali in epoca più tarda, erano state rappresentate prima in alcuni testi sumerici. In particolare egli puntualizza che alla invocazione fatta in seconda persona ne consegue la predica in prima persona: è quanto traspare in un inno per il re degli dei Enlil. Norden attesta, servendosi dei testi originali delle più antiche iscrizioni  regali sumeriche ed accadiche, che i re e i maggiorenti della città predicano in terza persona e talvolta sussiste anche un vero e proprio scambio tra la prima e la terza persona. Per quanto riguarda l’autopredicazione in prima persona Norden dimostra che tale formula originariamente era ristretta agli dei e solo dopo fu presa in prestito dai re e dai sacerdoti, perché loro rappresentanti sulla terra, anzi tale forma esteriore ha avuto origine in Egitto.

Nella antica preghiera babilonese al dio Amon alla formula della autopredicazione si affianca quella delle invocazioni espressa in seconda persona. Tali formule vengono invocate anche in lingua greca e latina. Conseguentemente dal punto di vista storico-religioso la formula della auto-predicazione di Dio fu presa in prestito dagli occidentali, inizialmente del tutto sconosciuta a questi, come quelle espresse in seconda e terza persona, mentre da quello storico-stilistico c’è stato un trasferimento della forma di queste predicazioni dall’ambito divino a quello umano e, al contempo, anche una coloritura antico-testamentaria della forma ellenica, come avviene in Filone. Queste forme stilistiche erano comuni a quelle dell’oriente, perché da lì derivavano.

Sotto questo profilo gli antecedenti relativi alle formule cristiane ebbero origine nell’ambiente orientale e, solo dopo, vennero acquisite dalla speculazione greca. Basti pensare che il carattere androgino del principio creatore nasce proprio in ambiente semitico, da cui ne perviene la conseguente scomposizione in padre e madre, nonché la identificazione dello Spirito con la madre e la sua nomina accanto alla triade. Da ciò ne deriva che la formula trinitaria cristiana è “il prodotto della divisione di un concetto unitario orientale-ellenico delle due potenze creatrici e di quella creata”.