Gesu': le città e il popolo 1

Gesu'

 

di Cinzia RANDAZZO

Non passa un giorno senza che la questione politica appaia sulla prima pagina dei giornali. Di recente si  sono visti i volti incerti e cupi di un Grillo e di un Bersani dove, in un loro raffronto ravvicinato, sembra prevalere il senso dell’arroganza dell’uno nei confronti dell’altro piuttosto che  un dialogo sincero e costruttivo tra le due parti.

Il filo di Arianna che lega il senso recondito che sprizza dai loro volti enigmatici è il fermo proposito di far prevalere la propria volontà su quella dell’altro. E’ in questa accozzaglia delle singole volontà, scaturenti dai nostri leader politici, che si consuma il tragico evento della discordia tra le fazioni politiche. Ma ci siamo mai chiesti da dove proviene la nostra volontà? Siamo così sicuri che la nostra volontà di dire e di fare la produciamo noi stessi? La volontà è un possedimento dell’uomo? L’uomo la riceve o la produce da sé?. In qualità di esseri limitati e finiti la ragione ci dice che né conoscenza, né volontà sono da se stesse e che nessuna delle due appartiene solo a se stessa.

Sotto questo profilo l’uomo che fa sua la volontà, che la usa per sé e per l’utile proprio semina rovina e ingiustizia. Ciò quindi che ostacola i veri rapporti interpersonali non solo tra i politici, ma anche tra i singoli cittadini è l’appropriarsi della volontà che non è sua di proprietà perchè libera  in quanto creata da un essere  superiore. La volontà che l’uomo presume che sia propria invece appartiene a chi l’ha creata ed è per questo motivo che è libera, perchè non appartiene a nessuno.

Allora per instaurare una vera politica all’insegna della pace è opportuno che ogni politico allontani da se la falsa presunzione di avere una volontà personale, ma una volontà che è partecipe del Bene comune. L’uomo che si spoglia di questa sua volontà caparbia non può non volere altro che il Bene in sé, cioè l’Uno che non è né l’io e né il tu. Nell’umiltà, cioè nella spogliazione di tutte le volontà caparbie che l’uomo si appropria con la propria prepotenza è possibile raggiungere il bene della polis. Vediamo in questo contributo di individuare i tratti portanti in cui si estrinseca la nuova politica del regno di Gesù.

1. La chiamata di Levi

Gesù, ebreo di nascita, non si rivolge ai religiosi per seguirlo, ma a personaggi impegnati in altri mestieri, come il pubblicano Levi al quale Gesù esorta a seguirlo: “Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!» (Lc 5,27). Egli accolse l’invito di Gesù e lo seguì: “Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì (Lc 5,28). Il pubblicano ricopre il ruolo di esattore delle tasse e dei dazi nell’impero romano. I contratti per la riscossione delle tasse all’interno di una regione venivano di solito dati in appalto a forestieri facoltosi. Questi, a loro volta, assumevano abitanti locali per riscuotere le tasse, come Zaccheo, che era un capo esattore delle tasse a Gerico (Lc 19,1).

Ciò significa che Gesù nei suoi rapporti interpersonali, al fine di diffondere la buona novella del regno di Dio, si rivolgeva anche a coloro che per mestiere erano implicati in altre faccende, come il pubblicano Levi. Gesù si avvicinò a Levi, come anche a Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni (Mc 1,16-20), perchè aveva visto che egli riponeva fiducia in lui: infatti al suo invito subito Levi si alzò e lo seguì, lasciando tutti gli impegni del giorno.

Sotto questo profilo la fede di Levi è modello della nostra fede in Cristo perchè, come Levi, siamo chiamati dapprima a cercare e a diffondere il regno di Dio, accogliendo, alla stessa stregua di Levi, con fiducia il messaggio salvifico di Cristo – che consiste nell’anteporre l’amore per gli altri al di sopra di quello proprio, perchè poi tutte le altre cose ci verranno date in aggiunta.

L’atteggiamento di Levi realizza per filo e per segno le parole di Cristo rivolte ai suoi discepoli, per il quale a colui che si impegna a seminare il regno di Dio nel mondo, vivendo l’amore autentico di Cristo verso l’umanità, il Padre celeste lo ricompenserà con il raggiungimento di tutti gli altri beni da questo desiderati (Lc 12,22-31).

Sull’esempio di Levi tutte le nostre preoccupazioni mondane passano in secondo piano perchè, sulla falsariga di Levi, a coloro che seguono con fede Cristo incombe il compito primario di accogliere la Parola di Dio e di farla fruttificare, affinchè porti negli ambienti quotidiani pace e gioia a chi l’ascolta. A Levi fu ben accetto Gesù a tal punto che preparò per lui “un grande banchetto nella sua casa” (Lc 5,29). Insieme a Levi c’erano altri pubblicani e molta altra gente di diversa estrazione sociale (Lc 5,29). Gesù, banchettando con Levi e con quest’altra gente di diversa estrazione sociale, testimonia ai farisei e agli scribi che per lui la condizione sociale, in cui si trovava ognuno di loro, non era reputata come uno spartiacque tale da impedire loro l’accesso al regno di Dio, anzi la loro condizione sociale diveniva per Cristo il tramite della sua venuta nel mondo, perchè per loro era aperta la porta del regno, in quanto avevano accolto con fede la sua Parola, di cui avevano bisogno in quanto peccatori:

I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perchè mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi (Lc 5,30-32).

L’episodio della chiamata di Levi diviene così appannaggio del nostro modo di diffondere oggi il vangelo, testimoniando realmente la fede di Levi nei nostri rapporti interpersonali, improntati alla condivisione e alla reciprocità soprattutto quando ci troviamo di fronte a persone di diversa etnia e condizione sociale.

2. La nuova politica del regno 

La buona novella del regno di Dio è oggetto della predica e dell’annuncio da parte di Gesù, camminando per le città e i villaggi (Lc 8,1). L’evento primario e centrale è la predica e l’annuncio della buona novella del regno di Dio da parte di Gesù che era accompagnato dai dodici apostoli, da Maria di Magdala, da Giovanna, da Susanna e da altre ancora, le quali “li assistevano con i loro beni” (Lc 8,3). L’assistenza delle donne verso i dodici viene posta in secondo piano, perchè ciò che conta primariamente per Gesù è il nutrimento dello Spirito che Gesù si prodiga a dare a tutti con il suo annunzio e la sua predica, al quale cibo spirituale viene dato in aggiunta quello materiale, in quanto caparra e segno concreto dell’accoglienza del primo cibo che nutre la vita dello spirito.

I dodici quindi vengono assistiti dalle donne in forza del loro amore verso Cristo, perchè hanno accolto la sua Parola stando al suo seguito. Quanto alle donne, queste si trovano a possedere i loro beni perchè, testimoniando con la loro vita la buona novella del regno, – un esempio eclatante si ha con Maria di Magdala la quale da Gesù è stata guarita dagli spiriti immondi – il Padre ha dato loro come marchio e sigillo della loro fede in Cristo il possesso dei beni materiali.

 Al pari di queste donne, anche Maria, sorella di Marta, quando Gesù entrò in casa, accolto da Marta, “sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39), mentre Marta, diversamente dalla sorella Maria, anteponeva i servizi domestici all’ascolto della Sua Parola (Lc 10,40). Maria “si è scelta la parte migliore” (Lc 10,42), perchè prima delle faccende domestiche si è seduta davanti al maestro per nutrire il suo spirito con l’ascolto della sua Parola, dal momento che prima di alimentare il corpo c’è bisogno di dare nutrimento allo spirito in quanto esso è a capo e guida del corpo; il cui nutrimento dello spirito, secondo la nuova politica del regno impartita da Cristo, “è la sola cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42).

Ciò sta a significare che quanti accolgono il regno di Dio sono chiamati, alla stessa stregua di Maria, ad alimentare prima la vita dello Spirito, abbeverandosi alla Parola di Cristo, perchè dando forza allo Spirito, nutrito con la parola di Cristo, tutto il corpo ne riceve beneficio, con la conseguenza che ogni fedele affronta meglio e con più serenità d’animo i propri impegni personali e le proprie relazioni interpersonali con il prossimo, ordendo una rete di rapporti che scaturiscono dalla fede nella Parola di Dio; rapporti che si riconoscono sulla base del nutrimento spirituale a cui è chiamato ogni fedele, per cui ne consegue la realizzazione della vita materiale con l’abbondanza di beni e con l’esito positivo per tutte le faccende e preoccupazioni mondane di qualsiasi sorta da parte di ogni fedele. A ogni fedele incombe la necessità di alimentare la propria vita spirituale col pane di vita che Dio Padre ci dà tramite Gesù, il quale ha insegnato ai discepoli la preghiera del Padre nostro (Lc 11,1-4).

Con la parabola dell’amico importuno, Gesù insegna ai discepoli che Dio Padre dà questo pane di vita a coloro che glielo chiedono con insistenza (Lc 11,5-8). Dio Padre è amico fedele per tutti coloro che, con insistenza, si rivolgono al suo aiuto, perchè egli dà loro ciò di cui hanno bisogno. Da ciò si evince che i bisogni dei fedeli sono colmati dalla loro fede in Dio, il quale, vedendo ciò di cui necessitano, esaudisce le loro richieste sulla base della loro insistenza, perchè tutto ciò che viene chiesto nel nome del Padre celeste, Cristo lo concederà (Mt 18,19-20). Soprattutto nella rete dei rapporti interpersonali con i vicini e con gli altri ogni fedele, sull’esempio della parabola dell’amico importuno, è tenuto a mitigare le disgrazie, le disperazioni e le improvvise preoccupazioni che scaturiscono negli ambienti della vita quotidiana e che imperversano nell’umanità, alimentando soprattutto la loro vita spirituale con l’annuncio del vangelo e con la preghiera del Padre nostro che, rivolta a lui con fiducia e con insistenza, ricolma ogni orante di ogni bene.

3. I samaritani 

Gesù, salendo verso Gerusalemme perchè “stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo” (Lc 9,51), era preceduto dai discepoli (Lc 9,52). Tali messaggeri entrarono in un villaggio dei samaritani per preparare la Pasqua, ma non furono ben accolti perchè Gesù “era diretto verso Gerusalemme” (Lc 9,53).

I discepoli di Gesù, Giovanni e Giacomo, avendo visto che i samaritani li rifiutarono, si ribellarono e, rivolgendosi a Gesù, gli domandarono se Gesù acconsentisse alla loro volontà di dire “che scenda un fuoco dal cielo e li consumi” (Lc 9,54).   Gesù si oppose alla loro decisa volontà di rendere il male a chi ha compiuto il male – alla stessa stregua dei farisei per i quali valeva la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente” ( Mt 5,38) – rimproverandoli (Lc 9,55). Gesù, fedele al piano salvifico del Padre, non rese male ai samaritani che non lo accolsero, per cui si avviò, insieme ai suoi discepoli, “verso un altro villaggio” (Lc 9,56). 

Gesù, notando la cattiva accoglienza dei samaritani, non fu colto dal senso di ripulsa, facendo loro “pagare” il torto subito, ma sempre mite e fedele al Padre, non dette peso a ciò avviandosi verso l’altra parte. Questo diviene un prezioso esempio di mitezza e di sopportazione soprattutto per noi fedeli perchè, sull’orma di Gesù, siamo chiamati a non avere un atteggiamento di asprezza volto a far pagare il male commesso se ci troviamo di fronte a persone che rifiutano di accogliere le nostre idee e le nostre opere, o semplicemente di darci alloggio.       Gesù ci dà l’esempio di restare mansueti e di non irretire il proprio spirito, di fronte a quanti rifiutano di ospitarci secondo le proprie necessità.