Dialogo con Trifone 2a parte

IL MEMORIALE DELLA RISURREZIONE NEL DIALOGO CON TRIFONE DI GIUSTINO MARTIRE: UN SECONDO MODO DI VIVERE IL “SABATO CRISTIANO”

di Cinzia RANDAZZO   

Il tema che ora presentiamo, quello del memoriale della risurrezione, ha dato adito a diversi studi e considerazioni a carattere storico, liturgico, catechetico, biblico-patristico e dommatico, ma non è stato oggetto di una vera e propria riflessione in ordine al rapporto imprescindibile che sussiste tra il memoriale della risurrezione e il sabato, inteso come giorno di riposo e di totale dedizione a Dio; rapporto che nella prassi quotidiana è tuttora latente ma che sta alla base di una sana e chiara interpretazione di questo memoriale nel vissuto quotidiano di ogni persona, credente al messaggio evangelico.

Giustino presenta in Dial. 41,4 il mistero della risurrezione di Cristo. Mistero che, per Giustino, avviene nel primo giorno dopo il sabato: “Il Signore nostro Gesù Cristo, risorto dai morti il primo giorno dopo il sabato”. Più avanti in 138,1 Giustino presenta lo stesso mistero, identificandolo nel simbolismo dell’ottavo giorno: “Il simbolo dell’ottavo giorno (ogdohV hmeraV) nel quale il nostro Cristo apparve risorto dai morti”.  Alla luce di questi due passi, Giustino fa intuire a Trifone che Cristo risorse nell’ottavo giorno, giorno che coincide col giorno dopo il sabato.  Ma Giustino non si ferma a considerare l’ottavo giorno solamente come un puro fatto storico, cioè come il giorno in cui Cristo risorse dai morti, ma anche come un fatto che oltrepassa i limiti della storia perchè è un fatto che si rende sempre presente nella storia in quanto

questo viene commemorato alla domenica nel rito eucaristico:

E nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutt’insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta a imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi e innalziamo preghiere; e, come abbiamo detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino e acqua, ed il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie, e il popolo acclama dicendo: “Amen”. Si fa quindi la spartizione e la distribuzione a ciascuno degli alimenti consacrati, e attraverso I diaconi se ne manda agli assenti.[1]

            Giustino, quindi, denomina la domenica (ottavo giorno) anche giorno del sole perché i cristiani, commemorando il sacrificio eucaristico, si assimilano a Cristo, che è luce per le genti (Gv 8,12). I cristiani che si uniscono a Cristo mediante la commemorazione del suo sacrificio esercitano un vero e proprio culto sabbatico nel giorno di domenica (ottavo giorno), in quanto, sgomberi dalle preoccupazioni mondane, essi sono tesi a vivere in prima persona  il mistero salvifico. Sulla base di questo i cristiani nella messa domenicale divengono dei sabati viventi perché in loro si rispecchia il mistero della passione e della risurrezione di Cristo. Pertanto per Giustino la domenica è un giorno di luce perché i cristiani, consepolti e conredenti con Cristo, scandiscono nella messa eucaristica il nuovo culto sabbatico che è alla base di questo nuovo tempo  salvifico, tempo di totale dedizione a Dio in Cristo.

Sotto questo profilo la domenica è un sabato cristiano, perché i cristiani, memori dell’evento

salvifico apportato da Cristo, perpetuano e rendono vivo e operante nella storia questo nuovo tempo sabbatico, che è essenzialmente tempo di assimilazione a Dio attraverso la mediazione di Cristo nella commemorazione del suo sacrificio pasquale. Quindi la domenica è, nella sua essenza, per Giustino un nuovo sabato sia in senso verticale che orizzontale. In senso verticale la domenica è un nuovo sabato perché per il cristiano è un giorno di totale dedizione a Dio e quindi di riposo da tutte le occupazioni mondane per contemplare nella messa eucaristica i momenti significativi della vita di Cristo, da un lato durante la liturgia della Parola e, dall’altro, per divenirne simili a Dio, imitando la totale donazione del Figlio verso il Padre nel sacrificio eucaristico. Pertanto il motivo di fondo che traspare da questo nuovo culto sabbatico (sabato cristiano) è l’inclinazione o meglio la ferma volontà del cristiano a vivere per Cristo e in Cristo, sprigionando le sue forze spirituali per assimilarsi a Dio. In tal modo il cristiano si riposa da tutti gli impegni e dalle faccende materiali di ordine quotidiano; parallelamente all’ebreo che nel giorno di sabato libera le sue energie spirituali per onorare il creatore.[1] Infatti per gli ebrei il sabato era fondamentalmente un giorno di riposo da tutte le attività svolte nei giorni feriali per contemplare la luce della gloria di Dio. A tal proposito Filone precisa che il riposo nel giorno di sabato non è l’inazione come invece sostenevano gli autori greci e latini, i quali reputavano che il sabato fosse vissuto dai pii osservanti nell’ozio e nell’indolenza[2], bensì sull’orma del pensiero aristotelico, secondo il quale il corpo ha bisogno di rilassarsi per riprendere di nuovo le precedenti attività[3], il riposo è inteso come l’attività morale tesa alla contemplazione di Dio, cioè al filosofare e quindi al miglioramento della propria attitudine morale:

In questo giorno è ordinato di astenersi da ogni lavoro; non che la legge insegna la pigrizia…essa condanna le persone che pretendono di restare oziosi e sfaticati: (…) è prescritto di lavorare sei giorni (…) ma essa vuole riposare dagli sforzi continui e sostenuti, restaurare il corpo (…) poiché riprendendo fiato, non solamente le persone ordinarie, ma gli atleti raccolgono le loro forze e, con un’energia accresciuta, si rimettono coraggiosamente a tutti i compiti che loro incombono (…) del resto il riposo sabbatico non è l’inazione ma il cambiamento di occupazione…. Se essa interdice ogni lavoro fisico il settimo giorno, la legge permette di dedicarsi alle attività più nobili, cioè quelle che richiedono gli insegnamenti e le dottrine (…) essa esorta, in effetti, a

dedicarsi alla filosofia (…). Astenendosi da ogni altra attività intesa a ricercare e ad assicurarsi i mezzi di vita, per dedicare se stessi alla sola occupazione del filosofare tendente a migliorare la loro condotta morale.[1]

            Filone, quindi, afferma che l’astensione da ogni attività materiale in giorno di sabato è finalizzata al riposo dell’anima che giunge alla contemplazione di Dio mediante la sua settima facoltà che è la ragione. Questa, in quanto affine a Dio, è essa stessa luce – per riprendere il motivo protrettico-aristotelico della luce che è l’essenza dell’anima in quanto facoltà conoscitiva[2] – perché è il luogo della conoscenza di Dio:

Con piena coerenza Mosè chiama “riposo” anche il settimo giorno, che gli ebrei chiamano Sabato, non già come certuni credono – perché dopo sei giorni il popolo si asteneva dai lavori consueti, ma perché in realtà il numero sette, nel mondo e in noi stessi, è sempre immune da sediziosità… Tale asserzione trova la sua conferma nelle facoltà che sono in noi: sei di esse, infatti, provocano una guerra incessante e continua per terra e per mare (…). La settima facoltà invece, che è la ragione sovrana (…), è perfettamente autosufficiente (…). Si abbandona a una vita placida e serena.[3]

            Questa nuova concezione del “riposo” sabbatico per Giustino traspare anche nel suo senso orizzontale: il cristiano, commemorando l’evento salvifico di Cristo che si è donato per la nostra salvezza, diviene a sua volta colui che elargisce questa sua volontà vera di donarsi agli altri, sull’esempio di Cristo. In tal modo egli perpetua la vita di carità e di aiuto reciproco verso i fratelli nella prassi quotidiana sull’orma di Cristo. Questa totale donazione di amore del Figlio verso il Padre e verso gli uomini per la loro salvezza, commemorata nell’evento eucaristico, il cristiano la rivive in senso orizzontale durante la messa, soccorrendo i fratelli più bisognosi e condividendone le gioie e i dolori.

A partire da tale quadro il cristiano diviene nella messa il propagatore sia in senso verticale che in senso orizzontale di questo nuovo culto sabbatico. La dimensione verticale di tale culto non può che concretizzarsi nella sua dimensione orizzontale, perché il cristiano diviene, nell’aiutare e nell’amare il suo prossimo, simile a Cristo, realizzando sulla terra la Sua volontà salvifica e vivendo 

pienamente sulla terra il sabato cristiano.

       Pertanto il cristiano, vivendo questo “nuovo” sabato nella sua duplice dimensione verticale e orizzontale, perpetua nel sabato soteriologico, immagine terrena del sabato protologico, quella eterna relazione di amore vissuta tra Padre e Figlio prima della creazione del mondo (ab aeterno) e realizzatasi nella storia con la passione e la risurrezione di Cristo. I cristiani così divengono i continuatori del memoriale della risurrezione nel sabato soteriologico a partire dal sabato cristiano, sabato che i cristiani vivono inizialmente nella domenica, grazie al quale il cristiano riceve la linfa spirituale per realizzare nella storia e nella prassi quotidiana questa eterna e storica relazione di amore, consumatasi tra Padre e Figlio prima della creazione del mondo e nell’evento pasquale.

Il presente lavoro intende riproporre nell’oggi della nostra storia il pensiero di Giustino martire sul memoriale della passione e della risurrezione, per offrire al cristiano la possibilità di rivivere questi due momenti fondamentali del mistero pasquale alla luce del “sabato” cristiano.

Per Giustino tali memoriali non sono altro che realizzazioni storiche dei principali momenti salvifici che il Figlio ha vissuto con il Padre prima nel sabato protologico e poi in quello soteriologico, per cui il cristiano rivivendo tali misteri, filtrati attraverso la categoria del sabato, diviene egli stesso immagine vivente e concreta del sabato proto-soteriologico, ovvero del “sabato” cristiano.