Antropologia nell’ A Diogneto (terza parte)

 

A Diogneto

di Cinzia RANDAZZO

Tanto ci è bastato per la scelta del tema. Il ricorso all’A Diogneto ci è apparso pertinente e congruo, poiché se la predicazione apostolica e per essa tutta l’opera dei Padri e degli Apologisti, era orientata alla conquista di ogni uomo, popolo e nazione, a Cristo, questo non poteva non avere, come effetto concreto e definitivo, che la conversione dei cuori, come dirà Paolo (Eb 6,1) e la produzione di un nuovo modello di uomo nella misura in cui, contrapponendosi al modello corrente della società pagana ed in parte anche delle comunità giudaiche contemporanee di Gerusalemme e della diaspora, allo stesso tempo si pone anche sul piano significativamente antropologico oggettivamente sorretto da nuovi, universali ed immodificabili contenuti morali e religiosi. Ciò traendo e deducendo, in astratto per quanto attiene alla sfera della trascendenza e dei rapporti con Dio, e in concreto per quanto riguarda le relazioni col mondo in genere e col prossimo in particolare, dalle pagine evangeliche, ben rappresentate, con indubbia efficacia persuasiva, dalle nove beatitudini e da quanto di seguito affermato e precisato ai capitoli 5 e 6 del vangelo di Matteo.

L’A Diogneto, senza con questo sottovalutare la restante letteratura apologetica, ci sembra idonea, per contenuto e dottrina, a far emergere e rendere evidente un sottofondo di ordine antropologico, al di là della semplice interpretazione letterale che non può limitarsi ad affermazioni teoriche e di principio, il che a nostro avviso tradirebbe lo stesso scopo del testo, prevalentemente orientato a rispondere a domande dal contenuto strettamente connesso al comportamento, sotto certi aspetti, per la mentalità pagana paradossale e misteriosa quanto a motivazione, dei cristiani. Diogneto (l’illustre) è certamente un pagano che vuol sapere e pone all’autore sconosciuto alcune domande (A Diogneto 1): Quale religione praticano i cristiani? Chi è il Dio in cui credono e al quale rendono culto? tanto da non curarsi del mondo, da disprezzare la morte, da rifiutare le divinità in cui credono i greci e la superstizione giudaica? Quale amore li tiene uniti tra loro? Perchè la stirpe cristiana e il relativo sistema di vita (tanto diversi dal pagano) sono apparsi alla luce della storia umana solo a quell’epoca e non prima? Domande queste che in filograna rivelano tre modi di essere tra loro contrapposti degli uomini del tempo: i pagani, gli ebrei e i cristiani. Modi di essere ciascuno con una propria tradizione culturale, sociale e religiosa: la pagana e l’ebraica, pur diverse tra loro nei contenuti storici, etnici e morali, profondamente radicate nella vita di tutti i giorni e praticamente collaudate sia in sede temporale come spaziale-geografica; la cristiana, invece, emergente, in via di formazione sorretta dalla predicazione apostolica, d’indubbia valenza comunitaria, che guarda, trovando ivi perfetta motivazione d’unione, con fede, speranza e carità, al suo fondatore e ispiratore: il Galileo di Nazareth crocifisso in Gerusalemme, morto, sepolto e risuscitato, creduto figlio di Dio fattosi uomo, modello antropologico (uomo nuovo) proposto a tutte le generazioni di allora e a quelle future.

Tutto questo in prospettiva escatologica finalizzata alla riacquisizione, per l’uomo naturalmente, dello stato d’origine frutto della creazione divina (Gen 2-3).

Di riscatto dal peccato, quindi, conseguenza della caduta originale e di ritorno, grazie alla “bontà misericordiosa di Dio” e per i meriti di del suo “Figlio diletto Gesù Cristo”, alla primitiva purezza, a quello stato antropologicamente antico, unico stato capace di conferire il diritto, che fu anche diritto d’origine, alla vita eterna secondo il disegno del creatore.

Tali le tradizioni a confronto la cui soluzione evidentemente, per quanto attiene la cristiana, non ha possibilità di mediazione, almeno nei contenuti di prospettiva antropologica. L’imperativo evangelico è chiaro: “non si possono servire due padroni (in questo caso tre), o si serve l’uno o si rifiuta l’altro e viceversa” (Mt 6,24). Non si vedono alternative compensative, anche se quel “Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio” (Mt 22,21) lo farebbe supporre, almeno stando alla lettera, lungi da un’accurata e approfondita esegesi.

Con l’avvento del cristianesimo nuovi valori etici, civili e religiosi, si sono posti come nuova  base per la ricostruzione della convivenza umana, sul come intendere e disciplinare, nell’ambito individuale ed anche collettivo, il rapporto tra le esigenze di una retta coscienza finalizzata a contenuti e imperativi di amore fraterno; in ultimo la conquista, in Cristo, della eterna beatitudine nel seno del Padre celeste. I sociologi parlano di svolte antropologiche, intendendo con questo tutti quei momenti singolari della storia umana in cui si sono verificati profondi e radicali mutamenti strutturali ed anche culturali in relazione ai modi e agli strumenti da adottare per la soddisfazione dei bisogni primari dell’uomo, sia come singolo individuo e sia come componente di una comunità organizzata.

A titolo esemplificativo ed appena sufficiente, almeno così si crede, si citano i passaggi dall’antico nomadismo dei cacciatori e dei raccoglitori a quello stanziale degli allevatori e dei coltivatori, e così via fino alle più recenti fasi delle grandi scoperte geografiche, dei nuovi metodi di fare scienza e di produzione dall’artigianale all’industriale. Ebbene, sotto una certa e specifica ottica, il cristianesimo primitivo si potrebbe considerare un momento particolare di svolta antropologica, poiché, al suo tempo, introdusse nella convivenza umana le sue norme morali oggettive, tessuto d’amore paterno, totale ed universale, capaci di prendere tutto l’uomo, nei suoi bisogni materiali e spirituali, di modificarne in sostanza la personalità e di conseguenza la struttura antropologica.

Non a caso l’autore dell’A Diogneto afferma che “i cristiani svolgono nel mondo la stessa funzione dell’anima nel corpo” (6,1).