2. La purificazione dei peccati
A livello oggettivo il cristiano consacra, sempre per Giustino, il suo tempo a Dio purificandosi dai peccati. L’immagine della purificazione dai peccati, per Giustino, ha una chiara risonanza battesimale. Tale risonanza battesimale è legata alla forma verbale lousάsqw che Giustino utilizza anche in 12,3; forma che, come attesta Oepke, egli usa per riferirsi all’acqua del battesimo, nella quale chi si è immerso viene purificato attraverso il sangue di Cristo. Infatti Giustino, nel contesto prossimo di Dial. 54,1, allude al lavacro battesimale che rimette i peccati a proposito della figura di Cristo che “laverà nel vino la sua veste”; espressione profetica volta a significare anche, secondo Dal Covolo, “un velato accenno al lavacro che monda dai peccati quanti credono in lui”
Quanto alla profezia del patriarca Giacobbe registrata da Mosè – “Lava nel vino la sua veste, nel sangue dell’uva il suo mantello” – , essa indicava che avrebbe lavato nel suo sangue i credenti in lui. Lo Spirito santo, infatti, con “veste” ha designato coloro che avrebbero ottenuto per mezzo suo la remissione dei peccati: in essi egli è continuamente presente con la sua potenza, e lo sarà apertamente nella sua seconda venuta.
Anche in 13,1 Giustino, con l’immagine del bagno di penitenza profetizzato da Isaia in 1,16, dichiara a Trifone che questo era figura del bagno salvifico che Cristo offrì a coloro che si purificano nel suo sangue:
Non è certo al bagno che vi ha invitati Isaia, perché vi lavaste (apolousomέnouV) dell’omicido e degli altri peccati – peccati che neppure tutta l’acqua del mare basterebbe a purificare – , bensì naturalmente si riferiva già allora a quel bagno (lïõôñüí) salvifico che era destinato a coloro che si pentono e “si purificano” non più col “sangue di pecore”
(…) o con offerte di fior di farina, ma “nel sangue e nella morte di Cristo. Pertanto per Giustino il pentimento e la purificazione dei peccati, resa possibile con il sangue di Cristo, sono strettamente collegati, non possono esistere l’uno senza l’altro. Giustino spiega bene questo concetto con l’immagine delle cisterne rotte. Infatti egli fa capire a Trifone che l’acqua non purifica dai peccati senza una vera conversione interiore:
E’ dunque per mezzo del bagno della penitenza e della conoscenza di Dio, istituito, come proclama Isaia, per l’iniquità dei popoli di Dio, che noi abbiamo creduto, ed ora riconosciamo che ciò che preannunciava era quel battesimo che solo può purificare coloro che si pentono, cioè l’acqua della vita. Invece le cisterne che voi vi siete scavati sono rotte e non vi servono a niente. Che utilità può infatti avere un battesimo che deterge soltanto la carne e il corpo? (Dial. 14,1).
Sempre in 14,1 Giustino si richiama all’espressione “acqua viva” riportata da Gv 7,37-39 per far osservare a Trifone che il battesimo di penitenza, profetizzato da Isaia, non purifica dal peccato, ma viene purificato solo colui che volontariamente predispone il suo cuore ad immergersi nella morte del Signore. Tale purificazione è resa possibile mediante l’azione dello Spirito Santo, per mezzo del quale Gesù purifica coloro che volontariamente credono in Lui.
Lo stesso Giustino anche in 1Apologia 66,1 connette il verbo lousamέnw all’azione purificatrice del battesimo, per cui il credente che si è convertito a Cristo ed ha fede in lui viene purificato nel suo sangue: Questo cibo è chiamato da noi eucaristia e a nessun altro è consentito parteciparne eccetto a colui che crede essere vere le cose insegnate da noi e a colui che si sarà bagnato nel lavacro per la remissione dei peccati e per la rigenerazione e che vive nel modo che Cristo ha insegnato.
In poche parole Giustino vuole dire che chi è puro, lavato dall’acqua battesimale e libero dai peccati, adempie la volontà di Dio vivendo la dimensione interiore-spirituale del sabato, alla stessa stregua di Cristo che compiva la volontà di Dio sulla terra in comunione stretta con il Padre. A tal proposito Daniélou afferma che risulta dal contesto come la cessazione del peccato debba essere intesa relativamente al battesimo. Cristo è dunque il vero sabato simboleggiato dal sabato ebraico (…). Il vero sabato di cui aveva parlato Isaia, e che consisteva nel “desistere dall’operare il male”
(1,16), soltanto in Cristo, cessazione del peccato, si realizza pienamente. Cristo introduce nell’unico sabato di cui i sabati della Legge erano una rappresentazione puramente profetica. Giustino prosegue così e conclude, nell’ambito del cristianesimo, il processo di spiritualizzazione iniziato da Isaia.
Per Giustino quindi colui che consacra la propria vita a Dio ininterrottamente, disposto a compiere ciò che è conforme al disegno divino, costruisce il tempo della salvezza, il regno di Dio che è un tempo dedito al culto, il vero tempo sabbatico. Il cristiano, così facendo, non fa altro che ricostruire sulla terra il tempo originario dei patriarchi i quali, conducendo una esistenza irreprensibile tutta dedita all’amore di Dio e al suo servizio, non avevano bisogno di osservare il sabato, perché la loro stessa vita era tempio del Dio vivente.
Infatti Giustino, sia in 19,5 che in 23,3, afferma che prima di Mosé non era necessaria l’osservanza del sabato perché i patriarchi, non avendo commesso peccato, erano graditi a Dio:
Ed infatti tutti i giusti sopra menzionati, pur non osservando il sabato, furono graditi a Dio, e dopo di essi anche Abramo e tutti i suoi figli fino a Mosé. 23,3 Guardate gli elementi: non osservano il riposo né il sabato. Rimanete come eravate all’inizio. Se infatti prima di Abramo non era necessaria la circoncisione né prima di Mosé l’osservanza del sabato come delle feste e delle offerte (Dial.19,5;23,3).
Giustino si rifà in 23,3 non solo all’esempio dei patriarchi, ma anche a quegli aspetti del creato che, pur non osservando il sabato, erano graditi a Dio. Quanto alle genti, cioè ai non ebrei, per Giustino, il pentimento è la condizione sine qua non per la loro fede perché esse, credendo in Cristo, ricevono la loro eredità spirituale anche senza osservare il sabato. Infatti le genti sono gradite a Dio, alla stessa stregua dei patriarchi in virtù della loro fede:
Invece le genti che avranno creduto in lui e si saranno pentite dei loro peccati avranno parte all’eredità assieme ai patriarchi, ai profeti e ai giusti della stirpe di Giacobbe. E anche se non osservano il sabato, non si fanno circoncidere e non osservano le feste, nondimeno avranno parte alla santa eredità di Dio (Dial. 26,1).
Pertanto per Giustino il tempo inaugurato da Cristo (sabato soteriologico) e in seguito vissuto dai cristiani (sabato interiore soteriologico) richiama, ripristina e continua il tempo originario (sabato eterno), quello vissuto dai patriarchi in piena dedizione al Padre. A tal proposito Daniélou precisa che la vita dei patriarchi




