Imperfezioni della pelle: sofferenza psicologica

LENTIGO TRATT
LENTIGO TRATT

Psiche e dermatologia non sono mai state così vicine. Secondo una tesi condivisa da molti psicologi, infatti, la pelle è lo specchio del nostro mondo interno e se presenta imperfezioni, soprattutto in punti ben visibili, rischia di compromettere seriamente i rapporti sociali e la nostra autostima. Un problema complesso, che coinvolge indistintamente sia uomini che donne e porta a pensare che, molto spesso, all’azione del dermatologo si debba associare quella dello psicologo.

Infatti l’80% dei pazienti dermatologici ha anche una sofferenza psicologica associata, mentre il 18%soffre di disturbi legati all’ansia e il 10%arriva perfino alla depressione. Dati, questi, confermati da una ricerca che ha coinvolto 13 paesi europei, tra i quali l’Italia, e da uno studio condotto dall’Università di Genova, in collaborazione con l’Universitàdi Torino.

Tale analisi ha dimostrato proprio che i pazienti con patologie croniche come psoriasi, dermatite atopica, alopecia e vitiligine sono incapaci di esprimere le proprie emozioni, oppure soffrono di ansia e depressione. Questo perchéla “qualità” della pelle è uno degli elementi su cui si basano l’autostima ed il benessere della persona.

Ne sanno qualcosa perfino i divi del cinema, costretti spesso a ricorrere a particolari trucchi o escamotage per nascondere le imperfezioni. Non sono poche, infatti, le star di Hollywood che inseriscono nei loro contratti una clausola che prevede l’utilizzo del beauty work, ovvero il ricorso alla tecnologia per ritoccare digitalmente i volti e riportare indietro le lancette dell’orologio.

Una sorta di chirurgia estetica fatta al computer, per non rivelare che nella vita reale anche i divi del grande schermo mostrano la loro età effettiva. C’è poi chi, al contrario, deve accentuare di proposito inestetismi e imperfezioni, per rendere ancora più spaventosi alcuni “cattivi” del cinema.

Come dimenticare, ad esempio, le profonde rughe e cicatrici di Darth Vader, mostrate nell’episodio VI di Star Wars? O le piaghe di Regan MacNeil, la bambina del film “L’Esorcista”? Entrambi presentano una pelle tutt’altro che invidiabile.

E infatti l’Università del Texas, che nel 2017 presentò un particolare studio sulla situazione dermatologica di una serie di famosi antagonisti della storia del cinema, dichiarò che “associare determinati disturbi a figure diaboliche può contribuire al diffondersi di pregiudizi verso le persone reali che ne soffrono”.

Ma se gli attori di Hollywood possono contare sull’aiuto degli effetti speciali, la stessa cosa non può accadere per tutti gli altri, costretti in molti casi ad affidarsi al make up. Una soluzione che, tuttavia, non risolve il problema, ma serve solo a coprirlo temporaneamente.

“Quando la pelle è interessata da imperfezioni o da vere e proprie patologie – spiega Loris Pinzani, psicologo e psicoterapeuta – la persona può sentirsi colpita nella rappresentazione che ha di se stessa, con ricadute sul piano emotivo e la comparsa di un senso di frustrazione, rabbia e tristezza”.

Uno stato di malessere che colpisce giovani e adulti, dai 18 ai 50 anni, senza distinzione di genere, anche se tendenzialmente le donne accusano un maggior livello di stress e disagio, rispetto ai coetanei maschi. Un’altra categoria interessata da questo fenomeno è quella degli adolescenti, che già vivono un momento delicato perchè, spesso con conflittualità, scoprono un corpo “nuovo”.

La prima soluzione “a portata di mano”, per nascondere alcuni inestetismi è il make up che però ha il grosso limite di coprire momentaneamente il problema. Cosa si può fare, allora, per rimuovere questi inestetismi e riacquistare il benessere interiore?

“L’unica soluzione efficace e definitiva è il laser – commenta il dott. Davide Tonini, medico chirurgo specializzato in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica presso l’Università di Milano – Questi inestetismi, infatti, necessitano di tecniche molto specifiche, affinché si possa trattarli con risultati eccellenti. In questo senso uno dei sistemi più all’avanguardia è la tecnologia “Asset”, sviluppata da Renaissance. Si tratta di un particolare dispositivo laser che è in grado di rimuovere le lesioni pigmentate (macchie) in una singola applicazione, indipendentemente dalla loro estensione. Grazie a tre particolari manipoli, in grado di lavorare su varie estensioni di macchie, è possibile rimuoverle in pochi minuti, senza l’utilizzo di pomate anestetiche e senza dover tornare più volte dal medico, come invece richiedono altri trattamenti laser. Il paziente non prova alcun dolore”.

“Le lesioni che è possibile trattare con questa tecnologia – continua il dott. Tonini – sono varie e comprendono melasmi, macchie dell’età o macchie lentigo solari, ovvero quelle macchie causate da una scorretta esposizione al sole e che si sviluppano in particolari zone come volto, mani, décolleté, collo, e spalle. È per questo motivo che sempre più persone si rivolgono allo specialista: essendo le macchie il primo segno di invecchiamento di una persona, sono moltissime quelle che vogliono rimuoverle, per dare alla loro pelle un aspetto sempre sano e giovane”.

“Keller”, il romanzo grafico inedito di Luigi Mignacco e Paolo Raffaelli

Keller
Keller

Scritto dal veterano Luigi Mignacco, arriva in libreria per Sergio Bonelli Editore KELLER, un ritratto ricco di suggestioni di un mondo spesso visitato dal cinema e dalla letteratura: quello dell’America della Grande Depressione, segnato da aspri contrasti, tra povertà, ricchezza e violenza, ma anche da un’insopprimibile energia vitale.

A rendere mirabilmente le atmosfere di quel mondo, sia nella parte di ambientazione rurale sia in quella urbana, le splendide tavole di Paolo Raffaelli.

Siamo a Brooklyn, nel 1924, nel corso della processione di Nostra Signora del Carmelo. Degli spari fendono l’aria, uccidendo don Carmine, il boss mafioso del quartiere. A sparare è stato Kid Carter, detto Testa rossa, il più̀ letale tra i sicari di Musuraca, capo della malavita italoamericana di Philadelphia.

È questo il folgorante inizio di un’epopea gangster ambientata tra gli anni del proibizionismo e quelli della depressione, con al centro un uomo e un grande mistero: chi è il mite benzinaio che incontriamo nell’Indiana quindici anni più̀ tardi? Il suo nome è davvero Tom Keller, oppure si tratta della nuova identità̀ assunta da Testa rossa, che tutti a Philadelphia credono morto e sepolto da tempo? Le risposte a queste domande saranno scritte con il piombo.

Il volume è arricchito da un’ampia appendice che raccoglie la riflessione di Luigi Mignacco sulla relazione tra Romanzi e Fumetti e l’intervista a Paolo Raffaelli a cura di Matteo Nucci.

Luigi Mignacco: nato a Genova il 27 giugno 1960, vive e lavora a Milano. È uno degli sceneggiatori più prolifici in forza alla Sergio Bonelli Editore, con cui collabora dal 1986: ha sceneggiato per “Mister No”, “Martin Mystère”, “Nick Raider”, “Dylan Dog”, “Le Storie” e “Dampyr”, nonché per numerosissime altre testate.

Paolo Raffaelli: nato a Roma il 14 maggio del 1962, entra nel mondo del fumetto alla fine degli anni ’90. Pubblica numerosi libri in Francia, per poi approdare alla Sergio Bonelli Editore nel 1997, prima sulle pagine di “Magico Vento”, poi su “Shanghai Devil” e “Adam Wild”. Per la collana “Le Storie”, disegna I Combattenti, storia che segna l’inizio del sodalizio con lo sceneggiatore Luigi Mignacco.

Ansia e depressione causate da glaucoma

GLAUCOMA-diagram
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Quando la capacità visiva viene compromessa dal glaucoma l’organo colpito non è soltanto l’occhio ma anche il cervello perché avere difficoltà a svolgere anche le più semplici azioni domestiche oppure non poter più uscire da soli a fare la spesa genera nell’anziano – spesso affetto anche da altre malattie – ansia e depressione.

Il glaucoma non colpisce solo gli occhi ma diventa un problema psicologico provocando ansia o depressione. Oltre il 70% dei pazienti che ha ricevuto una diagnosi di glaucoma ha avuto un approccio emotivo negativo.

La reazione alla diagnosi
Secondo i dati di uno studio[1] condotto dalla Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia e dall’Istituto Beato Palazzolo di Bergamo, oltre il 70% dei pazienti ha avuto un approccio emotivo negativo alla diagnosi: il 35.7% ha avuto paura di diventare cieco, il 26.7% ha provato ansia (i pazienti più giovani di più in confronto a quelli più anziani).

“In questi pazienti la preoccupazione e l’ansia nascono anche solo all’idea che la progressione della malattia possa fargli perdere la propria indipendenza costringendoli ad un isolamento sociale” dichiara il professor Carlo Nucci, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica presso il Policlinico Universitario di Roma Tor Vergata intervenuto alla conferenza sul Mese Mondiale del Glaucoma organizzato da Whin.

Più ansia e depressione
Ma l’ansia non è l’unica possibile reazione. Spesso c’è anche una forma depressiva. Varie ricerche scientifiche hanno indagato sull’impatto psicologico che può avere il glaucoma stabilendo che i tassi di incidenza di ansia e depressione risultano doppi in chi soffre di questa patologia rispetto alla popolazione generale. Come emerge dalla meta-analisi italiana[2] condotta dalle Università di Brescia, dalla Fondazione G.B. Bietti di Roma e dall’Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, uno studio giapponese[3] ha dimostrato che la prevalenza di pazienti con ansia (13%) e depressione (10,9%) è significativamente più alta rispetto al gruppo di controllo (rispettivamente 7% e 5,2%).

Disagi giustificati dalle limitazioni della malattia
Vari studi hanno messo in luce il fatto che tra gli organi di senso, la perdita della vista è quella che crea più ansia perché gli occhi sono considerati l’organo più prezioso da proteggere. “Poiché questa malattia èIstituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milan, ItalyIRCCS-Fondazione G.B. Bietti, RomeIstituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milan, ItalyIRCCS-Fondazione G.B. Bietti, RomeIstituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milan, Italy cronica e può potenzialmente portare alla cecità, il glaucoma comporta un enorme carico psicologico – dichiara il professor Nucci. Tutte le limitazioni che comporta, come per esempio, la paura di cadere, i problemi di equilibrio e l’insicurezza alla guida possono provocare nel paziente con glaucoma una forma depressiva. Le conseguenze psicologiche sono legate anche alla paura di diventare cieco e alla consapevolezza che questa condizione peggiora di anno in anno provocando difficoltà di deambulazione, problemi nella lettura, nel riconoscimento degli oggetti e dei volti e nella guida”.
IRCCS-Fondazione G.B. Bietti, RomeIstituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Milan, Italy
“Il glaucoma è una malattia che interessa il 3% della popolazione con più di 40 anni di età – dichiara il professor Giorgio Marchini, direttore Clinica Oculistica, Azienza Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona “La causa è principalmente legata all’aumento della pressione intraoculare, che danneggia progressivamente il nervo ottico e il campo visivo. Nella sua genesi tuttavia giocano un ruolo anche fattori neurodegenerativi e vascolari, infatti si stima che dal 30% al 70% dei soggetti con glaucoma ne hanno una forma indipendente dalla pressione oculare alta”.
Uno studio della University of Miami Miller School of Medicine[4], ha dimostrato che la riduzione della pressione oculare nei pazienti con glaucoma è in grado di rallentare la progressione della malattia ma non riesce a fermarla del tutto a causa dell’origine neurodegenerativa della malattia, simile a Alzheimer ed il morbo di Parkinson. Il nuovo approccio terapeutico prevede di affiancare alle terapie di prima linea, sostanze neuroprotettive che contrastino il suicidio cellulare.

“Tra le varie sostanze ad azione anti-ossidante l’ubiquinone, più noto come Coenzima Q10, è considerato una delle molecole più promettenti. Simile ad una vitamina, é presente a livello del mitocondrio e partecipa al metabolismo deputato alla produzione di energia all’interno della cellula intervenendo come uno spazzino nei meccanismi di rimozione dei radicali liberi” conclude il professor Nucci.

ALLARME DEPRESSIONE, ANSIA E DIPENDENZE TECNOLOGICHE

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ALLARME DEPRESSIONE, ANSIA E DIPENDENZE TECNOLOGICHE: PER GLI

ESPERTI SARANNO LE MALATTIE MENTALI PIÙ DIFFUSE DEL PROSSIMO

DECENNIO

È quanto è emerso dagli Stati Generali di psichiatria dinamica che ha coinvolto 160

professionisti del settore provenienti da tutto il mondo. In Italia, secondo 1 esperto su 2, si

assiste ad una diminuzione di casi di disturbo ossessivo compulsivo ma le patologie

mentali sono aumentate del 10% negli ultimi anni, oltre ai disturbi alimentari e la

depressione come conseguenza dello stress.

Ansia, depressione e disturbi neuropsicologici come legati al sonno e all’attenzione,

dipendenze a tecnologie e disturbi neurocognitivi: sono questi i problemi mentali con cui la

popolazione italiana e quella mondiale avrà a che fare nell’immediato futuro. Patologie che

rappresentano allarmi per gli studiosi della mente del 21° secolo, e costituiscono le sfide di

psicologi e psichiatri di tutto il mondo. Il report viene stilato dagli esperti arrivati da tutto il mondo

tra Italia, Europa, Asia, Australia, Nord e Sud America in occasione della XVIII edizione del

Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica, organizzato da un Comitato Scientifico

internazionale composto da scienziati di fama internazionale, coordinato in Italia da International

Foundation Erich Fromm, che ha richiamato 160 speaker internazionali, tra psichiatri e

psicologi, e più di 500 partecipanti, per discutere di processi creativi nella psichiatria e

psicoterapia.

Ad emergere sono anche altri numeri che danno l’idea dello scenario attuale delle malattie mentali

sia in Italia sia nel panorama internazionale. A livello mondiale, secondo gli esperti, sono

depressione (59%), ansia (18%) e disturbi di personalità (23%) le malattie più diffuse degli

ultimi 15 anni, di cui le prime due con una enfasi maggiore nel corso degli ultimi tre anni.

Cambia leggermente il contesto italiano dove emerge la prevalenza di casi di depressione

reattiva (circa il 60%) che si caratterizza da un umore cupo e crisi di panico frequenti, seguita da

disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e binge-eating (abbuffate

periodiche).

Quali saranno le malattie mentali del prossimi futuro a livello mondiale? Per 6 esperti su 10,

l’allarme maggiore viene dalle nuove dipendenze di carattere tecnologico soprattutto (come

internet e smartphone), seguito da disturbi neurocognitivi, come la demenza e l'amnesia. E

in Italia? Disturbi neuropsicologici (49%), tra i quali soprattutto quelli legati al sonno e al

calo di attenzione, seguiti da depressione (28%) e ansia (23%). D’altro canto, 1 esperto su 2

ha annunciato una rilevante diminuzione di casi di disturbo ossessivo compulsivo anche se questo

non significa che la salute mentale degli italiani risulta essere buona: secondo i luminari coinvolti al

Congresso, in Italia l’aumento dei problemi psicologici è aumentata del 10% negli ultimi. Il

disturbo sarebbe "sostituito" dal ricorso alla compulsione come dipendenza.

“Il congresso ha permesso di fare una riflessione della salute a livello mondiale grazie al

coinvolgimento di importanti esperti ed accademici che hanno risposto ad un questionario. Ad

emergere con forza – afferma Ezio Benelli, Presidente del Congresso – è che la situazione

italiana delle malattie mentali vede un netto aumento di problematiche soprattutto legate alla

nutrizione e di depressione reattiva. Questo soprattutto nelle regioni più industrializzate, dove si

produce più ricchezza e dove, paradossalmente, la qualità della vita è peggiore perché si

guadagna di più e si perde in autenticità, generando con maggiore frequenza l’insorgenza di

problemi mentali.”.

“Quello che dicono gli esperti è molto interessante perché permette di capire meglio quali sono i

comportamenti in corso a livello sociale – afferma Vera Slepoj – e soprattutto ci permettono di

fermarci a fare delle riflessioni: se l’ansia rappresenta una delle malattie del futuro, è bene

pensare ad un superamento della farmacoterapia, con un migliore stile di vita. Analizzando

le patologie del futuro a livello globale, emerge che la società attuale è caratterizzata da una forma

di industrializzazione postmoderna che va a discapito della qualità della vita, tanto da generare

implicazioni patologiche. Questo, insieme a come vincere le nuove dipendenze, sono le sfide de

futuro. Dobbiamo interrogarci tutti su come affrontare il futuro e come migliorare la collettività della

popolazione mondiale”.

“Io, Claude Monet”: nei cinema italiani il docufilm sull’artista impressionista

Monet_POSTER
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Tremila lettere di Claude Monet.
È a partire da questo immenso patrimonio che si snoda Io, Claude Monet, il nuovo docu-film di Phil Grabsky che arriva al cinema solo il 14 e 15 febbraio nell’ambito della stagione della Grande Arte al Cinema di Nexo Digital (elenco delle sale a breve su www.nexodigital.it).

museiProprio a partire dagli scritti di Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), accostati alle straordinarie opere conservate nei più importanti musei del mondo, il film rivela la tumultuosa vita interiore del pittore di Giverny, tra momenti di intensa depressione e giorni di assoluta euforia creativa, offrendone così un ritratto complesso e commuovente.

Attraverso più di cento dipinti filmati in alta definizione lo spettatore potrà conoscere la vita emotiva e creativa del pittore che con il suo Impression. Soleil levant, esposto nell’aprile del 1874 nello studio del fotografo Nadar, fece parlare il critico Louis Leroy della prima “esposizione degli impressionisti”, dando involontariamente vita al termine che avrebbe segnato buona parte della storia dell’arte europea di fine Ottocento.

 Riportate alla vita dall’acclamato attore britannico Henry Goodman, le lettere di Monet narrano infatti il percorso dell’artista da enfant prodige e appassionato caricaturista a maestro indiscusso di fama internazionale e registrano con attenzione gli incontri più importanti – come quelli col pittore Eugène Boudin e col primo ministro e amico Georges Clemenceau, che nel 1899 gli scrive “Voi ritagliate dei pezzetti di cielo e li gettate in faccia alla gente. Niente sarebbe così stupido come dirvi grazie: non si ringrazia un raggio di sole”.

 Molte lettere mostrano inoltre la disperazione, i momenti di oscura depressione e anche il tentativo di suicidio, i problemi di salute, i lutti e le complesse relazioni con Camille Doncieux e Alice Hoschedé, prima e seconda moglie dell’artista. “Sono assolutamente disgustato e demoralizzato dall’esistenza che sto conducendo da così tanto tempo… Ogni giorno porta con sé nuovi affanni e nuove difficoltà, da cui non riuscirò a liberarmi”, scrive Monet al medico George de Bellio sul finire degli anni ’70 dell’Ottocento.

 Ma in egual misura la corrispondenza di Monet celebra le gioie della pittura e del mondo naturale. Siamo nella “Mecca dell’Impressionismo”, quella Giverny in cui Monet dipingeva sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente per studiare tutte le infinite sfumature della luce.

Un luogo descritto come una visione paradisiaca dai visitatori del tempo, gli stessi che si fermano sul bordo della strada a sbirciare papaveri di campo, primule, violette, margherite, fiordalisi, o che allungano il collo dai finestrini del treno per scorgere il ponticello giapponese o un angolo dello stagno, con quelle ninfee “silenti e misteriose più di ogni altro fiore”, passione e ossessione decennale di un artista che inseguì il sogno della forma e del colore quasi fino all’autodistruzione. erano l’anima del duo giardino.

Io, Claude Monet ripercorre i luoghi in cui Monet dipinse e scrisse le sue lettere, da Honfleur a Étretat, da Parigi a Venezia, da Londra a Le Havre e dà inoltre spazio alla corrispondenza poco nota coi colleghi impressionisti Bazille, Manet e Pissarro e agli accesi scambi di opinione col mercante Paul Durand-Ruel, mostrando il rapporto spesso conflittuale di Monet con il mondo dell’arte.

 Il regista Phil Grabsky spiega: “Amo molto lavorare sulle biografie degli artisti, perché quando si legge con attenzione la loro corrispondenza, quando si torna nei luoghi in cui hanno vissuto e si esaminano attentamente i dipinti che hanno realizzato, se ne rintraccia una personalità più ricca e sincera. È quanto accaduto con Monet. Non c’è nulla scontato in questo artista. Ciò che colpisce con maggior forza è la sua passione, la sua ricerca senza fine e, infine, la sua genialità”.

La Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner  Sky Arte HD e MYmovies.it.