Quarto viaggio di Paolo

Paolo verso Roma

di Cinzia Randazzo

In questo contributo seguitiamo a rilevare le vicissitudini dell’apostolo Paolo, soffermandoci sul suo quarto viaggio missionario.

Era l’estate inoltrato dell’anno 60 d.C. quando Paolo, affidato da Festo al centurione Giulio, affrontò il suo quarto ed ultimo viaggio: quello che doveva condurlo a Roma, obiettivo e meta da lui tanto desiderati. Paolo seguito da Luca e da altri prigionieri, sotto la custodia del citato centurione, salpò da Cesarea. Con Paolo era presente anche un certo Aristarco di Tessalonica. Prima tappa fu Sidone. A Paolo fu concesso di scendere e di incontrarsi con i fratelli della comunità locale. Da Sidone, passando al disopra di Cipro, venne raggiunto il Porto di Mira, dove il centurione Giulio trasbordò i prigionieri su di una nave proveniente da Alessandria e diretta in Italia.

Ripreso il mare si giunse a Buoni Porti, nell’isola di Creta. Lasciata Buoni Porti l’imbarcazione si diresse, tenendosi vicino alla costa, verso Fenice, sempre nell’isola di Creta. Un violento ed improvviso nubifragio sconvolse la navigazione. La nave rimasta senza alcun governo si trovò in balia dello infuriare degli elementi atmosferici, acqua a scrosci e vento di violenza non comune, per ben quattordici giorni continui. Calmatasi la tempesta, la nave andò ad insabbiarsi nelle vicinanze di una terra ferma. A causa dell’insabbiamento, l’imbarcazione cominciò a sfasciarsi.

Il centurione Giulio diede l’ordine per chi sapeva nuotare di salvarsi pure a nuoto, per gli altri che si attaccassero ai legni che a poco a poco la nave cedeva al mare, onde così raggiungere la riva (Atti 27,44-28,1) “Così avvenne che tutti si salvarono a terra; e giunti in salvo, allora venimmo a sapere che l’isola si chiamava Melita“. Indubbiamente si trattò dell’attuale Malta, e con molta probabilità, la Baia oggi chiamata di san Paolo. Era il mese di novembre dell’anno 60 d.C.

I naufraghi furono accolti con generosità dagli isolani che diedero loro immediato aiuto e conforto. Prima cosa, è ovvio, fu di accendere il fuoco per riscaldarsi, si era in inverno e per giunta usciti da un bel bagno in acqua fredda, e per altresì asciugare le vesti inzuppe.

In questa circostanza Paolo venne morso da una vipera; stava dandosi da fare per attizzare le fiamme. La cosa però finì bene per Paolo che ne rimase illeso con la meraviglia di tutti, tanto da richiamare verso di lui particolari attenzioni. Con Luca infatti, con Aristarco e forse anche col centurione Giulio e qualche altro, trovò asilo presso un certo Publio, definito “il primo dell’isola” (Atti 28,7), cioè il rappresentante principale dell’autorità romana dell’isola, essendo questa dipendente dal pretore della Sicilia. Altri naufraghi trovarono rifugio presso case di buoni isolani.

La sosta a Malta durò circa tre mesi. Sempre in custodia del centurione Giulio, ai primi del mese di marzo dell’anno 61 d.C., Paolo e con lui Luca, Aristarco ed altri prigionieri, si imbarcarono su di una nave alessandrina con l’insegna dei “Dioscuri Castore e Polluce“, numi tutelari dei marinai.

Costeggiando la penisola italica arrivarono a Pozzuoli dove sbarcarono proseguendo, poi, verso Roma: si pensa percorrendo la via Appia.

Strada facendo il gruppo, prigionieri e scorta, si fermò per una sosta di riposo presso Terracina, alle “Tre Fontane“, luogo di sosta per i viaggiatori ricordato anche da Cicerone. Nella circostanza Paolo ebbe la lieta sorpresa di incontrarsi con i rappresentanti della comunità cristiana di Roma che si erano mossi dalla capitale per salutarlo. Ripreso il cammino, il gruppo, attraversati i colli Albani entrò in Roma per la porta Capena, corrispondente oggi, circa, alla porta san Sebastiano. In città il centurione Giulio consegnò Paolo e gli altri prigionieri all’ufficiale destinato a riceverli.

A Paolo in Roma venne concessa la “custodia militaris“, cioè egli poteva stare in una casa privata qualunque, muoversi, ricevere od andare a far visita a persona. Uscendo però doveva avere sempre a fianco un soldato a lui legato con una catena. Un simile stato di libertà permise a Paolo di entrare in contatto sia con la comunità strettamente giudaica e sia con la comunità cristiana nella quale convergevano, convertiti alla fede in Cristo, giudei, ellenisti e pagani di diversa estrazione sociale. Pure a Roma Paolo dovette fare esperienza della incompatibilità tra le due comunità; la prima decisamente astiosa ed intollerante, tanto da soffiare nel fuoco per mettere in cattiva luce i fratelli cristiani nella opinione popolare romana ed in quella delle stesse autorità politiche e istituzionali della capitale.

La singolare libertà di cui Paolo ebbe a godere non solo diede  lui spazio per un efficace opera missionaria in Roma, ma anche la possibilità di riprendere i contatti con le comunità fondate nei suoi precedenti tre viaggi. Tutto questo è testimoniato dalle lettere scritte appunto durante la sua presenza nell’Urbe e cioè: la lettera ai Colossesi, a Filemone di Colossi, agli Efesini, ai Filippesi, agli Ebrei (vi sono fondati dubbi sulla paternità di Paolo), la prima e la seconda lettera a Timoteo, la lettera a Tito. Scritti compresi tra l’anno 61 e l’anno 66-67 d.C.

Paolo ottenne la libertà della “custodia militaris“, presumibilmente  nell’anno 65. Del periodo post-liberazione si hanno poche ma sicure notizie che sotto si riassumono:

–                    1Tm 1,3: Paolo fu ad Efeso insieme a Timoteo, da dove poi partì alla volta della Macedonia, lasciando nella capitale della Frigia Timoteo;

–                    Tt 1,5: Paolo fu a Creta con Tito e ne ripartì lasciandovi il compagno;

–                    Tt 3,12: Paolo partito da Creta, fu a Nicopoli nell’Epiro. Prima di arrivarvi aveva scritto a Tito in Creta perchè lo raggiungesse;

–                    2Tm 1,17; 4,9-21): Tito non era più a Creta ma in Dalmazia; Paolo, nuovamente prigioniero a Roma, scrisse a Timoteo pregandolo di andare urgentemente da lui. In precedenza era stato a Troade ed anche passato per Corinto e Mileto.

Circa il viaggio di Paolo in Spagna non si hanno precise notizie.

Una quasi certezza si può trarre da uno scritto di Clemente romano (lettera ai Corinti 5,7), dove egli afferma che “Paolo, dopo avere insegnato la giustizia al mondo intero ed essere venuto ai confini dell’occidente, dette testimonianza ….”ecc. La designazione “confini dell’occidente“, per chi scrive da Roma, non ha senso se non riferita alla Spagna. Siamo alla fine del I secolo. Altro documento che parla di un viaggio di Paolo nella penisola Iberica è il frammento muratoriano, reperto dell’anno 180 d.C. circa, con il quale concordano gli apocrifi Atti di Pietro, gli Atti di Paolo e le successive testimonianze di molti Padri: Atanasio, Epifanio, Crisostomo, Girolamo, ecc.