Svendesi Poste italiane


Con un colpo di acceleratore, venerdì scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato la privatizzazione di Poste Italiane, si comincia con il 40% e di sicuro finirà con la sua liquidazione totale.

Poste Italiane, negli anni ha assunto un ruolo di enorme importanza strategica nel panorama politico-economico e tecnologico nazionale, essa infatti, nonostante il taglio drastico di personale (oltre 120.000 posti di lavoro perso in un ventennio) è una delle più grandi aziende italiane, che con i suoi circa 138.000 dipendenti, svolge un ruolo sociale, garantendo ai cittadini molti servizi essenziali.

Attraverso i circa 14.000 uffici postali, diffusi su tutto il territorio nazionale (molti dei quali a rischio chiusura), bancoposta raccoglie un’enorme massa di denaro liquido, che confluisce in Cassa Depositi e Prestiti (la cassaforte dello Stato), con il quale il Ministero dell’Economia e del Tesoro, finanzia gli Enti Pubblici (sanità, trasporti, scuola… ), da qui la necessità che Poste Italiane rimanga pubblica.

La sua privatizzazione comporta un accumulo di denaro in mani private e un conseguente taglio di servizi a discapito di tutti i cittadini. Il settore recapito, che svolge una funzione puramente sociale, garantendo la raccolta e la distribuzione della corrispondenza, subirebbe un’ulteriore marginalizzazione soprattutto nelle zone periferiche o a bassa densità demografica, mettendo a rischio uno dei diritti fondamentali: quello alla corrispondenza. Solo il mantenimento di Poste nella sua unicità, sotto controllo pubblico, bloccherebbe ogni tentativo di speculazione, garantirebbe la tenuta occupazionale (altrimenti a rischio) e preserverebbe la più grande azienda pubblica di servizi in Italia.

 E’ ora di svegliarsi e lottare insieme: lavoratori e cittadini. Vogliono svendere ciò che tutti i cittadini onesti hanno pagato, con i propri contributi e con le tasse. Non facciamoci imbrogliare la privatizzazione delle POSTE è la mega truffa, di un governo che sempre più diventa il curatore fallimentare di un Italia che va a pezzi.